Moby Dick - Italia unico paese al Mondo nel quale non vengono tributati meriti alla Juventus. La Cultura della sconfitta non sia confusa con quella del fallimento. Perché, in questo caso, i bianconeri vinceranno per almeno altri otto anni

Corrispondente "The Sun", autore di 9 libri. Autore e conduttore programma #Alvolante per AntennaSud. Vincitore Overtime Festival della Comunicazione del giornalismo e del premio Campione Odg Puglia
24.04.2019 01:45 di Alvise Cagnazzo Twitter:    Vedi letture
Moby Dick - Italia unico paese al Mondo nel quale non vengono tributati meriti alla Juventus. La Cultura della sconfitta non sia confusa con quella del fallimento. Perché, in questo caso, i bianconeri vinceranno per almeno altri otto anni

Otto scudetti consecutivi. Basterebbe questa breve collezione di parole, assai semplici da pronunciare, per tributare un merito sportivo, tutto italiano, ad appannaggio della Juventus. Il silenzio assordante dei media, invece, rifocilla la folta pletora di chi ritiene il dominio bianconero un ostacolo alla crescita e allo sviluppo del sistema calcio. Nella generosità sconfinata dell’ignoranza, forse, in molti dimenticheranno il passo, iniziale, compiuto da una squadra punita è retrocessa per presunzione del volgo.

Da quelli ceneri, l’Araba Fenice ha annichilito la concorrenza, dimostrando come nulla sia impossibile attraverso una attenta opera scultorea fra campo, finanza e dirigenza. È nato uno stadio, è nata una squadra che ha rimodellato il concetto di “ciclo”, ruotando vorticosamente giocatori pur di rendere la serie di successi sempre più duratura è strutturata. In un paese depauperato di ogni cultura sportiva può accadere persino di lodare il lavoro svolto da una concorrenza incapace di avvicinare la soglia dei venti punti di distacco. In un sistema meritocratico, in fondo, come si definirebbero i risultati di Napoli, Inter, Milan e Roma se non come catastrofici?

Il Napoli, ad esempio, è forse il primo grande esempio di come una gestione tecnica non al passo di quella finanziaria sia stata in grado di allontanare il miglior allenatore di “buoni” giocatori in circolazione, Sarri, in un luogo di un vecchio Colonnello pieno di spille e pruriti sul petto. In soli dodici mesi, il Napoli ha smarrito lo splendore dei risultati più che del gioco, rendendo ancor più acre il sapere di un campionato nel quale eventuali errori arbitrali possono avere una incidenza di qualche punto, non di venti interminabili palmi sull’avversario.

Il Milan annaspa in un mare di imperizia e menefreghismo di atletici impegnati a festeggiare vittorie inutili, come quella sulla Lazio, se non supportate da una continuità di risultati. L’Inter, per stessa ammissione del proprio allenatore, vive una idiosincrasia alla stabilità e gioca, da anni, campionato con una propria precisa indole, ben lontana dalle ipotesi di successo. La Roma resta invece una lodevole incompiuta che ha patito, più del dovuto, il cambio di rotta dirigenziale. In questo deserto di ambizioni, la colpa della pochezza dei risultati degli avversari non è mai associata ad una assunzione di responsabilità degli sconfitti. 

In Spagna vincono sempre le stesse, eppure nessuno si lamenta. Idem in Francia, Germania o in Inghilterra, paesi nei quali il Var non è mai stato acclamato dagli sconfitti per il semplice fatto che l’arbitro non e ritenuto il capro espiatorio delle proprie grossolane sbavature. Se non altro, il Var ha consentito di ristabilire la serenità in chi vinceva, rafforzandone il grado responsabilizzazione, spezzando definitivamente le ali a quegli uccellini migratori che si ritenevano aquile dagli artigli d’acciaio. Perché il male assoluto riposa proprio nell’incapacità di comprendere la forza dell’avversario.