Il calcio della gente spende un sacco di soldi, chiede un mare di abbonamenti e ha pochissima coerenza

08.06.2021 00:30 di Ivan Cardia Twitter:    vedi letture
Il calcio della gente spende un sacco di soldi, chiede un mare di abbonamenti e ha pochissima coerenza
TuttoJuve.com

Breve premessa: parlerò ben poco della Juventus che sarà, cioè di calciomercato. Anzitutto perché penso che si sia ancora alla fase di studio, cioè a quel momento in cui si definiscono i progetti e quindi per chi cerca di capirci qualcosa il rischio di prenderci granchi è bello alto. Per di più la Juve ha un paio di cosucce grosse come una casa da sistemare. La prima è il futuro di Cristiano Ronaldo, perché è abbastanza fuori fuoco ragionare col presupposto che il mercato di una squadra non dipenda in larga parte da quello che farà il giocatore più costoso, più rappresentativo, più tutto della stessa, peraltro talmente costoso da valere da solo 3-4 degli altri top player. La seconda è che le plusvalenze da piazzare ci sono comunque: ha salutato Paratici, sul cui operato si è fatta spesso parecchia (spesso troppa) ironia negli ultimi due anni, ma è rimasta la necessità di mettere a posto i conti e quindi prima di comprare diventa imperativo in ogni caso vendere. Magari bene, dato che la vera difficoltà è vendere chi si vuole e non chi si riesce.  In sintesi, per parlare della Juve che sarà c’è tempo, ci sono anche colleghi più bravi di me, e comunque un po’ se n’è parlato.


Arriviamo al calcio della gente, quello che si è opposto in maniera ferma e urlata, alle volte decisamente troppo, al progetto Superlega. Ora, chi ha la sfortuna e la buona volontà di leggere su queste pagine il lunedì sa quel che penso al riguardo: la Superlega è stata una mossa disperata, tentata nel peggiore dei modi. Non si capisce per esempio perché i club più indebitati debbano indicare il modello a tutti gli altri; né perché il modello debba essere quello, senza tenere conto della storia e delle radici popolari del calcio per trasformarlo in un videogioco: a quel punto tolgo la partita e gioco alla playstation. Lo stesso fatto che sia naufragata (contratti alla mano un po’ meno) nel giro di 48 ore da un annuncio fatto senza alcuna media strategy dietro certifica quanto vi fosse di disperato e anche di improvvisato dietro. In sostanza, di motivi per dire no alla Superlega ne avrei a bizzeffe. Però l’altra parte della barricata non fa molto meglio. Intanto, la vicenda ha assunto toni e contorni quasi bambineschi, quelli degli ultimi sguaiati attacchi di Ceferin ad Agnelli. Ricordo liti nel cortile dell’asilo con argomentazioni più costruttive. Se la Superlega è un errore e un abbaglio, il presidente dell’UEFA non può permettersi una chiusura così netta e rabbiosa nei confronti di un club che del calcio europeo fino a prova contraria fa pur sempre parte.

Al netto di questo, c’è appunto il calcio della gente. Quello del PSG il cui presidente condanna la Superlega per tutelare i tifosi, poi bussa alla porta di Wijnaldum e gli offre il doppio dell’ingaggio che proponeva il Barcellona. Che per la cronaca non si capiva comunque dove avesse preso tutti quei soldi, ma è un altro discorso. Non c’è alcuna traccia di quel ridimensionamento di cui pure metà dei dirigenti dell’Europa pallonara si è riempita e si riempie tuttora la bocca. Il calcio della gente è lo stesso la cui Serie A ha speso, per esempio, 140 milioni di euro nel 2020 in commissioni (non sempre chiarissime) ad agenti. Poi c’è il calcio della gente per seguire il quale l’anno prossimo servirà una quantità ancora indefinita di abbonamenti televisivi: sarà di sicuro un piacere per i tifosi sborsare soldi e impelagarsi in moduli online per seguirne tutte le competizioni. È il calcio della gente che fa fuori la Serie C dalla Coppa Italia e poi le concede il contentino, udite udite, di quattro squadre: vuol dire andare contro il modello inglese, della FA Cup, cioè in sostanza nella stessa direzione della Superlega, ma de noantri che alla fine va sempre bene. È il calcio della gente, tornando alle tv, che spinge per avere dieci partite nel weekend a dieci orari diversi, più per ragioni tecniche e di share che per aumentare la fruibilità dei sostenitori, molti dei quali avranno difficoltà a passare l’intero fine settimana a casa sul divano perché la gente ha pure moglie o marito che lecitamente del calcio possono disinteressarsi. Spende un sacco di soldi, questo calcio della gente. Ha pure un sacco di pretese nei confronti di chi lo vorrebbe seguire in santa pace e sposa le battaglie che più gli convengono sul momento. La Superlega magari no, resto di quell’idea. Ma è complicato prendere lezioni dal calcio della gente, di questa gente almeno.