Gli eroi in bianconero: Stefano TACCONI

Pionieri, capitani coraggiosi, protagonisti, meteore, delusioni; tutti i calciatori che hanno indossato la nostra gloriosa maglia
13.05.2013 10:40 di Stefano Bedeschi  articolo letto 11861 volte
© foto di Andrea Pasquinucci
Gli eroi in bianconero: Stefano TACCONI

I dirigenti della Juventus probabilmente non immaginavano che, con l’acquisto di Stefano Tacconi, avrebbero inaugurato un nuovo corso completamente diverso da quello lasciato da alcuni mostri sacri che avevano appena abbandonato la famiglia bianconera; gente come Furino, Bettega e Zoff, grandi uomini sia fuori che sul campo, attentissimi alla riservatezza ed alla necessità di lavare i panni sporchi in casa propria, senza lasciar trapelare alcun sospetto.

E non avrebbero nemmeno potuto immaginare che, quell’allegro guascone, simpatico, dotato di grandi qualità e che ad Avellino si era distinto come uno dei portieri più dotati d’Italia, avrebbe creato tantissimi grattacapi. Prendere il posto di Zoff era un compito che avrebbe distrutto chiunque, ma non il portiere perugino il quale non manifesta il minimo turbamento, ostentando sempre tanta sicurezza. Si allena con la stessa spregiudicatezza con cui si muoveva nell’Avellino e non dimostra alcun condizionamento nei confronti di un ambiente che rappresenta il sogno di ogni calciatore italiano.

«Ad Avellino dovevo fare anche da “libero”, figuriamoci se mi spavento per il fatto di giocare in una squadra come la Juventus che al portiere è in grado di assicurare adeguata protezione. Non mi spaventa nemmeno il paragone con Dino. Io sono Tacconi ed a Zoff guardo come al maestro».

La Juventus è una squadra che vince ed esporta in tutto il mondo il suo stile, ed è una realtà ben diversa da quella alla quale era abituato; Tacconi è in possesso di una personalità che non può non provocare qualche cambiamento.

«Una volta mi divertivo a giocare, adesso non ci riesco proprio più. I vantaggi, soldi a parte, sono molto più consistenti, certo, però è indubbio che ho perso quella naturalezza che possedevo una volta. Prima di arrivare alla Juventus giocavo un po’ come un dilettante, ora le esigenze sono mutate anche per me: so che scendo in campo per vincere e possibilmente iscrivere il mio nome nella storia dello sport».

Fisicamente molto dotato, sicuro tra i pali, forse poco sicuro nelle uscite al suo primo anno in maglia bianconera Tacconi viene mandato a lezione proprio dal maestro Zoff, il quale gli insegna tanti trucchi del mestiere e tanti suggerimenti che il neo-bianconero mette immediatamente a frutto, al punto di meritare, a fine stagione, consensi pressoché generali.

Nella stagione successiva, però, cominciano i problemi; dopo un clamoroso 0-4 rimediato a “San Siro” contro l’Inter ed il derby perduto nella domenica successiva, complice un suo errore in uscita, Tacconi viene sostituito da Bodini e l’imprevedibile portiere perugino non accetta la panchina, con furiose polemiche che non possono sicuramente essere tollerate dall’ambiente juventino. Fioccano le multe e trascorre parecchio tempo prima che Tacconi si rassegni alla panchina che sarebbe durata per lunghi mesi. Bodini si dimostra un ottimo portiere e Tacconi soffre parecchio: rientra in squadra sul finire della stagione, nella tragica sera dello stadio “Heysel”, ma il bilancio non può non restare macchiato da quanto è avvenuto.

«Tacconi sfida la Juventus!», «Tacconi ha aperto il fuoco!», «Clamorosa polemica alla Juventus!». I giornali vanno a nozze, approfittando curiosi di queste polemiche poco abituali per l’ambiente juventino.

«Una volta i giocatori parlavano poco, forse avevano anche paura», dice il giocatore, «ma con la legge 91 hanno acquisito la possibilità di andare dove vogliono e le società hanno inevitabilmente minor potere su di loro. Quell’esperienza che ho vissuto mi ha fatto capire che avevo commesso alcuni errori. Il tempo tuttavia ha dimostrato che non avevo parlato completamente a vanvera».

Dalla stagione successiva, Tacconi recupera il posto di titolare che mantiene anche quando il “Trap” abbandona la nave bianconera. Arrivano Marchesi, Maifredi (con il quale non andrà mai d’accordo), il maestro Zoff (che gli consegna la fascia di capitano) ed infine di nuovo Trapattoni.

Tacconi difende la porta bianconera fino all’estate 1992, quando viene ceduto al Genoa, in quanto nella Juventus si sta affacciando Angelo Peruzzi, riabilitato dopo la squalifica. Totalizza, in bianconero, 377 presenze e nel suo palmares troviamo 2 scudetti, 1 Coppa Italia, 1 Coppa Campioni, 1 Coppa delle Coppe, 1 Coppa Uefa ed 1 Coppa Intercontinentale.

Colleziona anche 7 presenze in Nazionale, molto meno di quelle che avrebbe meritato, ma Vicini gli preferisce Zenga; assiste da spettatore al Mondiale casalingo del 1990 ed al Campionato Europeo del 1988.


IL RACCONTO DI VLADIMIRO CAMINITI:

Stefano Tacconi appartiene, per il carattere e la natura di forte idealista, alla schiatta dei “frati giocondi” che peroravano, nell’Umbria del 1200 sempre aprica e risparmiosa, il verbo della pudicizia. Dotati di favella gloriosa, costoro, scalzi, coperti da un saio, viaggiavano il mondo a dorso di faceti asinelli, e peroravano.

Acclarata che è questa la natura di Tacconi, veniamo al portiere, e qui appare tutto evidente: più potente che agile, è però un autentico drago per la capacità di vivere il match nel suo cuore nobile; quasi imbattibile tra i pali quando è in forma, recupera doti di estemporanea efficacia nelle uscite frontali, mentre sui palloni che provengono dall’out rinunzia a priori, fidandosi, spesso a torto, dei colleghi difensori che subito rampogna aspramente.

Tacconi è un grande, acrobatico portiere nel senso lato dell’espressione, soprattutto quando la sfida si infiamma; nei confronti europei è risultato spesso decisivo dall’alto di una forza e furia atletica prestigiosa, con quel suo stile un tantino gradasso o spaccone pure nel baffo, i crudeli occhi cerulei ironici, che me lo hanno fatto soprannominare “Capitan Fracassa”.

Tacconi fa della porta il suo regno: essa è l’espressione del suo talento spettacolare e spericolato, uomo vero nella sfida pericolosa del calcio ama il più difficile, il sempre più difficile. E dopo la tragedia dello stadio “Heysel”, ha maturato un gusto amaro e sarcastico dell’ambiente in cui vive.