Gli eroi in bianconero: Paolo DI CANIO

Pionieri, capitani coraggiosi, protagonisti, meteore, delusioni; tutti i calciatori che hanno indossato la nostra gloriosa maglia
10.07.2019 10:30 di Stefano Bedeschi   Vedi letture
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Gli eroi in bianconero: Paolo DI CANIO

Estate del 1990, la Lazio deve monetizzare e vende Di Canio alla Juventus. Per Paolo (pur se a malincuore) è un’importante opportunità di fare carriera passando da una squadra che staziona a centro classifica a una che in teoria dovrebbe concorrere per il titolo ogni anno. È la squadra di Maifredi, quella del cosiddetto gioco champagne.

«Mi sono detto che se la società bianconera continuava a seguirmi, credeva in me non solo dal punto di vista tecnico, capivano il Di Canio ragazzo più che giocatore, allora dovevo tentare. Che emozione il giorno in cui strinsi la mano dell’avvocato Agnelli! Ora so che rischio in prima persona, non sarà facile trovare un posto in una squadra di grandi campioni. Ma nell’ultimo campionato con la Lazio ho dimostrato di poter giocare non solo da tornante ma pure da seconda punta, mi sono divertito molto, segnando anche tre goal, uno proprio alla Juve. Abbandono la mia città, Roma, lascio una ragazza a Terni per vivere da solo a Torino. Mi sembra che la dica lunga sulle mie intenzioni. Vivo un momento bellissimo, vorrei giocare molto, so che naturalmente non dipenderà solo da me. Non mi sento un raccomandato di Maifredi, perché il tecnico continua a elogiarmi. Sono contento della sua stima così come di quella della società. Ho ritrovato fiducia e serenità, al punto che tornerò a Roma tranquillo. Contro i giallorossi no, non sarà derby, anzi finalmente potrò dormire la notte prima della partita e sperare di segnare un goal, un ultimo regalo alla curva biancoceleste. E contro la Lazio, beh, mi sembrerà strano non indossare quei colori, ma l’unica cosa che potrebbe farmi star male sono i fischi, non credo di essere un traditore».

Ma nella rosa oltre a Paolo, ci sono Häßler, Baggio, Schillaci, tutti giocatori troppo individualisti per poter coesistere. Amano ricevere la palla al piede per poi lanciarsi in azioni personali e ci vorrebbero quattro o cinque palloni contemporaneamente per poterli accontentare tutti. Senza contare il fatto che la squadra è molto sbilanciata e Tacconi è costretto a passare parecchi brutti momenti. Va da sé che la stagione non può finire bene e anche Di Canio finisce nell’occhio del ciclone.

L’anno successivo, con Trapattoni, malgrado qualche iniziale mugugno, Di Canio ritrova entusiasmi e stimoli. Della curva juventina, quella dedicata al fuoriclasse del calcio e della vita Gaetano Scirea, è un beniamino. I sostenitori bianconeri si riconoscono in lui, nella sua genuinità, in quel suo essere privo di maschere e reticenze. E lui ricambia tanto affetto piroettando sul campo, con quel suo modo sudamericaneggiante di intendere e interpretare il football.

Comincia la terza stagione juventina con buoni propositi, nonostante gli spazi si restringano con l’arrivo di Vialli e Ravanelli, ma Di Canio è un personaggio irrequieto ed ha qualche incomprensione di troppo con l’allenatore di Cusano Milanino. Così, dopo aver vinto la Coppa Uefa edizione 1992-93 («È da un mese che ho deciso di andar via. Io qui non ci posso più stare», afferma), chiede di essere ceduto e si trasferisce a Napoli.

«Eravamo a Villar Perosa una domenica mattina – racconta anni dopo – era una novità per me che ero giovane e appena arrivato alla Juventus. Una villa enorme, un posto magnifico. Ci fecero restare per più di mezzora in quel cortile e vedevo attorno a me una certa tensione anche sul volto di grandissimi campioni come Baggio. A quel punto mi preoccupai, perché volevo far bella figura davanti a un personaggio così importante. A un certo punto si sentì il rumore delle pale dell’elicottero e atterrò tra noi l’Avvocato. Parlò molto con Trapattoni ed io, che ero lì vicino, ascoltai alcune parole. “Lo farai giocare Di Canio?” chiese al Trap. Il nostro allenatore rispose negativamente “Abbiamo bisogno di più copertura a centrocampo contro i mediani dell’Udinese”. Allora l’Avvocato fece una delle sue meravigliose battute “Di Canio è come lo champagne, tutti vogliono le bollicine alla fine di un pasto”. Allora mi sentì ringalluzzito da tanta considerazione. Ma l’Avvocato andò oltre: “Quando Di Canio entra in area e c’è un difensore avversario sono contento, perché molto probabilmente per fermarlo saranno costretti a fargli un fallo da rigore”. Ero tanto sorridente in quel momento, a sentire queste parole, ma ecco che l’ultima parte del suo discorso mi distrusse: “Quando invece entra in area e non ci sono difensori avversari mi preoccupo, perché chissà dove manderà quel pallone”. Su questa battuta i compagni mi presero in giro per un anno intero. Effettivamente era il fantastico stile dell’avvocato, ironico e dissacrante. È qualcosa che mi manca tantissimo in questo calcio di oggi, qualcuno col suo acume. In mezzo ai dirigenti sciatti di oggi servirebbe così tanto uno come lui».