Gli eroi in bianconero: Mirko VUČINIĆ

Pionieri, capitani coraggiosi, protagonisti, meteore, delusioni; tutti i calciatori che hanno indossato la nostra gloriosa maglia
01.10.2021 10:26 di Stefano Bedeschi   vedi letture
Gli eroi in bianconero: Mirko VUČINIĆ
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© foto di Daniele Buffa/Image Sport

«Non contano i gol. Gli assist. I record. Non contano le sconfitte. Le delusioni. Conta solo far parte di qualcosa che si chiama Juve e si scrive storia! Quella storia che per tre anni abbiamo scritto insieme. Emozioni indelebili! Grazie a tutti e per tutto! Mirko».
Quello che gioca in pantofole o in infradito: così è stato più volte soprannominato Mirko Vucinić, montenegrino di Niksić. Classe purissima, talento da vendere, tutti gli ingredienti per diventare uno dei giocatori più forti della propria epoca. Ma Mirko, come detto, gioca in pantofole: un dribbling ben riuscito e, per lui, la partita finisce lì. E tutto rimane sospeso nell’aria, nell’attesa vana del definitivo salto di qualità.
Lo aveva portato a Lecce, a soli 17 anni, Pantaleo Corvino: Mirko esordisce in prima squadra immediatamente e le sue grandi giocate strabiliano il mondo del pallone italiota. È vero, non segna tantissimo, ma quando ha voglia di giocare vale da solo il prezzo del biglietto. «Ho cominciato a 16 anni nella squadra della mia città, ero il più giovane giocatore del campionato della Serbia-Montenegro. Ho segnato subito all'esordio, alla fine della stagione 9 presenze e 4 gol. Giocavo nella Nazionale Under 16. All'inizio a Lecce è stato difficile, non capivo la lingua, i metodi di allenamento erano diversi, però poco alla volta mi sono adattato. Ho vinto la Coppa Italia Primavera. A 18 anni debuttati in prima squadra. Prima con Cavasin, poi con Delio Rossi. Mi hanno dato fiducia e in Italia non è cosa da poco perché a tutti i livelli manca una cultura che valorizzi i giovani. La vera svolta quando è venuto Zeman, in quella stagione ho segnato 19 gol. Mi ha insegnato molto, per far crescere gli attaccanti è il numero uno. Si dimentica della fase difensiva, ma si sa che è un suo limite. Grazie a lui e a Delio Rossi l'Italia ha cominciato a conoscermi».
Già, quando ne ha voglia: è questo il suo tallone d’Achille. Il passaggio dal giallorosso leccese a quello romanista, dicono gli esperti, servirà per responsabilizzarlo e farlo sbocciare definitivamente. Non sarà così: proprio come a Lecce, alternerà grandissime prestazioni a partite abuliche, durante le quali diventa più dannoso che utile.
La Juve ci crede nell’estate del 2011, quando lo fa arrivare a Torino. Conte lo ritiene indispensabile al proprio gioco, che non prevede una punta di ruolo. Mirko, con il suo movimento e con le sue grandi giocate, non potrà che risultare più che utile agli inserimenti dei centrocampisti, in particolare Vidal, Marchisio e Pepe. E c’è da dire che la prima stagione del montenegrino è molto positiva. È uno dei protagonisti assoluti della conquista dello scudetto: come suo solito, non segna tantissimo (10 gol in 35 partite) ma il suo rendimento è costante, soprattutto nella parte iniziale e finale della stagione, quando i campi asciutti agevolano le sue grandissime giocate. Da ricordare, su tutte, la partita del San Paolo. Dopo il primo tempo, la Juve è sotto di due gol: Mirko è impalpabile, quasi indisponente. Ma nell’intervallo tutto cambia, si carica sulle spalle la squadra e la porta a rimontare il passivo, fino a trovare un 3-3 quasi insperato. Grandissimo anche a Novara, nel finale di stagione, con una splendida doppietta, e nella partita del trionfo a Trieste, contro il Cagliari, quando apre le marcature del 2-0 finale.
Comincia la nuova stagione con il trionfo nella Supercoppa Italiana: Mirko segna la rete del definitivo 4-2 sul Napoli. «È nostra. La Supercoppa dopo nove anni la riportiamo a Torino: la quinta della storia bianconera, la seconda per me. A Pechino ha vinto prima di tutto il gruppo, uscito fuori con grinta e personalità recuperando due volte lo svantaggio. Una vittoria importante che voglio dedicare ai tifosi juventini e alla mia famiglia. Una vittoria che dimostra sempre più il nostro carattere, il DNA bianconero: perché vincere è l’unica cosa che conta!».
Mirko disputerà 43 partite segnando 13 reti, miglior cannoniere juventino in campionato al pari di Vidal. Disputa buone partite, su tutte quella a Bologna e in casa con il Pescara, ma è in coppa dove delude maggiormente. La Juve avrebbe bisogno delle sue grandi giocate per provare a conquistare la coppa dalle grandi orecchie ma Mirko rimane il giocatore in pantofole di sempre e la corsa bianconera in Europa si ferma ai quarti di finale. Arriva, comunque, il secondo scudetto consecutivo.
Siamo all’epilogo: la terza stagione è un vero e proprio calvario. Arrivano Fernando Llorente e Tevez e per lui non c’è più spazio. Si fa anche male a un ginocchio e rimane fermo per più di un mese. Fino al “fattaccio” del mercato di gennaio: Juventus e Inter si accordano per lo scambio Guarín-Vucinić. I giocatori sono contenti, non vedono l’ora di cambiare aria. Mirko svuota il suo armadietto e saluta i compagni. Ma non si fanno i conti senza l’oste, ovvero i tifosi interisti, che inscenano una vera e propria insurrezione: lo scambio non sa da fare e non si farà. Mirko torna mestamente a Torino, sa che il suo tempo è comunque scaduto, c’è solo da aspettare che termini il campionato.
E la fine arriva e, con essa, la cessione di Vucinić al club arabo dell’Al-Jazira.
Tre scudetti, due Supercoppe italiane, difficile sostenere che Vucinić sia passato senza lasciare traccia nella storia bianconera. Ma il rimpianto di quel famoso passettino in più rimasto nell’aria, è pesante come un macigno.