Gli eroi in bianconero: Josè ALTAFINI

Pionieri, capitani coraggiosi, protagonisti, meteore, delusioni; tutti i calciatori che hanno indossato la nostra gloriosa maglia
24.07.2021 10:23 di Stefano Bedeschi   vedi letture
Gli eroi in bianconero: Josè ALTAFINI
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© foto di Federico De Luca

«È un fanciullo mai cresciuto, ha il cuore ovunque e una valigia sempre pronta con camicie e pigiama, un giramondo che vive alla giornata, ma che costruisce il futuro con astuzia. Interpreta il calcio come un pioniere romantico, il professionismo gli dà quasi un senso di noia. Ma davanti a un pallone si diverte un mondo, in allenamento come in partita. E l’obiettivo è soltanto uno: trafiggere i portieri, in che modo non importa, basta che il pallone gonfi la rete».
Dunque sono nato… Quando non lo ricordo, ma mia madre ha sempre detto che erano le nove e mezzo di sera del 24 luglio 1938: ed io, a quello che dice Mamma Maria ho sempre creduto. Mamma Maria è originaria di Lendinara in provincia di Rovigo come mio nonno Luigi. Mio padre Giaoacchino, invece, è nato a Caldomezzo.
Ho passato l’infanzia come tutti i bambini brasiliani poveri: studiando il mattino e lavorando – quanti lavori ho fatto pur se a metà – il pomeriggio. Ho parlato prima di povertà: per tirare avanti, mamma e papà dovevano lavorare dalla mattina alla sera: la mamma in casa a tirare su noi piccoli e papà nelle piantagioni di canna da zucchero che crescono attorno a Piracicaba.
Piracicaba è un paesone (o meglio una cittadina) nello stato di San Paolo: da quelle parti, ci sono due cose che accomunano tutti quanti i bambini: la passione per il calcio e il cibo. Che è sempre o quasi quello: una bella scodella di «feijaos e arroz» ovvero riso e fagioli.
Quando ero bambino, la mamma aveva adottato per me un soprannome un po’ strano: mi chiamava «Quica», come il tamburello che serve, a Rio, ad accompagnare il samba durante il carnevale. Perché «Quica»? Forse perché ero duro com’è dura la pelle del tamburo o forse perché volevo sfondare a ogni costo come sognano tutti i poveri in ogni parte del mondo.
Sì, volevo sfondare, perché non mi andava di continuare a mangiare riso e fagioli; perché non mi andava di continuare a fare i conti con il soldino da risparmiare. E speravo di sfondare quando studiavo; quando facevo il garzone da barbiere; quando scaricavo camion di saggina; quando lucidavo mobili. E volevo sfondare perché non mi volevo trovare, vecchio, a lavorare ancora nelle piantagioni di canna da zucchero, i «canaviais».
Con tutta la rabbia che avevo in corpo, quindi, appena potevo prendevo a calci una palla quasi sempre fatta di stracci: e lo facevo a piedi nudi perché di scarpe, ognuno di noi, ne aveva un solo paio che serviva quando mettevamo il vestito buono la domenica. Giocavamo dappertutto: anche perché lo spazio non era certo un problema: attorno a Piracicaba c’erano prati e campi che la nostra fantasia trasformava in altrettanti Maracanà.
La mia prima squadra fu il Club Atletico Piracicabano, serie B, del quale entrai a far parte che ero un bambino o poco più. In quella squadra eravamo dilettanti per cui quando – era il ‘55 – Idillio Gianotti, un commerciante di Piracicaba, mi propose di andare a San Paolo a provare per il Palmeiras, non lo feci nemmeno finire di parlare: gli dissi sì e il giorno dopo partimmo.
Il provino fu tutt’altro che entusiasmante: forse perché Gianotti aveva parlato tanto bene di me, chi mi vide quel giorno rimase un po’ deluso. Ma anch’io avevo le mie buone ragioni: mi avevano schierato mezz’ala che non era il mio ruolo. L’affare, a ogni modo, andò in porto e, come primo ingaggio, ebbi due vestiti, uno grigio e uno blu, e due camicie bianche: forse le prime della mia vita. Alla mia squadra andarono 75.000 lire. Allenatore della squadra ragazzi del Palmeiras era Alfredo Gonzales il quale, dopo avermi visto giocare un paio di volte, mi prese da parte e mi disse: «Ragazzo, tu non sei una mezz’ala; tu sei un centravanti. Il tuo mestiere non è giocare per gli altri ma fare gol. Impara e diventerai grande».
Io seguii a puntino i suoi consigli e, nel giro di un anno, passai dalla squadra ragazzi alla serie A. Nel Palmeiras ero il terzo centravanti: ero chiuso, quindi. Solo che io non ci stavo, tanto è vero che trasformavo ogni occasione che mi si presentava come l’ultima che avevo a disposizione. E mi avventavo come una furia su tutti i palloni. Come feci a Catanduva, durante la mia prima partita, quando, messo in campo col Palmeiras sotto di 4 gol, in 20 minuti segnai due reti e colpii due pali! 
Quello che feci in quella partita mi procurò la promozione in prima squadra per cui a vent’anni mi trovai titolare del Palmeiras e della nazionale Paulista. E a vent’anni diventai anche… Mazola. A chiamarmi così per la prima volta fu Claudio Cardoso, allenatore del Palmeiras quando mi volle con sé.
Perché Mazola? Perché somigliavo al grande Valentino Mazzola e perché in Brasile si usa dare un soprannome a tutti i giocatori. E fu appunto come Mazola che arrivai, con la Seleçao in Italia. Era il ‘58 e noi ci preparavamo ai mondiali che si dovevano giocare in Svezia. Allenatore era Vicente Feola e di quella squadra, ricordo, facevano parte i due Santos, Gilmar e Pelé. Che era poco più che un ragazzino.
In nazionale, esordii contro il Portogallo: il Brasile vinceva 1-0 quando Feola mi mandò in campo a sostituire Pagao. Poco dopo segnai il secondo gol per la mia squadra e diedi a Del Vecchio il pallone del 3-0.
Prima della Svezia, giocai due partite in Italia contro Fiorentina e Milan: identico risultato: 4-0 per noi. Nel Milan ricordo che giocava Ghezzi e ricordo anche che mi raccontò in seguito che non sapeva darsi pace per un gol che gli segnai «em bycicleta». La mia partita contro i rossoneri segnò una svolta importantissima nella mia vita: il presidente Rizzoli, infatti, il giorno successivo mi acquistò per 242 milioni. In Svezia giocai poco: solo due partite e due gol. Ma d’altro canto, centravanti titolare era il grande Vavà e come potevo io, un «Mazola» qualunque, sperare di togliergli il posto?
Rientrati in patria campioni del mondo, trovammo Rio come se ci fosse il carnevale: tutti ci trattavano da trionfatori e tutti ballavano samba. La sera dopo andai a Piracicaba dove mio zio Marchesoni mi comunicò che il Milan mi aveva comperato. Fissata la data di partenza attorno al ferragosto, mi restavano da fare ancora parecchie cose prima di partire, tra le quali sposare la mia ragazza, Eliana D’Addio: il matrimonio fu celebrato nella cattedrale di Praça da Sé.
Dopo un breve viaggio di nozze, via in aereo con destinazione Milano dove trovai ad attendermi il ragionier Carlo Montanari, allora general manager del Milan, che non mi ha più perdonato di averlo costretto a restare in città in uno dei più caldi agosti degli ultimi trent’anni. Era il 18 agosto 1958: avevo vent’anni, tanta voglia di sfondare ma anche, debbo confessarlo, un bel po’ di paura perché sapevo di trovarvi il signor Viani: un orco o poco meno, mi avevano detto quelli che lo avevano conosciuto; un orco che da me si aspettava moltissimo e che, quindi, era ansioso di incontrarmi. Allora il signor Viani era il vero padrone: al Milan non si faceva nulla senza prima chiederglielo. E le sue parole erano vangelo! In questo campo, Viani è stato assolutamente inimitabile: tutta la squadra dipendeva da lui ed era lui che faceva il bello e il brutto tempo.
Quando arrivai al ritiro precampionato, ero completamente spaesato, ma credo che mi si possa capire: il trasferimento in Italia, il matrimonio, il viaggio, il cambio di abitudini, tutto conferiva a fare di me una specie di disadattato. La prima partita che disputai, con la mia nuova maglia, fu un’amichevole a Monza. Che disastro fu! La gente mi fischiò, ma d’altro canto penso di aver diritto a qualche attenuante. Io, in Brasile, ero abituato a giocare in un determinato modo perché là si giocava così: in Brasile quando uno prendeva la palla cercava di risolvere il problema da solo; in Italia, invece, era tutto diverso; c’erano degli schemi da rispettare; c’era un certo gioco da fare. Ed io, a tutto questo, non ero abituato né tecnicamente né psicologicamente.
Alla fine della partita, Viani mi prese da parte e cercò di farmi capire che in Italia bisognava agire in un modo diverso e che, anche se ero campione del mondo, non è che quelli vicino a me fossero, pellegrini o quasi. Quello di Viani fu senza dubbio un rimprovero giusto; un rimprovero che mi fece bene tanto è vero che la volta dopo, a Lugano, segnai 4 gol. La lezione l’avevo imparata subito e poi mi ero accorto che, con Liedholm e Schiaffino a fianco, strafare non aveva senso: bastava aspettare la loro imbeccata per fare gol. E in quel campionato, debbo dirlo, «Liddas» e «Pepe», di imbeccate me ne diedero a non finire tanto è vero che, in 32 partite, segnai 28 gol! Che Milan era quello! Oltre a me, Schiaffino e Liedholm; c’erano Radice e Grillo; Buffon e Salvadore e Maldini e Galli! In tutto un campionato, la squadra non perse un incontro!
Ma se il Milan non perse, quell’anno, nemmeno una partita, io ne persi due. Per malinconia; per quella maledetta «saudade» che a noi brasiliani, prima o poi, ci prende. Era, la mia, una «saudade» di Piracicaba; di casa mia e di mia moglie; del mio mondo, insomma. Lo so benissimo che un professionista serio non dovrebbe soffrire di questi mali: io però, ero un professionista di vent’anni sbattuto lontano migliaia di chilometri dai suoi affetti e anche se al Milan avevo trovato amici più che colleghi, pure, non ce la facevo e soffrivo. E soffrendo non riuscivo a dare, in campo, quello che avrei voluto. Ma c’è di più: per dimenticare la nostalgia; per affogare la «saudade», cercavo di distrarmi nel modo sbagliato, uscendo per night. E fu qui che una sera Viani, informato non ho mai saputo da chi, mi scovò. Io lo scorsi appena entrato e per cercare di sfuggirgli mi buttai a pesce dietro un divano. Ma inutilmente: lui vide la mia mossa e si fece un’idea sbagliata sul mio conto.
L’incontro che ebbi il giorno dopo con Viani me lo ricorda ancora: lui mi diede del «coniglio»; mi disse che non avevo il coraggio delle mie azioni e che, così come tiravo indietro la gamba in campo, lo stesso facevo nella vita privata. Ma che coniglio e coniglio! Io ero malato! Malato di dentro dove nessuno può vederti; dove non c’è medico che ti possa fare la radiografia. Come Dio volle, ad ogni modo, guarii, anche perché dal Brasile arrivò mio zio Marchesoni ed io bagnai la mia prima stagione italiana con lo scudetto.
Con Viani non è che io ci sia mai andato molto d’accordo: ma d’altra parte, tra il suo carattere e il mio le distanze erano incolmabili. E poi, sembra impossibile, tutte le volte che io parlavo, lui non mi capiva. Come quando, l’anno dopo il mio arrivo, ad Alessandria, mi trovai di fronte Rivera per la prima volta e, alla fine della partita, dissi a Viani: «Mi metta accanto quel ragazzino e vedrà i gol che faccio». Nel Milan, con me, giocavano Liedholm e Schiaffino, due signori giocatori, ma quel ragazzino magro con i capelli tagliati a spazzola e gli occhi impauriti era sin da allora migliore di tutti e due messi assieme. Viani non mi diede ragione ma si informò su Rivera che, infatti, nel ‘60 arrivò al Milan.
Nel frattempo io diventai… oriundo, nel senso che si scoprì, in un vecchio baule che mio padre e mia madre conservavano a Piracicaba, il passaporto di mio nonno Luigi. E diventando oriundo divenni anche nazionale e giocai contro Israele a Tel Aviv assieme a Mora, Lojacono, Sivori e Corso. In Israele feci due gol e quando tornai a Milano misi la maglia azzurra assieme a quella gialloverde del Brasile: per me, quelle due maglie, valgono uguale e di più di qualunque altra! Arrivato alla Nazionale contro Israele, continuai a indossare la maglia azzurra per altre cinque volte e feci parte anche della spedizione ai mondiali del Cile.
Ero reduce da un altro scudetto e speravo proprio di fare bella figura: sapevo che il calcio italiano si attendeva molto da me. Appena arrivai in Cile, andai a trovare Pelé e gli diedi appuntamento per la finale che, secondo me, poteva essere soltanto Italia-Brasile. Ma una cosa sono le speranze e un’altra tutta diversa è la realtà fu quanto di più amaro ci potesse essere: facemmo 0-0 con la Germania e perdemmo con il Cile. E così tornammo a casa bastonati. Bisognava cambiare tutto e la prima decisione fu di precludere, alla gente come me, l’azzurro. Io, quindi, mi trovai impossibilitato a essere ancora italiano e con la certezza di non poter mai più giocare nemmeno come brasiliano! Mica male in verità!
Al Milan, nel frattempo, era arrivato Rivera che mi aveva dato ragione in pieno tanto è vero che il campionato ‘61-‘62 lo rivincemmo noi dopo due anni di Juve: quella di Boniperti, Charles e Sivori. Rientrato dal Cile, come allenatore trovai Rocco: Viani era ancora general manager e tra lui e il «paron» le liti erano all’ordine del giorno. E volete sapere a causa di chi? Ma di Altafini perbacco! Per Viani, infatti, io ero quel coniglio e quel vigliacco che lui aveva sempre predicato mentre per Rocco ero un grande giocatore. E siccome Viani e Rocco erano veneti, quando litigavano lo facevano nel loro dialetto a base di parole come «zocador», «monade» e così via.
Avendo vinto il campionato, il Milan aveva acquisito il diritto di fare la Coppa dei Campioni: il 22 maggio 1963, alla finale di Wembley ci trovammo contro il Benfica di Eusebio. La partita, per noi, cominciò che peggio non si sarebbe potuto: in campo c’erano solo i portoghesi che infatti andavano al riposo in vantaggio di un gol. Nell’intervallo, Rocco mi aggredì e in veneto come fa sempre quando è arrabbiato mi urlò: «Ciò Iòse g’ha razon Gipo: ti sé un coniglio». La sgridata di Rocco fece effetto: nella ripresa mi sentii trasformato e segnai due gol: il Milan divenne campione d’Europa e Rocco mi abbracciò dicendo: «Ciò, Iòse, ti sè un gran zocadòr».
Purtroppo, quella di Londra fu l’ultima partita di Rocco al Milan: il «paron» aveva accettato le offerte del Torino e se ne andava: al suo posto arrivava Carniglia e a quello di Rizzoli, Felice Riva. Per me invece arrivò… l’inferno. Andammo a giocare la Coppa Intercontinentale in Brasile contro il Santos e rimediammo botte e gol: tutti tornammo a casa letteralmente pestati con la sola eccezione rappresentata dal sottoscritto. E questo diede l’opportunità a Viani per accusarmi ancora una volta di vigliaccheria. La prima reazione fu di andarmene ma restai: il Milan però finì a pezzi e la cosa fece ancora più impressione perché il suo posto lo prese l’Inter di H.H.
Come Dio volle, a ogni modo, il campionato finì e quando arrivò il momento di firmare il contratto per il ‘64, il presidente continuò a rimandare giorno dopo giorno di incontrarsi con me. E siccome io, se non ho il contratto non mi alleno perché non voglio rischiare, ecco che rispuntò Viani con il solito discorso del coniglio. Io, a queste parole, avevo ormai fatto l’abitudine per cui non gli davo peso: non sopportai però l’affermazione di Riva che mi diede del ricattatore perché non avevo voluto accettare un contratto a rendimento: chi mi avrebbe, infatti, valutato? Il 15 settembre 1964, quindi presi la nave e tornai in Brasile deciso a smettere di giocare piuttosto di tornare al Milan.
In verità, speravo di riprendere là a giocare tanto più che pensavo di poter contare sull’amicizia di Pelé. Andai da lui perché mi raccomandasse al Santos e lui, a parole mi diede le più ampie garanzie. In pratica, però, mi tirò alle gambe dicendo a tutti che non ero più un giocatore ma solo un piantagrane. Nel frattempo, però, il Milan aveva perso la sua lucentezza ed io, che oltre tutto non ero allenato, non potevo fare miracoli: arrivato a Milano il 31 gennaio 1965, il 7 febbraio rientrai in squadra. Ma il Milan perse. E tornò a perdere la domenica dopo e dopo ancora: in poche parole, la squadra si sfasciò di colpo e la responsabilità di tutto la buttarono su di me. Dietro di noi, quando io arrivai, c’era l’Inter a 7 punti: alla fine del campionato, saranno i nerazzurri i campioni d’Italia.
Viani – che forse non aspettava altro – mi fece pagare la sua… sconfitta di alcuni mesi prima e me la fece pagare con gli interessi. Appena fu sicuro della vittoria dei nerazzurri, con me presente urlò a Riva: «Ha visto presidente il suo Altafini? Glielo dicevo io: quello non è un giocatore, è un coniglio!». E fu questa immagine che mi restò scolpita nel cervello; fu quest’offesa che rifiuto perché non merito che mi fece giurare davanti a Dio e davanti agli uomini che nel Milan non ci sarei rimasto. Nemmeno dipinto.
Lasciato il Milan passai al Napoli di Fiore. Dopo anni che il Napoli aveva, nella migliore delle ipotesi, vegetato, i suoi dirigenti volevano che «vivesse»: e per questo si erano dati da fare per allestire una squadra molto forte. Assieme a me comprarono anche uno dei più grandi giocatori mai esistiti: quel Sivori che, dopo esser stato uno dei punti di forza della Juve, giungeva carico di fama (e di pettegolezzi) all’ombra del Vesuvio. Sui rapporti – e sulle liti – tra me e Omar si sono scritti romanzi: niente di vero però. Non è vero che tra brasiliani e argentini non corra buon sangue; non è vero che gli argentini considerino i brasiliani dei sottosviluppati. O per lo meno non lo è mai stato per me, tanto è vero che mi sono sempre trovato benissimo con gli argentini: oltre a Sivori, infatti, sono stato a fianco di Grillo, di Vernazza e sempre con ottimi risultati.
Quando fui ceduto al Napoli e quando seppi che avrei trovato Sivori, feci l’impossibile per fare con lui il viaggio da Milano a Napoli. Fu un viaggio lunghissimo nel corso del quale gli dissi: «Omar, con la tua classe e i miei gol possiamo fare quello che vogliamo. E se facciamo buona figura, oltre a guadagnare un mucchio di soldi, possiamo vivere in una delle città più belle e affettuose del mondo». El cabezon – Omar l’ho sempre chiamato così – mi disse che era d’accordo e infatti all’inizio tutto andò al meglio.
Era l’estate del ‘58, avevo 26 anni e tanta amarezza dentro per cui quando mi trovai in una città dove la gente mi osannava, mi sentii di nuovo a casa mia. Mi pareva di essere a Rio quando tornai in Brasile campione del mondo. E anche se Pesaola ci faceva lavorare come dei forzati ero felice come una pasqua tanto più che il raccordo tra me e Sivori era perfetto e in campo filavamo in perfetto amore. Il primo anno, grazie ai suoi suggerimenti, segnai 14 gol in 34 partite: il Napoli finì terzo a cinque punti dalla grande Inter di Herrera. L’anno successivo andò addirittura meglio: il Napoli finì secondo ed io segnai 16 gol in 27 partite diventando una specie di re di Napoli.
Purtroppo però a Sivori, che era un ipersensibile, non andava giù che tutti parlassero solo di me perché facevo i gol e non di lui che li suggeriva: rinacquero quindi gli screzi che già mi avevano addolorato a Milano e diminuirono di conseguenza i gol. La gente cominciò a parlare di incompatibilità tra me e Sivori, di liti che finivano a sberle, ma non è vero: diciamo che Omar non se la sentiva più di farmi da gregario e che io, senza i suoi suggerimenti, non riuscivo più a trovare con la necessaria frequenza la via della rete. Malgrado tutto, di tanto in tanto riuscivo ancora a inventare reti da manuale, da «esagerato» come diciamo in Brasile. Una la segnai al Bologna in una partita che i rossoblù dovevano vincere a ogni costo. Mancavano pochi minuti alla fine quando feci gol: la gente rimase come ammutolita e poi si alzò ad applaudirmi per la bellezza di tre minuti: una cosa da non credere! Io piansi in mezzo al campo come un bambino perché come un bambino mi trovai pieno di gioia.
Ma i momenti di grande gioia erano sempre meno: sentivo che attorno a me aumentava la gente che non aveva più fiducia nelle mie possibilità tanto è vero che, alla vigilia del campionato ‘71-‘72, l’ingegner Ferlaino mi propose un contratto a rendimento: per tanto che fai, tanto ti paghiamo. A fine stagione sei libero di andare dove ti pare. Il Napoli voleva fare l’affare ma la stessa cosa la volevo anch’io: e alla fine mi trovai libero di scegliere la società dove andare con un mucchio di gente che mi voleva. Scaduto il contratto con il Napoli, mi trovai… disoccupato. Ma senza problemi in quanto sapevo che un posto lo avrei comunque trovato. Mentre ero ancora in azzurro, infatti, Herrera, che allora allenava la Roma, mi invitò a casa sua. Era l’aprile del ‘72 e il «Mago», molto gentilmente, mi disse che, se avessi voluto, il centravanti della Roma, l’anno successivo, sarei stato io.
«Di lei – aggiunse – farò un nuovo Di Stefano». Quando uscii dall’abitazione di Herrera era tutto praticamente fatto. Qualche giorno più tardi parlai con Anzalone col quale discussi il mio contratto: l’accordo fu trovato sulla base di 50 milioni più un milione a gol. Tutto a posto, quindi, niente da ridire senonché io, alla Roma, avrei dovuto andarci tanti anni prima; prima ancora che al Milan. Allora giocavo nel Palmeiras e su di me erano puntati gli occhi della società giallorossa che, anzi, mandò un suo osservatore a seguire Vasco De Gama-Palmeiras. Alla fine del tempo, eravamo in vantaggio per 2-0. Nell’intervallo, però ci fu detto chiaro e tondo che, se non avessimo perso, non saremmo usciti vivi dal campo. Io non sono mai stato un coniglio ma nemmeno un kamikaze: io, alla vita, ci tenevo e ci tengo per cui, ogni volta che il pallone mi arrivava tra i piedi, mi buttavo a terra, mi contorcevo, gridavo come un ossesso. O come un epilettico: e fu proprio a causa di questa «epilessia» che la Roma, nel ‘58, non mi prese.
Per la verità non mi prese nemmeno nel 1972 ma per una ragione tutta diversa: Ferlaino, visto il mio ultimo campionato, aveva deciso di guadagnare sul mio trasferimento e, grazie a un cavillo, non mi concesse più la lista gratuita. Come tesserato del Napoli, quindi, mi mise sul mercato: il mio cartellino costava dei soldi e se lo assicurò la Juve. Io non centravo per niente, ma una volta di più fui io a farne le spese: Herrera, infatti, mi definì «donna da marciapiede» perché – secondo lui – a me interessavano solo i soldi. E così, sfumato per la seconda volta il mio passaggio alla Roma, mi trovai alla Juve allora diretta da Boniperti – mio nemico ai tempi in cui giocava con Sivori e Charles – e Allodi, altro nemico ai tempi in cui, con Moratti e H.H., era uno dei tre artefici del «miracolo nerazzurro».
Perché Boniperti e Allodi mi acquistarono? Probabilmente perché la Juve aveva bisogno di una balia per i suoi molti giovani che, vincitori del campionato, erano attesi alla Coppa dei Campioni. Quando arrivai al ritiro di Villar, scoprii che qualche mio compagno di squadra imparava a leggere a scrivere quando io diventavo campione del mondo con il Brasile. Vycpalek — che allora allenava la Juve — era un acceso fautore della linea verde per cui, per me, tante possibilità di giocare non ce n’erano. A me però, anche così, andava bene lo stesso tanto più che ogni volta che mi veniva concessa la fiducia, trovavo modo di ripagarla a suon di gol.
L’inizio non è stato dei più promettenti a causa di un eccesso di zelo da parte mia. Ci tenevo ad arrivare a Torino tirato il giusto e per questo, durante l’estate, seguii una dieta alimentare che poi, però, si rivelò eccessiva. I tre chili persi, penalizzavano oltre misura muscoli e gambe sicché, le mie prime apparizioni delusero i tifosi, anche perché dovevo sostituire Bettega. Finii presto in panchina, finché mi sbloccai definitivamente. E da lì, furono rose e fiori.
E gol pesanti, come il 3 dicembre ‘72, con la Juve che rimonta e batte 2-1 la Fiorentina o il 21 gennaio ‘73, rete che schioda lo 0-0 con la Roma e ci fa restare in corsa per la conferma tricolore. Per non parlare poi del gol all’Olimpico, il 20 maggio ‘73: noi che all’ultima di campionato inseguiamo il Milan a un punto, noi che perdiamo al riposo, ma anche il Milan perde a Verona, ed ecco il mio golletto di testa per l’ 1-1. Poi ci penserà Cuccu al 2-1 che entra nella leggenda.
Mi trasformo anche in re di coppa: salvo la squadra dall’eliminazione a Budapest, nei quarti di finale, segnando all’Ujpest il gol della speranza. Poi travolgo i britanni del Derby County del presuntuoso Clough in semifinale, con due reti e una partita monumentale. Le speranze di vincere la Coppa dei Campioni si infrangono purtroppo in finale, contro la grande Ajax di Cruijff.
L’anno dopo non vinciamo nulla, ma le 21 presenze e i 7 gol si ripetono puntuali. E nel ‘74-‘75 torno a frequentare la leggenda: a 37 anni, segno 8 volte in 20 partite e, soprattutto, gonfio la rete nella partita-scudetto contro il “mio” Napoli, regalando l’ennesimo triangolino tricolore alla squadra bianconera.
«Josè è un fenomeno di longevità e, per certi versi, ricorda Matthews, l’ala britannica che fu nominato baronetto dalla regina di Inghilterra per meriti sportivi. Ma Josè si risparmia, ha il senso della parsimonia anche sul campo; entra per sostituire un compagno ed ha già i muscoli caldi. Tocca quattro palloni e al quinto fa piangere il portiere. Porta via il piede dai tackle dolorosi, ma lo mette nel momento della verità, come i grandi toreri», dicono.
Smetto a 38 anni. Anzi no: dalla Svizzera chiama il Chiasso che lotta in serie B, ed io vado per dare una mano anche ai cugini elvetici. Mi richiamano nuovamente nel ‘79, due anni dopo: stavolta in palio c’è la permanenza in A, centrata regolarmente grazie ai miei gol. L’ultima recita di un’avventura stellare.
Sono del segno del leone, come Napoleone; tutti i leoni sono grandi, intelligenti e buoni. Sono allegro, bonaccione, spensierato, giocherellone, pronto a dare un sacco di vivacità alla mia vita e a quelle persone a cui questa vivacità manca; io voglio bene alla gente, sono sempre disposto ad assecondare i loro pensieri e le loro idee, difficilmente contraddico qualcuno. Nella mia vita, non credo di aver mai fatto male a qualcuno; la mia fede è questa, siamo tutti uguali: il ricco, il povero, il bravo, l’onesto e il cattivo. A volte, penso che l’unico torto della mia vita è stato quello di non aver avuto tanta grinta. Ora, a distanza di tanti anni, posso assicurare che un coniglio non lo sono mai stato; resto sempre un leone, con tutti i miei difetti e i miei pregi.
Quando arrivai alla Juve, sapevo benissimo qual era il mio compito: in una squadra di ragazzi avrei dovuto fare la «balia». Bene: io, certe cose le capisco ma non dimentichiamo mai che sono nato in Brasile e che l’entusiasmo è parte importantissima del mio carattere. Ecco quindi perché, pur riconoscendo tutto, quando l’allenatore mi diceva di star fuori io ci soffrivo. E ne contestavo le decisioni. Tanto più che mi sentivo bene; che mi accorgevo, in campo, di rendere secondo le mie possibilità e di non essere per niente quel vecchione» che la carta d’identità denunciava.
Quando uno sceglie il mio mestiere, non può non tenere sempre presente la disciplina; non può essere un anarchico o un protestatario: deve, al contrario, accettare in silenzio le decisioni dell’allenatore e, proprio per dimostrargli che ha avuto… torto, deve lavorare per essere sempre al meglio e per poter sempre rispondere in modo positivo alle sue chiamate. Chiuso.