Gli eroi in bianconero: Josè ALTAFINI

Pionieri, capitani coraggiosi, protagonisti, meteore, delusioni; tutti i calciatori che hanno indossato la nostra gloriosa maglia

24.07.2020 10:30 di  Stefano Bedeschi   vedi letture
Gli eroi in bianconero: Josè ALTAFINI
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© foto di Federico De Luca

È un fanciullo mai cresciuto, ha il cuore ovunque e una valigia sempre pronta con camicie e pigiama, un giramondo che vive alla giornata, ma che costruisce il futuro con astuzia. Interpreta il calcio come un pioniere romantico, il professionismo gli dà quasi un senso di noia. Ma davanti a un pallone si diverte un mondo, in allenamento come in partita. E l’obiettivo è soltanto uno: trafiggere i portieri, in che modo non importa, basta che il pallone gonfi la rete.

Inizia a fare sfracelli giovanissimo, nel Palmeiras: lo chiamano “Mazola” per la somiglianza con il compianto Valentino Mazzola, leader del Grande Torino diventato famoso in una tournée in Brasile molti anni prima.

L’Italia lo nota in un’amichevole tra la Fiorentina e il suo Brasile: il Milan lo intercetta prima dei mondiali in Svezia, che la Seleçao vince incantando: il bomber gioca 3 gare e segna 2 reti, mettendo in luce un fiuto speciale per il gol, tecnica tipicamente brasiliana abbinata a un fisico da sfondatore e a un repertorio pressoché perfetto.

La prima stagione con le strisce rossonere è un tripudio: il giovane carioca, agli ordini di Gipo Viani, realizza la bellezza di 28 reti, regalando il settimo scudetto al club meneghino. Arrivano anche 4 gol in 4 partite di Coppa Italia: il totale è di 32 gol in 36 partite, una media pazzesca per un ventenne, peraltro proveniente da un altro continente.

All’inizio fu dura battere la saudade ma Josè era forte e allegro, e lo aiutò molto l’arrivo in Italia dello zio Angelo Mascheroni. Questa mossa non piacque al burbero Viani, che nel frattempo iniziava a pedinare il bell’Altafini: quando lo beccò in un night milanese, il rapporto divenne invivibile. Altafini si nascose dietro un divanetto, Viani andò via e da allora lo chiamò “Coniglio”, ferendolo nell’orgoglio.

Altafini, che ama la vita, risponde sul campo: lo scudetto è gran parte merito suo, in un telaio impreziosito dalla geniale regia di Liedholm. «Non ero nemmeno ventenne e da quel momento, grazie al Milan, è cambiata la mia vita. Essere rossonero ha voluto dire imparare a essere uomo».

Altafini diventa immediatamente, nel cuore dei tifosi, l’erede del bisonte Nordhal. Segna in tutti i modi, è un uragano spettacolare in campo e fuori dal campo. Un idolo, un fenomeno, un attaccante con i controfiocchi. «È stato amore a prima vista, il Milan ce l’ho nel sangue. Io venivo da un altro mondo e ho incontrato persone stupende: grandi dirigenti, tecnici di grido, un’organizzazione fantastica».

Al secondo anno totalizza 28 gol in 40 partite, ma il Milan arriva solo terzo e in Coppa Campioni è eliminato dal Barcellona.

Il 1961 è anno della svolta: è l’ultima stagione di Liedholm e la prima di Rivera, il Milan arriva secondo ma altri 26 gol di Josè e le sue origini italiane gli valgono la chiamata in azzurro. Debutta nell’ottobre 1961, segnando un gol nel 4-2 in Israele.

Purtroppo i Mondiali in Cile (1962) sono una disfatta e gli oriundi sono fatti fuori: dopo sole 6 gare (con 5 gol), Altafini non può più giocare in Nazionale e, forse, si pente di aver rinunciato al Brasile.

Intanto al Milan continuano i conflitti con Viani, che vorrebbe cacciarlo: ma l’arrivo di Nereo Rocco pone Altafini tra gli intoccabili. «È un coniglio», tuona Viani; «Monade» ribatte Rocco: «El sè xe un gran zogador».

Nereo Rocco, come sempre, ha visto giusto, e il 1961-62 diventa trionfale. Altafini trascina il Milan: ormai temutissimo in tutta Italia, il bomber è un centravanti indomabile che conosce l’area di rigore come pochi.

È furbo, è lesto: ha tecnica e arguzia, rapidità, fiuto, potenza. Nordhal era un bisonte che sfondava le difese con la forza, non aveva un piede di velluto; al tempo stesso, Rivera era un raffinato genio del pallone, ma non possedeva la prestanza di un centravanti vero. Altafini aveva entrambi: spada e fioretto.

Con 22 reti mirabolanti permette al Milan di rivincere lo scudetto e tornare in Coppa dei Campioni. E l’Europa segnerà la consacrazione e l’incoronazione del fuoriclasse di Piracicaba.

I rossoneri si qualificano per la finale di Wembley, avversari del Benfica di Eusebio. In campionato Altafini ha avuto un piccolo calo e per la prima volta in 5 stagioni non ha sfondato il tetto delle 20 marcature, fermandosi a 11.

La finalissima è la notte del riscatto, l’apice di una carriera. Il Milan va sotto e gioca male: nell’intervallo il Paròn scuote l’orgoglio dei suoi («Ciò, Iosè, el ga razon Gipo, ti sè un conejo») e nella ripresa capitan Cesare Maldini si prende l’autorità di cambiare le marcature assegnate ai suoi compagni: le panchine troppo lontane non permettevano l’interagire tra tecnico e giocatori, così il Capitano diventa l’allenatore in campo.

E il Milan si trasforma: trascinato da Altafini, che segna una memorabile doppietta, vince 2-1 e alza la Coppa al cielo, primo euro trionfo di un’italiana. Altafini, con 14 gol, è il capocannoniere della competizione. Per lui sono 31 i centri totali di una stagione indimenticabile. «Senza i crampi sarei andato a segnare anche il terzo gol», disse a fine gara.

Gli porsero i complimenti di Helenio Herrera, e lui guascone come sempre sorrise «Quello sì che se ne intende».

L’amore col Milan è alle stelle: «Al Milan devo tutto. Forse altrove avrei guadagnato di più, ma questa è una società che mi ha permesso di vincere 2 scudetti e una Coppa Campioni, che mi ha insegnato tutto».

Il 1964 si conclude con altre 19 reti (14 in campionato) e la beffa dell’Intercontinentale “regalata” dall’arbitro Brozzi ai brasiliani del Santos. Altafini era sempre più un idolo per la torcida e un killer temutissimo da portieri e difensori. Animale di razza, predone d’area, panzer implacabile.

Il 1964-65 segna però la rottura col Milan: il presidente Riva continuava a rinviare il rinnovo di contratto e Altafini, stufo, scappò in Brasile: «senza contratto non gioco». Si allenava col Palmeiras ma presto gli venne la nostalgia della maglia rossonera, e a Natale mandò una cartolina al Presidente. Viani non si fa intenerire e pone il veto al suo rientro ma Riva si ammorbidisce e ai primi di febbraio Josè è reintegrato in rosa.

Ma il passato non torna: il Milan è primo con 9 punti sull’Inter, ma il fato vuole che il rientro di Altafini coincida con un calo incredibile. Altafini non è più lui e lo scudetto va all’Inter: 54 punti i nerazzurri, 51 il Milan. Per Altafini, solo 3 reti in 12 gare e un addio ormai inevitabile. «Ho un solo rammarico: essere considerato un mercenario perché, primo tra tutti, avevo uno zio che era il mio procuratore. Oggi lo fanno tutti i calciatori, allora era quasi una colpa».

La rottura a questo punto è completa, e il bomber brasiliano è per la prima volta messo al mercato. Il Napoli fa follie e acquista Altafini dal Milan e Sivori dalla Juve.

L’inizio è spumeggiante, la coppia dà spettacolo e al primo anno Josè segna 14 gol. L’intesa con Sivori ammalia gli entusiasmi facili del San Paolo: altri 16 gol nel 1967, il bomber è tornato il feroce animale da gol che tutti conoscono. E si ripete anche alla terza stagione, con 13 centri.

L’età avanza, Sivori col tempo inizia a predicare copertine solo per lui e la vita inizia a farsi dura. Altafini gioca un po’ meno e chiude il 1969 con soli 5 gol. L’anno dopo ne fa 8, nel 1971 chiude a 7. Il cannoniere brasiliano sembra in declino e gli propongono un ingaggio “a gettone”: la stagione, con 8 reti, è positiva e, invece di segnare l’ultima tappa della carriera di Altafini, lo rilancia.

Nel 1972, a 34 anni, accetta un altro contratto “part time”, ma nientemeno che dalla Juventus, la rivale di un tempo.

A Napoli è tumulto, a Torino Josè deve fare da balia ai giovani campioni di Madama. La sfida è molto stimolante: la Juventus, che lo prende come panchinaro di lusso per titolari che si chiamano Bettega e Anastasi, vuole bissare lo scudetto numero 14, il primo di Vycpálek, e provare seriamente a vincere la Coppa dei Campioni.

La scommessa di Josè è vinta, il vecchio ragazzo ci sa ancora fare. 23 partite di campionato, intere o spezzoni, e 9; una più di Bettega e Causio, tre più di Anastasi che spesso gli deve lasciare il posto.

«L’inizio non è stato dei più promettenti a causa di un eccesso di zelo da parte mia. Ci tenevo ad arrivare a Torino tirato il giusto e per questo, durante l’estate, seguii una dieta alimentare che poi, però, si rivelò eccessiva. I tre chili persi, penalizzavano oltre misura muscoli e gambe sicché, le mie prime apparizioni delusero i tifosi, anche perché dovevo sostituire un certo Roberto Bettega. Finii presto in panchina, finché mi sbloccai definitivamente con la rete del successo realizzata in Juventus-Fiorentina. E da lì, furono rose e fiori».

E goal pesanti, come il 3 dicembre 1972, Juventus che rimonta e batte 2-1 la Fiorentina (suo il goal decisivo), o il 21 gennaio 1973, Juventus che schioda lo 0-0 con la Roma e resta in corsa per la conferma tricolore. Per non parlare del goal allo stadio Olimpico, il 20 maggio 1973: Juventus che all’ultima di campionato insegue il Milan a un punto, Juventus che perde al riposo con la Roma, ma anche il Milan perde a Verona, ed ecco l’Altafini che ti aspetti, golletto di testa ed è 1-1, poi ci penserà Cuccureddu al 2-1 che entra nella leggenda.

Altafini è anche re di Coppa, salva la squadra dall’eliminazione Budapest, nei quarti di finale, segnando all’Újpest il goal della speranza, e poi travolge i britanni del Derby County in semifinale, con due goal e con una partita monumentale. Le speranze di vincere la Coppa dei Campioni si infrangono in finale, contro la grande Ajax di Cruijff.

L’anno dopo la Juventus non vince nulla, ma le 21 presenze e i 7 goal di Josè, si ripetono puntuali. E nel 1974-75 Josè torna a frequentare la leggenda: a 37 anni, segna 8 goal in 20 partite e, soprattutto, va in goal nella partita-scudetto contro il “suo” Napoli, regalando l’ennesimo triangolino tricolore alla squadra bianconera.

Josè è un fenomeno di longevità e, per certi versi, ricorda Matthews, l’ala britannica che fu nominato baronetto dalla regina di Inghilterra per meriti sportivi.

Ma Josè si risparmia, ha il senso della parsimonia anche sul campo; entra per sostituire un compagno ed ha già i muscoli caldi. Tocca quattro palloni e al quinto fa piangere il portiere. Porta via il piede dai tackle dolorosi, ma lo mette nel momento della verità, come i grandi toreri.

Smette a 38 anni. Anzi no: dalla Svizzera chiama il Chiasso che lotta in serie B, e Josè dà una mano anche ai cugini elvetici. Il Chiasso lo richiama nuovamente nel 1979, due anni dopo: stavolta in palio c’è la permanenza in A, centrata regolarmente grazie ai gol dell’anziano (e ormai sovrappeso) cannoniere. L’ultima recita di un’avventura stellare.

«Sono del segno del leone, come Napoleone; tutti i leoni sono grandi, intelligenti e buoni. Sono allegro, bonaccione, spensierato, giocherellone, pronto a dare un sacco di vivacità alla mia vita e a quelle persone a cui questa vivacità manca; io voglio bene alla gente, sono sempre disposto ad assecondare i loro pensieri e le loro idee, difficilmente contraddico qualcuno. Nella mia vita, non credo di aver mai fatto male a qualcuno; la mia fede è questa, siamo tutti uguali: il ricco, il povero, il bravo, l’onesto e il cattivo. A volte, penso che l’unico torto della mia vita è stato quello di non aver avuto tanta grinta; quando giocavo nel Milan, mi consideravano tutti un coniglio. Ora, a distanza di tanti anni, posso assicurare che un coniglio non lo sono mai stato; resto sempre un leone, con tutti i miei difetti e i miei pregi».