Gli eroi in bianconero: Gianluca VIALLI

Pionieri, capitani coraggiosi, protagonisti, meteore, delusioni; tutti i calciatori che hanno indossato la nostra gloriosa maglia
09.07.2013 08:55 di Stefano Bedeschi  articolo letto 17367 volte
© foto di Daniele Buffa/Image Sport
Gli eroi in bianconero: Gianluca VIALLI

Gianluca Vialli nasce a Cremona il 9 luglio 1964 e proprio nella squadra della sua città natale inizia la carriera, arrivando a disputare 4 campionati in prima squadra, contrassegnati da due promozioni: dalla C1 alla B nel 1980/81 e dalla B alla A nel 1983/84. La villa dei Vialli, a Cremona, che tutti chiamano ancora Castello. Perché sono ricchi, i Vialli. Vecchia storia. «Quello è il figlio di un miliardario», dicevano.

Allora, Gianluca si infastidiva e la madre Maria Teresa smentiva: «Borghesi, ecco che cosa siamo. Diciamo che stiamo bene, non ci lamentiamo di certo. Mio marito lavora ed ha cinque figli grandi: come potrebbe essere ricco? Gianluca ha un modo di fare elegante che non dipende dai soldi, ma dalla tradizione di una famiglia della quale fanno parte ingegneri, professionisti ed anche un rettore universitario».

Nell’estate 1984 passa alla Sampdoria, con la quale esordisce in serie A il 16 settembre, proprio contro i grigiorossi: la partita si gioca a Genova e finisce 1-0 per i padroni di casa. Il suo arrivo coincide col periodo d’oro della società blucerchiata, ancora a secco di vittorie a livello nazionale ed internazionale: negli otto anni di permanenza conquista 3 Coppe Italia (1984/85, 1987/88 e 1988/89), una Coppa delle Coppe (1989/90), uno scudetto (1990/91) ed una Supercoppa di Lega (1991).

Si permette il lusso di dire “no” al Milan; tantissimi soldi alla Sampdoria ed un ingaggio da re. «Ringrazio il presidente Berlusconi, ma voglio restare a Genova. Ho bisogno di un ambiente come questo della Sampdoria. E poi adesso è una grande squadra, hanno smesso di considerarci dei piccoli viziati perennemente con la testa fra le nuvole. Voglio vincere qua, poi ci penserò».

La delusione più grande arriva proprio il giorno della sua ultima partita nella Sampdoria, la finale di Coppa dei Campioni contro il Barcellona persa 1-0 ai tempi supplementari, pochi minuti dopo la sua uscita dal campo. Si rifarà quattro anni più tardi con la Juventus, vincendo il trofeo ai danni dell’Ajax, ed anche in quell’occasione si tratta del passo d’addio: è il coronamento a quattro stagioni indimenticabili in maglia bianconera, iniziate nel 1992/93 con la Coppa Uefa e proseguite con scudetto e Coppa Italia (1994/95) ed, appunto, Coppa dei Campioni (1995/96).

Vialli, all’inizio, vive Torino sognando Genova. Il mare di Nervi è tutta un’altra cosa rispetto al Po e la Juventus è molto lontana dal “Pianeta Samp”, dove Boskov lasciava vivere tranquillamente i giocatori. Nella sua seconda stagione in bianconero, soffre meno la mancanza del mare, ma subisce una serie incredibile di infortuni, tanto da mettere in discussione il prosieguo della carriera. In società parla di lui come di un ex, Trapattoni, quando emigra in Germania, è convinto che Gianluca sia un giocatore sul viale del tramonto.

Lo stesso Vialli racconta la sua metamorfosi da bomber declinante in leader vincente: «Nei primi due anni di Juventus ero “Brancaleone alle crociate” e non capivo. Ma come? Investi miliardi e poi mi fai allenare su un campo di patate, con poca assistenza e mi lasci da solo a preoccuparmi di tutto. Io ho bisogno di un profeta: se penso troppo mi faccio male, sono ossessivo, troppo perfezionista. E mi disperdo, mi deprimo. Io ho bisogno di pensare a giocare e basta. Ora lo faccio, ho attorno uno staff competente che decide per me. Il mio profeta è la Juventus e Lippi è l’uomo chiave».

Lippi e la cura Ventrone lo rimettono in perfetta linea con le esigenze di un calcio atletico e tecnico al tempo stesso. Vedendolo tirato a lucido nel ritiro di “Villar Perosa”, l’Avvocato Giovanni Agnelli, rivolto a Lippi disse: «Scusi, ma questo Vialli  quando è arrivato alla Juventus era grasso come un tacchino, adesso è magro, bello, corre e segna. Cosa gli avete fatto?»

Lippi conosce la cura adatta a guarire tutti i mali di Vialli. Il tecnico gli dichiara la propria stima e lo ripulisce da un aspetto fisico non certo consono ad un grande campione come lui. Vialli ritrova lo scatto e quell’elasticità atletica che a Genova gli avevano permesso goal impossibili in acrobazia. A trentun'anni vola prima sullo scudetto e poi sulla tanto agognata Coppa dei Campioni. Gianni Agnelli ora è entusiasta e non esita a paragonarlo a “Gigi” Riva.

Grande combattente e trascinatore, le tifoserie per le quali ha giocato hanno sempre riconosciuto in lui un esempio da additare agli altri e lo hanno perdonato nei periodi di cali di forma; uno degli ultimi modelli di bandiera di una squadra, di giocatore capace di trascinare undici giocatori con la stessa maglia alla ricerca di un unico obbiettivo: la vittoria.

«Fare il capitano della Juventus è una grandissima soddisfazione, ma anche una grande responsabilità; ci sono molti oneri, ma anche molti onori. Credo che questo ruolo dia una carica psicologica notevole, perché ti senti in dovere di dare tutto quello che hai dentro; la fascia di capitano ti impone di cercare di non essere criticabile, negli atteggiamenti e nel rendimento. Poi, siccome nessuno è perfetto, è difficile poter svolgere questo ruolo nel migliore dei modi, però l’importante è cercare sempre di farcela».

A Genova era più di Mancini. Vialli era il culmine di un progetto, di una squadra irriverente e meravigliosa. Con Pagliuca, Mannini, Pari, Vierchowod, Lombardo, Dossena, Cerezo. Quella di Boskov e di Paolo Mantovani. Luca è stato l’anima più di “Mancio” per i goal e perché Roberto c’era stato prima di lui e ci sarebbe stato oltre lui. Vialli no; fu quella Sampdoria, quella, dello scudetto, della Coppa delle Coppe, della finale di Coppa Campioni persa contro il Barcellona a “Wembley”.

Destro, sinistro, dribbling, testa, rovesciata. Luca segnava in ogni modo. È stato uno di quelli che ha cambiato il modo di giocare degli attaccanti italiani; la congiunzione tra la generazione dei Paolo Rossi e quella dei Totti. Alla Juventus non ha cambiato solo la muscolatura che Zeman ha sempre giudicato sospetta. A Torino, Vialli ha creato un modello per sé stesso eppoi per tutti gli altri. A trenta anni, campione strapagato e celebre, tornava a coprire a centrocampo come uno che doveva prendersi il posto in prima squadra.

Così come si è preso il diploma; da ragazzo aveva abbandonato gli studi al penultimo anno da geometra, a Cremona. Si presentò all’esame nel 1993; 42/60. Per la mamma che ci teneva, per sé stesso che, forse, l’aveva preso come un insulto alla sua intelligenza.

Gianluca ha sempre avuto un rapporto contraddittorio con la maglia della Nazionale: i vari Commissari Tecnici che hanno allenato l’Italia non hanno mai potuto prescindere dalle sue grandi doti dinamiche ed esplose ma, alcune volte, è stato confinato in panchina, come ad esempio nei mondiali casalinghi del 1990, quello che dovevano rappresentare la sua consacrazione a livello mondiale, quando fu costretto a farsi da parte per lasciare spazio al momento magico di Schillaci; le sue caratteristiche naturali di grande leader in campo hanno sempre fatto di lui un personaggio scomodo per le squadre nelle quali ha militato, soprattutto in relazione agli allenatori: da ricordare a tal proposito il conflittuale rapporto con Arrigo Sacchi, alla guida della Nazionale dopo la gestione di Vicini.

Dentro il suo armadietto negli spogliatoi dello stadio “Comunale”, Vialli teneva una piccola fotografia di Arrigo Sacchi, come stimolo a dimostrare all’allora Commissario Tecnico, che aver escluso Vialli dalla Nazionale era stato un clamoroso errore. E tale si rivelò alla luce del tormentato Mondiale di Usa 1994, con il drammatico epilogo ai calci di rigore, e del successivo Europeo, due anni dopo in Inghilterra, culminato con l’eliminazione nella prima fase. Per spiegare il suo divorzio da Sacchi, Vialli dice: «Forse eravamo due galli nello stesso pollaio». E si tolse la soddisfazione di far capire a Sacchi, intenzionato a richiamarlo in azzurro a patto che il resto della squadra lo accettasse, che ne avrebbe volentieri fatto a meno.

Gullit, diventato allenatore/giocatore del Chelsea, chiede al club di ingaggiare Vialli, all’indomani del trionfo della Juventus in Champions League. Il feeling fra i due dura poco, tanto che Vialli viene escluso dalla formazione titolare. Umiliato ma non domo, Gianluca prepara, in silenzio, la sua rivincita, come aveva fatto l’anno in cui vinse lo scudetto con la Sampdoria, all’indomani dei deludenti Mondiali italiani. Con pazienza, aspetta il suo momento, che non tarda ad arrivare.

La squadra londinese non gira e Gullit viene licenziato dal Chelsea, che, nel febbraio del 1998, rilancia Vialli. Nella doppia veste di giocatore/allenatore, guida il Chelsea alla conquista della seconda Coppa delle Coppe, dopo aver eliminato in semifinale il Vicenza dei miracoli di Guidolin. Nello stesso anno vince la Coppa di Lega inglese ed una Supercoppa Europea. Il tutto si aggiunge ad una Coppa d’Inghilterra cui aveva contribuito nel 1997 come centravanti.

Vialli sfiora anche la finalissima di Champions League, dopo aver fatto fuori la Lazio nei quarti, quasi fosse un’altra vendetta da consumare nei confronti delle squadre italiane. E torna persino ad indossare i panni del calciatore, sia pure come saltuariamente, per il suo derby personale con il suo grande amico Roberto Mancini, approdato anche lui nella terra di Albione.

Vialli non ha mai cercato vendette ma solo di fare bene il suo lavoro in un Chelsea che è una multinazionale, dove gli inglesi che fanno i titolari sono pochissimi. Ha dichiarato a “La Stampa”: «Beh, se elimino squadre italiane dimostro che, quando me ne andai dalla Juventus, non lo feci per un posto comodo in calcio di serie B, come qualcuno vedeva il football inglese».

All’Inghilterra ha sempre detto grazie, per avergli dato la possibilità di entrare, da allenatore del Chelsea, in un supermercato ed esserci rimasto tre ore da uomo qualunque senza che nessuno gli rompesse le scatole eppure perché poteva andare a prendersi i biglietti del cinema e tornare a casa col taxi pubblico.

Il Watford di Elton John ha messo in discussione tutto. Ha scelto la serie B, perché ci doveva essere un progetto, un’idea, un futuro, ma c’era solo un nome vuoto. Luca ha smesso di allenare lì, alla periferia della metropoli che adora. Ha cercato una squadra senza candidarsi davvero; desiderava che qualcuno dall’Italia lo chiamasse. L’hanno fatto, ma non quelle che avrebbe desiderato lui.

Ha sperato nella Nazionale del dopo Lippi e nella Juventus del dopo Moggi. Non è andata, forse perché non è un tipo facile per una società, per un presidente e per un direttore sportivo, perché è popolare ed allora scomodo, perché dice di non aver avuto mai un padrone e, probabilmente, è vero.