Gli eroi in bianconero: Baldo DEPETRINI

Pionieri, capitani coraggiosi, protagonisti, meteore, delusioni; tutti i calciatori che hanno indossato la nostra gloriosa maglia
12.03.2021 10:30 di Stefano Bedeschi   Vedi letture
Gli eroi in bianconero: Baldo DEPETRINI
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Una volta nelle squadre di calcio il lavoro non si distribuiva – racconta Vladimiro Caminiti – non lavoravano tutti. Di undici c’era il portiere comandato di parare anche spezzandosi le nocche delle dita; e c’era il centravanti assegnato alle illusioni del gol, a ingrandirsi con quelle, ad appartarsi con quelle.
I terzini facevano i terzini e basta, i mediani si occupavano di marcare e basta, le mezzeali concertavano l’azione del gol uno generalmente con più foga dell’altro che non si affrettava. Una volta, le squadre di calcio avevano i padroni del vapore che erano gli oriundi, e poi furono i nordici, pelandroni con lentiggini e alterigia. Una volta, nelle squadre di calcio dovevano correre in pochi, perché mediocri, perché comandati di correre e basta. Dovevano rompersi le ossa, potevano lamentarsi solo a letto, erano pagati poco e peggio. Rava si ribellò in nome di tutti quelli che non erano attaccanti e famosi.
«Mi sono sempre chiamato Baldo, precisi per favore – mi disse Depetrini, una mattina, a casa mia, era in pastrano nordamericano dal nome del famoso generale, vendeva scatolette, era un muro cadente, non aveva più niente del suo passato di calciatore e i suoi occhi verdi erano gonfi di tutto ma non di speranza.
«Questa di Teobaldo è inventata, mi sono sempre chiamato Baldo. E non staccato, De e poi Petrini, unito, sono stato sempre unito io, ho sempre corso per quattro, dovevo aiutarmi da solo. La Juventus mi aveva preso dalla Pro Vercelli, ero cresciuto nella stessa squadra dove si erano formati Piola e Ferraris II, cioè la Veloce. Cominciai a giocare proprio piccolo, a dodici anni ero qualcuno. I miei lavoravano sul riso, anche mio nonno. Vercelli vive comunque sul riso, lei lo sa?!››
Infatti lo sapevo. Il riso, le discussioni, le contrattazioni, le cancellate alte a proteggere la gente del riso, con le rughe del lavoro duro, la speranza, il guadagno duro, stampate in viso. Vercellesi, col rispetto del centesimo o della lira. Non sprecano, non sprecheranno mai. Risparmiano. Si accontentano di poco. Sono umili e sgobboni. Come Depetrini nel calcio.
«Avevo giocato in serie A con la Pro Vercelli i campionati dal ‘11 al ‘33. Mi facevano marcare Orsi ed io gli rendeva la vita difficile. Non mi incantava quello, non mi ha mai incantato. Non abboccavo alle sue finte. Lui si innervosiva. Bertolini era anziano e mi hanno chiamato a Torino. Nel ‘33-‘34 ho cominciato a giocare per la Juve. Ho giocato diverse volte. Poi ho letto che sono state dieci le partite che ho giocato quel primo anno. Ho esordito come ala destra a Casale. Si vince tre a zero e mi danno a bere un bicchiere di champagne. Ala destra. Ho fatto un gol. Ho sostituito Sernagiotto».
Rivangando il passato, si rallegra, diventa eloquente.
«Una vita ho giocato poi con la Juve, sedici anni consecutivi, dal 1933 al 1950, ne ho passate di tutte, ci sono stati i momenti bui, io ho rischiato pure di retrocedere con la Juve, dovettimo andare con Rosetta allenatore in ritiro a Torre Pellice. Però non ho guadagnato molto, era diverso ai miei tempi... E con la guerra di mezzo...».
Il calcio dava a pochi, togliendolo anche a quelli come Depetrini. Orsi lo pagava anche Mussolini, Depetrini no.