Gli eroi in bianconero: Angelo DI LIVIO

Pionieri, capitani coraggiosi, protagonisti, meteore, delusioni; tutti i calciatori che hanno indossato la nostra gloriosa maglia
30.07.2019 10:22 di Stefano Bedeschi   Vedi letture

«Se giochi per anni insieme a tanti campioni – scrive Valerio Nicastro su Delinquentidelpallone.it – senza mai essere messo in discussione, senza che mai nessuno metta in dubbio il tuo posto, magari pensando di sostituirti proprio con uno di quei campioni, se la gente si emoziona, esulta, festeggia insieme ai campioni, ma poi è te che decide di ergere a idolo, vuol dire che hai dentro qualcosa di straordinario. Qualcosa di speciale che spinge i tuoi allenatori a fare di te un pezzo irrinunciabile delle loro squadre. Qualcosa di speciale che spinge i tuoi compagni a fidarsi ciecamente di te. Qualcosa di speciale che lega il tuo cuore a doppio filo con quello dei tuoi tifosi, della tua gente.

E se quel qualcosa di speciale si colloca in mezzo al petto, che sia cuore o polmoni poco importa, se quel qualcosa di speciale sono le tue infaticabili gambe costrette a fare su e giù senza sosta, su e giù ad arare la fascia senza mai fermarsi, la tua storia può diventare indimenticabile. Diventare una storia di successi, d’amore, e soprattutto di corsa e di sudore: la storia di Angelo Di Livio, professione soldatino.

Un soprannome che racconta tante cose. Racconta l’attitudine di Angelo ad abbassare la testa e a correre, correre, correre, a testa bassa e a testa alta, su e giù sulla fascia. Racconta la vocazione al sacrificio, la voglia di non uscire mai dal campo senza aver sudato fino in fondo la maglia. Racconta la capacità di adattarsi a tutte le richieste dell’allenatore, per il bene della squadra. A destra, a sinistra, più avanti, più indietro, da esterno di centrocampo, da terzino. Angelo Di Livio problemi non se n’è mai fatti. La fascia era il suo regno. Partiva, e non si fermava. O lo buttavano giù, oppure alzava la testa e buttava in mezzo i suoi palloni. E poi via, di nuovo, indietro, fino al novantesimo.

È diventato un idolo dei tifosi bianconeri, anche se poi hanno un po’ storto il naso quando qualche anno fa Soldatino disse che nel suo cuore di tifoso c’era la Roma. Ma lui, per la maglia bianconera ha sempre dato l’anima e il corpo. Il cuore e i polmoni. E i tifosi della Vecchia Signora, in fondo, non se lo sono dimenticati di certo: gli hanno dedicato una delle stelle dello Juventus Stadium. Perché il tifo è una cosa, l’amore per la maglia che indossi e quello per la gente che per te fa il tifo un’altra. E non sono confliggenti, per niente».

Arriva alla Juventus nell’autunno del 1993, su espressa richiesta di Giovanni Trapattoni: «Sono riuscito a coronare, con fatica e non in verdissima età, quello che è stato un obiettivo al quale ero ripetutamente andato vicino senza però mai raggiungerlo. E se ho giocato in A, e per di più con la Juventus, devo ringraziare soprattutto i miei vecchi allenatori Colautti e Sandreani e il direttore sportivo patavino Piero Aggradi. Quindi, pur rimanendo sempre con i piedi per terra, mi è sembrato di toccare il cielo con un dito. La molla che mi ha spinto da sempre era la voglia di arrivare e la capacità di sacrificarmi, in campo, come nella vita di tutti i giorni. Se non fosse per questo, non mi sarei ritrovato a vivere un vero e proprio sogno, dal quale non mi sarei voluto svegliare mai».

Diventa, in breve, una colonna della squadra; con l’arrivo in panchina di Marcello Lippi comincia a fare incetta di trofei: scudetto e Coppa Italia nel 1994-95, Supercoppa di Lega e Champions League la stagione successiva, Coppa Intercontinentale, Supercoppa europea e scudetto nel 1996-97, ancora scudetto nella successiva stagione.

Il campionato 1998-99 è l’ultimo di Angelo con la maglia della Juventus; le cose vanno male, Lippi si dimette dopo una sonora sconfitta casalinga con il Parma. Si parla anche di un litigio fra l’allenatore e Di Livio; è un paradosso pensare che questa è stata la stagione che ha evidenziato maggiormente l’incredibile duttilità di Angelo. Tanto è vero che Lippi lo schiera in varie occasioni da terzino vero e proprio, sia sulla fascia destra che su quella sinistra: «L’avere cambiato spesso ruolo è stato importante per me ed è stato il risultato di una serie di fattori: sicuramente le mie qualità tecniche e tattiche, ma soprattutto la bravura di Marcello Lippi. Con lui avevamo parlato spesso della possibilità di giocare in zone diverse del campo. E quando all’occorrenza mi chiese di ricoprire il ruolo di terzino sinistro, mi disse che secondo lui sarei stato assolutamente in grado di farlo. Quindi i complimenti per la buona riuscita dell’esperimento vanno a entrambi».

Nell’estate del 1999, dopo aver indossato per ben 269 volte la maglia bianconera e aver realizzato sei goal, si trasferisce a Firenze: «È stato un po’ traumatico perché mi auguravo un prolungamento del contratto che non arrivò, ma questo fa parte del calcio. Ringrazio questa squadra e sono orgoglioso di avere indossato questa maglia. Gli anni a Torino sono stati importantissimi per me. È stato un onore poter difendere i colori bianconeri. A Firenze non ci sono state contestazioni nei miei riguardi, ma all’inizio un po’ di freddezza sì. Poi pian piano, conoscendo il giocatore, l’uomo e il mio attaccamento alla maglia, è andato tutto per il verso giusto».