Gli eroi bianconeri: Giampaolo MENICHELLI

Gli eroi bianconeri: Giampaolo MENICHELLITuttoJuve.com
Oggi alle 10:12Gli eroi bianconeri
di Stefano Bedeschi
Pionieri, capitani coraggiosi, protagonisti, meteore, delusioni; tutti i calciatori che hanno indossato la nostra gloriosa maglia

«Ero un’ala veloce, dotato di una buona tecnica e piuttosto propenso al goal e lo dimostrano le tante reti realizzate con la maglia della Juventus. Qualcuno, all’epoca, ci accusò di avere vinto poco; in ogni caso, in sei stagioni conquistammo uno scudetto e una Coppa Italia, senza dimenticare che abbiamo raggiunto la finalissima della Coppa delle Fiere, incredibilmente persa, a Torino, contro il Ferencváros. Inoltre, l’Inter dell’epoca era uno squadrone di livello mondiale, che lasciava poca gloria agli avversari».
Arriva Gian Paolo Menichelli da Roma, estate 1963 – racconta Gianni Giacone su “Hurrà Juventus” del marzo 1974 – e molto desta scalpore la notizia tra i supportes della vecchia Signora. Le ragioni di tanto scalpore sono facili a spiegarsi: a venticinque anni, è l’ala sinistra titolare della Nazionale, con alle spalle un Campionato del Mondo (Cile ‘62) e un sacco di partite in giallorosso. Si tratta insomma di uno dei «pezzi» più pregiati del mercato estivo, e il fatto che sia riuscita la società bianconera ad accaparrarselo è indiscutibilmente fonte di soddisfazione. Menichelli trova una Juve profondamente cambiata, con arrivi (alcuni importanti) e partenze, con un allenatore, Pablo Amaral, destinato presto a far le valige, tipo invero strambo, come strambo appare ai più il metodo brasilero del quattroduequattro che l’amico intende far applicare a Sivori e C. Giusto di Sivori occorre parlare, a proposito dall’arrivo di Menichelli: tecnicamente, i due si completano, l’hanno dimostrato in maglia azzurra pur in mezzo a tutte le traversie che la Nazionale ha patito. Si intuisce che Menichelli farà qualcosa di importante per la Juve.
L’ambientamento non è dei più facili, però. Ci sono malanni improvvisi che rabbuiano il genuino estro dell’ex giallorosso: il precampionato ammonisce i troppo speranzosi, no signori, la squadra che pure tiene fior di campioni e a tratti gioca a massimi livelli tecnici non è ancora pronta per diventare protagonista, per assaltare la fresca supremazia dell’Inter del Mago. Il 1963-64 si apre con garibaldina e spavalda affermazione casalinga sulla Spal dell’ex Cervato, tre a uno, c’è folla sulle gradinate, anche se manca tra i bianconeri il nuovo campione, Menichelli appunto, e gioca l’antico e atipico Stacchini, il dribbling sghembo e il guizzo snobba terzini. E Menichelli, sempre bloccato per infortunio, diserta anche Modena, seconda giornata, primo clamoroso tonfo contro i canarini della vecchia volpe Brighenti.
La Juve procede a balzelloni, non c’è regolarità nei risultati come non è per nulla stabile l’umore. Di Sivori capitano. La terza giornata, è un mercoledì di primo autunno con sole e caldo estivo, improvvisamente la squadra si ritrova, e rifila quattro reti al Bari. Ma Menichelli non c’è manco stavolta; perbacco, ma quando gioca costui? Presto, tranquilli. La domenica dopo, a Genova. L’esordio coincide con una Juve finalmente vincente e pimpante anche fuori mura, e il vecchio e marpione Vincenzi deve fare i conti con un Menichelli non proprio imprendibile ma già molto avanti col recupero. Tutto bene, allora? No, naturalmente, l’abbiamo detto che non è ancora venuto il tempo: succede che improvvisamente Amaral sloggia, e arriva Monzeglio, gentiluomo di altri tempi, di garbo tardottocentesco e di austero portamento. Anche la Juve che ne deriva è squadra d’altri tempi, nel senso che spesso si distrae dalle ferree leggi del risultato ad ogni costo, e paga con moneta sonante queste pause.
Bergamo, 23 ottobre, Atalanta che pare Real Madrid e infila tre volte Anzolin, Menichelli che annaspa, Sivori neppure quello, è squalificato e assiste al tracollo dalla tribuna. Il seguito del torneo avrà naturalmente anche momenti di gloria, come quello del 22 dicembre, Juve batte Inter 4 a 1, con Menichelli che riesce pure a segnare un gran gol; ma sarà chiaramente anno di transizione. Menico chiude con 26 presenze e 6 reti, è stato tra i più continui anche se non è stato il campione che ci si attendeva.
Andranno meglio le cose nel campionato successivo, 1964-65? Certamente sì, si capisce anche da certi particolari del precampionato. È arrivato Heriberto Herrera, certo che non si può cambiare tutto con un colpo di bacchetta magica, ma miglioramenti se ne vedono presto. Tanto per cominciare, Menichelli diventa l’uomo-gol, e non è poco. A Messina segna lui il primo gol del campionato juventino, è una specie di presagio. Col Mantova, nella partita che mette fuori causa per un bel pezzo Omar Sivori, costola rotta, Menico nostro si conferma, risolvendo con una delle sue discese inarrestabili concluse saettando. Ma i gol importanti devono ancora venire: il primo è nel derby, 22 novembre. Il Toro gioca e magari tiene anche meglio il campo con Moschino in gran giornata e Meroni incontenibile, ma la Juve heribertiana della concretezza va in gol con azioni ficcanti di stringato contropiede: Stacchini apre le marcature, poi segna Da Costa, e infine Menichelli dà il colpo di grazia. Procediamo. 13 dicembre, Juve-Milan con stadio colmo, bianconeri in vantaggio e poi raggiunti e sorpassati, uno a due, sarebbe finita, ma no, perbacco, Menichelli pareggia in zona Cesarini con incredibile opportunismo. 10 gennaio, Juve batte Varese tre a due, è la prima doppietta di Menichelli da quando è bianconero. 7 febbraio, ancora meglio, Juve batte Catania quattro a uno, sono tre le reti di Menico, i malanni di Combin e delle altre punte durano tutto il campionato, ma per fortuna dura anche la vena di Gian Paolo, che proprio adesso si costruisce reputazione di beniamino della folla juventina. Chiude il torneo con 27 presenze e ben 11 reti, è il cannoniere della squadra che per l’ultima volta ha allineato Sivori, e per la prima e ultima Combin.
Confessa a fine campionato: «Vorrei conoscere quel calciatore che non si troverebbe bene in un ambiente del genere. Tutti mi hanno accolto con affettuosa cordialità ed io ho sempre cercato di ricambiare. Della stagione sin qui fornita, sarei insincero se affermassi di non essere contento. Ho avuto anch’io i miei contrattempi e infortuni, ma ho anche la coscienza di essermi sempre applicato a far bene, e spero di esservi qualche volta riuscito».
Saprà ripetersi su questi livelli, questa ala più unica che rara in un campionato sempre più avaro di talenti nei ruoli antichi? Nessuno può dubitarne. Menichelli è personaggio della Juve heribertiana, ma sarebbe personaggio di primo piano in qualsiasi epoca iuventina. Immaginario negli anni trenta del ruggente calcio nostrano, non è difficile. L’ala che fa tesoro delle sue doti di scatto e dell’estro dribblarolo esemplifica il calcio del primo professionismo, chi meglio di Menichelli possiede scatto ed estro dribblarolo? E poi Menico tiene pure un tiro di tutto rispetto, e insomma è punta completa come poche altre.
Lo definiscono un introverso, comoda definizione per chi parla poco; invece, è soltanto una persona molto riservata, che diventa scontrosa con se stessa, quando la partita finisce male. Allora, infila gli spogliatoi a testa bassa, senza guardare nessuno. Ma quando segna un goal, i suoi occhi si illuminano, quasi volessero cantare; se fosse stato un cantante sarebbe, certamente, un tenore di grazia, tanto gli piace la cavatina che impreziosisce, finché non si ode la voce stentorea del basso Heriberto urlare, a voce spiegata: «Menico! Menico!». Racconta di lui la moglie Carla: «Mio marito è molto buono, anche se chiuso. Lui è fatto un po’ a modo suo, non è molto chiacchierone o molto espansivo, è anzi piuttosto timido. È un uomo serio».
Va a iniziare il campionato 1965-66 dei buoni presagi bianconeri, ma prima c’è una stimolante sfida tra Juve e Inter, finaliste di Coppa Italia. Si gioca a Roma, Olimpico, una sera di settembre, e la TV porta in diretta a milioni di juventini le immagini del gol che decide la partita, a pochi minuti dal fischio d’inizio. A segnarlo è Menichelli, naturalmente: dopo, la difesa capitalizzerà il vantaggio, e la Coppa sarà juventina per la quinta volta nella sua storia. E poi, via col campionato, che la Juve inaugura con pochi gol fatti ma ancor meno subiti, una super difesa davanti al bravo Anzolin: uno a zero al Foggia, zero a zero con Atalanta, Napoli e Varese, e poi finalmente vittoria netta con il Vicenza, quattro a uno, con Menichelli nuovamente cannoniere. Ancora in gol va Menico in un bel derby vinto (2-0) il 21 novembre mentre la squadra, pur senza strafare, comincia ad assimilare la mentalità vincente, e fa tesoro dei pochi gol che le difese sempre più chiuse consentono di segnare. I gol di Menichelli tornano determinanti in primavera, contro il Brescia (doppietta) e contro la Sampdoria, nel commiato dal pubblico torinese che è anche commiato della Sampdoria dalla serie A.
È stata una stagione di transizione e anche di ripensamento, per la Juve e per Menichelli, che ha totalizzato comunque 28 gettoni di presenza. Andrà meglio, incredibilmente e insperabilmente meglio, l’anno dopo.
1966-67, scudetto numero tredici: quale l’apporto di Menichelli nell’esaltante scalata al titolo più sofferto? Un apporto grandioso, fatto di prodezze continue al servizio della squadra. Non c’è pausa nell’azione di Menico, che da settembre a giugno praticamente non conosce flessioni di forma e di rendimento. E tanto meno di reti: comincia a segnare alla seconda giornata, contro il Lecco, si concede il lusso di una doppietta contro il Foggia, e poi, l’11 dicembre, apre le marcature del vittorioso Juve-Bologna, che designa ufficialmente i bianconeri come antagonisti dell’Inter. Il 31 dicembre, nella «partitissima» di andata, a San Siro, è suo il gol del vantaggio bianconero sui nerazzurri, che solo nel finale riusciranno a pareggiare. Il 12 febbraio, altra doppietta di Menico contro la Fiorentina, in una gara stravinta nel gioco e nei gol (4-1).
E siamo al finalone, allo «sprint»: 7 maggio, Juve batte Inter uno a zero, segna Favalli, ma Menico è tra i migliori in campo. Ora la Juve è a «meno due», l’Inter è a portata di mano. 14 maggio, i bianconeri impattano a Mantova, uno a uno, gol di Menichelli. 21 maggio, Menico espugna Vicenza con memorabile capocciata su calcio d’angolo, propiziando il clamoroso sorpasso scudetto del primo giugno. Le cifre dicono chiaramente quanto è stato determinante Menichelli nell’impresa: 33 presenze e 11 reti, un quarto di quelle segnate complessivamente dalla squadra bianconera.
È il suggello a una splendida carriera juventina, che toccherà ancora, nel 1967-68, alti vertici di rendimento tanto in Campionato (20 presenze e 5 gol) che in Coppa dei Campioni. In quest’ultima competizione, è suo il gol che chiude il conto tra Juve e Olympiakos Pireo, nei «sedicesimi».
Il canto del cigno di Menichelli juventino si ha nel 1968-69: sono arrivati i primi esponenti della Juventus settanta, ora la folla invoca le piroette di Pietruzzu Anastasi e le classiche giocate di Haller. Menico si rende ancora comunque utile, confermandosi giocatore da «derby»: contro i granata disputa infatti la migliore partita della stagione, segnando pure il gol di apertura con bel tuffo di testa.
Dopo sei stagioni in bianconero, andrà a Brescia e poi a Cagliari: alla Juve, con le sue 164 presenze e i suoi 40 gol in campionato, conserva, col ricordo e la simpatia dei tifosi, una posizione di prestigio nelle Graduatorie di ogni tempo.

VLADIMIRO CAMINITI
Conservo il ricordo di una professionalità esaltante, in un tempo di rodomonte e di divismo bambinesco; un prototipo di calciatore fuori dal gregge, un’ala di ruolo abbastanza lineare, con ventate di gioco di possesso in uno scatto di aquilina essenzialità; lo scudetto numero tredici lo vide protagonista sia nei goal che nell’esecuzione assidua, puntuale, degli schemi ordinati da Heriberto Herrera. Menichelli si calò negli schemi heribertiani con tutta la sua professionalità (se mordeva il freno, nessuno se ne accorse) e forse essi servirono per rincuorarlo via via e potenziarne l’azione per se stessa atleticamente perentoria; fu un campionato bellissimo, a parte i due pareggi nei derby, e tante partite rotte da un equilibrio vorticoso proprio in virtù della forza di volontà degli uomini, della grinta belluina di questo Menichelli fratello del ginnasta che ne ripeteva, nelle ribalte del calcio, la metodicità di lavoro. Introverso, simpaticamente e tecnicamente assurdo, dotato di una furia di scatto poco coordinata dal fisico tozzo e forte, trovava nemici dappertutto e non si faceva capire nemmeno da se stesso. Irrazionale romano di Trastevere, ingaggiò superflue battaglie con Heriberto che lo vedeva così e cosà e lui non capiva, però scattava e segnava turbinosi goal. Ala capace anche di arginare (come voleva Accadue) ma soprattutto di arrembare e crossare e ricevere.

FRANCO MELLI, DA “LA GAZZETTA DELLO SPORT” DELL’11 DICEMBRE 1971
Gli addii sono fuochi tristi su cui soffiano inquietudini bislacche. Gli addii dei calciatori sono inquinati e alterati inoltre dalla vaga certezza di poter essere ancora quello che si era. Giampaolo Menichelli al passo di addio ha invece il sorriso convincente e accattivante di chi è convinto che la festa non sia finita. Comprime accadimenti passati – ricordi logori e squillanti – senza rimpiangere la stagione di calciatore legata intensamente alla giovinezza. Gira per Roma e guarda i ragazzini che giocano a palletta sui prati spelacchiati ai bordi delle strade senza rivedersi in un flashback angoscioso. «E se vado alle partite non ho a cuore la situazione di nessuna squadra. Osservo freddamente da estraneo come se l’ambiente del football non sia mai stato mio o io non sia mai stato di quell’ambiente».
Trentatré anni. Dodici campionati di serie A condensati in 261 partite. «Ma forse sono anche di più. A un certo momento si perde il conto».
Sessant’anni. Quelli li ricorda con precisione come fossero tanti figli sparsi o tante donne alle quali ha voluto sterminatamente bene un giorno solo. Potrebbe giocare ancora. Altri alla sua età reggono. «Ma io non recrimino – assicura – da tempo ho pensato a cambiare mestiere. In fondo ho avuto il giusto e poi tutto finisce. Meglio smettere senza infognarsi, senza avvertire un dolore bruciante. Sono consapevole che avrei potuto giocare ancora perché fisicamente sto bene e l’ho visto anche a Cagliari in questi ultimi due mesi. Ma di vivacchiare ai margini non mi andava più e allora sono ritornato a Roma. Curerò dei negozi che ho e cercherò di avviare bene il mio ufficio d’assicurazioni. Inoltre con il diploma di terza categoria conseguito a Cagliari conto d’allenare una squadra del Lazio. Ho avuto contatti con una società di serie D e credo di poter concludere tra qualche giorno».
Non ha fretta però d’organizzarsi una vita d’emergenza. È sufficientemente giovane per non annoiarsi, per non accusare il colpo. «La nostra è stata una delle famiglie più sportive d’Italia. Franco un campione di ginnastica artistica ed io un atleta dignitoso. Ma non si è mica eterni, magari! Sono tornato a Roma perché è la mia città e volevo stringermi intorno ai miei affetti. A Roma ho cominciato la carriera entrando in prima squadra nel 1960-61 e restando fino al 1963. Era la Roma di Luis Carniglia, l’allenatore che ricordo con maggiore simpatia. Era la Roma di Manfredini, Angelillo, Lojacono, De Sisti e cioè una delle più belle edizioni di ogni tempo».
Alla Juventus comunque ha avuto le maggiori soddisfazioni. «Se fossi rimasto a Roma mi sarei bruciato o non avrei fatto tanto carriera. Alla Juve sono rimasto fino alla stagione 1969-70 consumando i giorni più felici. Il privilegio d’essere in un grande club mi ha largamente compensato del fatto di dover stare lontano da Roma e spesso lontano dalla famiglia. La Juventus m’ha dato tutto e mi è dispiaciuto molto dover andare via».
Le sue peregrinazioni. Brescia eppoi Cagliari. A Brescia resiste bene una stagione ma poi vanno via Silvestri e Lupi. «E la nuova gestione ha in antipatia gli acquisti della vecchia. Così io, Bercellino, Gori e Volpi dobbiamo preparare la valigia».
Di Cagliari ha un ricordo agrodolce. «Ho sperato tanto di poter rendermi utile ma specie agli inizi mi sono sentito un estraneo. Ma non per colpa dei dirigenti e dell’allenatore. Chissà… anche i giocatori della prima squadra mi erano amici. Eppure sul piano umano sento che non c’è stato il trattamento di cui avevo bisogno».
Con la Lazio avrebbe potuto tornare nel giro. Invece è stato preferito Facchin. «Non so proprio il perché. Forse c’è stata una noncuranza da parte del Cagliari dopo che s’erano allacciate delle trattative abbastanza intense. Invece tutto è andato a monte. Mi piaceva concludere la carriera a Roma, da dove ero partito. Ora però non me ne importa più».
I ricordi sono numerosi. Li riesuma a caso. «In Nazionale ho esordito nel maggio 1962. Giocavamo a Firenze contro la Francia. Ci sono andato altre otto volte o molte volte sono stato in panchina. Forse con maggior fortuna con la maglia azzurra avrei potuto giocare di più. All’epoca eravamo sempre in ballo io, Barison e Pascutti».
Senta Menichelli: lei non pensa che l’evoluzione del gioco abbia abbreviato la sua carriera? Lei era un’ala all’antica, tradizionale. Ora vanno di moda i Riva, i Bettega, i Prati. Ci pensa, ma forse deve averci già riflettuto. Dice: «Forse è così. Al calcio d’oggi s’adattano meglio loro, io giocavo in agilità e in velocità. Ero un’ala che elaborava il gioco e semmai preparava i gol. Ricordo che nella Roma di Carniglia ero il partner preferito di Manfredini. Ma poi alla Juve con Heriberto Herrera subii una certa trasformazione e mi aggiornai. Forse non sarà stato sufficiente. Del resto nel calcio di prima i Bettega, i Riva, i Prati si adatterebbero con maggiori difficoltà anche se sono grandissimi giocatori».
Il gol più bello? «Quello che feci nella finale della Coppa Italia contro l’Inter nel settembre 1965. Con la Juve ho vinto uno scudetto e una Coppa Italia e nel bilancio finale sono i particolari più significativi».
Tutto qui. Il signor Menichelli sta cercando adesso la nuova abitazione. S’è rivisto con Guarnacci e con altri amici per una specie di rimpatriata. «Guarnacci insieme a De Sisti è stato nel calcio il miglior amico. Peccato che certi pomeriggi non si ripeteranno più. Eravamo ragazzini e Masetti, il vecchio e glorioso Masetti, con santa pazienza c’insegnava i fondamentali e i primi segreti».
Ecco: ora Menichelli vorrebbe diventare un preparatore di giovani sulla scorta degli insegnamenti assorbiti in numerose squadre. Andrà a Coverciano per ottenere almeno un diploma di seconda categoria. Ma senza farne un incubo o il fulcro del futuro. «Solo un qualcosa di divertente e marginale. Per stare in mezzo ai ragazzi, per respirare un certo profumo».