Pessotto: "Scudetto perso a Perugia? Attesa fu snervante. Ancelotti? Alla Juve penso si sia affezionato meno ai giocatori. Impressionato da Boksic"

Pessotto: "Scudetto perso a Perugia? Attesa fu snervante. Ancelotti? Alla Juve penso si sia affezionato meno ai giocatori. Impressionato da Boksic"TuttoJuve.com
© foto di Daniele Buffa/Image Sport
domenica 13 marzo 2022, 15:15Altre notizie
di Benedetta Demichelis

Gianluca Pessotto si è raccontato in una lunga intervista rilasciata a TuttoC.com a firma Ivan Cardia:

Alla Juve fino al 2006: “Capello voleva che facessi un altro anno – rivela – gli piaceva il mio ruolo di leader silenzioso, di grande vecchio, anche se non giocavo più molto. Poi però è arrivata Calciopoli ed è cambiata la mia vita. Lippi? È l’allenatore che ho avuto per più anni, quello a cui ho legato la maggior parte della mia carriera. Il soprannome "Professorino" gli è mai piaciuto? Dipende – spiega – sì, se riferito al mio modo di vestire, questa mia passione per i libri. No, quando diventava un termine dispregiativo, per ghettizzare la categoria di quei calciatori a cui, come me, piace leggere, magari anche dei testi un po’ più complicati. Io non mi sono mai sentito diverso. Ancelotti? Il mister arrivava dall’esperienza di Parma, era la prima volta che si proponeva a livelli importanti, e direi che poi in carriera ha dimostrato… Quelle due stagioni non sono state fortunate per diversi motivi, ci sono stati anche episodi particolari. Il diluvio di Perugia? Un caso più unico che raro. In realtà, non tanto per il terreno su cui si è giocato, ma per tutto quello che è successo prima. L’attesa è stata davvero snervante, anomala. Cosa non ha funzionato tra la Juve e Ancelotti? La cosa che ho notato, specie rispetto a un tratto distintivo della sua carriera negli anni successivi, è che mi sembra si sia affezionato meno ai giocatori in quell’esperienza. A Parma aveva Crespo: anche se per qualche partita non segnava, lo metteva comunque in campo e alla fine l’argentino lo ripagava. A Torino, per esempio, doveva gestire la competizione fra Inzaghi e Trezeguet. Ma non è stata tutta colpa sua: quando perdi tanti punti di vantaggio, la responsabilità è di tutti. Noi giocatori siamo arrivati un po’ vuoti ai momenti cruciali di quelle due stagioni. Il compagno più forte? Sempre meglio non rispondere, fai un torto a qualcuno. Di solito nomini gli attaccanti, perché fanno quello che tu non sai fare. E io da questo punto di vista ho giocato con gente come Zidane, Del Piero, Inzaghi, Trezeguet, Nedved. Meglio non scegliere. Anche Ibra: era giovane, ma si vedeva che aveva delle qualità strepitose. Ho avuto la fortuna di giocare con i migliori del mondo – scherza - a cui il mio compito era passare la palla il più velocemente possibile. Io rimasi impressionato da Boksic. Aveva tutto: fisico e tecnica. Non sempre riusciva a tradurre la sua qualità in gol e questa è stata l’unica pecca di una carriera comunque di altissimo livello". 

I rimpianti in nazionale? Sarei un ipocrita se dicessi il contrario. Del ‘98 non restano grossi rammarichi: quando giochi il Mondiale in casa della Francia, la incontri a Saint-Denis e perdi ai rigori, cosa puoi rimproverarti? Poi hanno vinto la semifinale con la Croazia con due gol di Thuram: con lui ho scherzato spesso al riguardo, era evidente che fosse il loro anno”. Rapporto Zoff - Berlusconi? Diciamo che non c’era grandissima fiducia – ricorda Pessotto – ma il mister è stato bravissimo a compattare il gruppo, abbiamo tratto forza da quelle critiche. Resta il grande rimpianto di una squadra partita in sordina e che ha creato grandissimo entusiasmo. Tra l’altro abbiamo perso la partita giocata meglio. Sfida con l'Olanda? Toldo avrebbe parato qualsiasi cosa quella sera. Ogni tanto riguardo quei rigori, e penso sempre che potrebbero finire in un altro modo. Ma alla fine vinciamo sempre noi. Quanto alla finale, resta una lezione: basta un secondo a cambiare una partita, ma anche la carriera di un calciatore. Ed è quello che dico ai giovani adesso. L'Under 23 della Juventus? Secondo me – dice Pessotto – a parte la Juventus nessuno lo considera davvero importante. Ed è un peccato: dopo la Svezia, ci sono state tante parole, sembrava potesse essere un punto di svolta importante. Invece sono passati quattro anni e siamo rimasti da soli, pur avendo avuto degli interlocutori incredibili come la FIGC e la Lega Pro col presidente Ghirelli. Eppure ci sono nazioni che lo fanno da anni: si vede che qualche risultato lo hanno ottenuto. Il Portogallo, per esempio, aveva rinunciato alle seconde squadre e poi le ha fatte ripartire: si sono resi conto che c’erano dei buchi generazionali. Noi pensavamo e pensiamo che possa essere un anello di congiunzione fondamentale. Certo, mi rendo conto che non sia semplice: la seconda è una squadra a tutti gli effetti. Comporta oneri, organizzazione, uno stadio in cui giocare. Non è semplice, ma penso che sia importante. Quando racconto la mia storia, parlo della C come di uno step fondamentale. Oggi abbiamo la possibilità di aiutare i nostri ragazzi ad affrontarlo, perché le seconde squadre diminuiscono il rischio: qualche giocatore lo perdi comunque, qualcun altro arriverà comunque, ma molti li salvi. I numeri sono confortanti, abbiamo registrato un aumento esponenziale di presenze in prima squadra da parte di calciatori cresciuti nel nostro settore giovanile. E l’obiettivo è avere giocatori formati nell’Under 23 che entrino in pianta stabile in prima squadra. Ma, ripeto, essere da soli non aiuta: avere altre seconde squadre consentirebbe di scambiarsi informazioni, crescere assieme, ragionare di sistema. È un peccato che non sia così, anche perché noi siamo molto contenti dei risultati che abbiamo ottenuto finora”.