Crosetti (Repubblica): "All'Heysel il calcio perse l'innocenza"

29.05.2020 11:10 di Giuseppe Giannone   Vedi letture
© foto di Pietro Mazzara
Crosetti (Repubblica): "All'Heysel il calcio perse l'innocenza"

Il collega Maurizio Crosetti, sulle pagine de "La Repubblica", ricorda la tragedia dell'Heysel: "Il cielo era di un rosso aranciata bellissimo, e nell’aria vagava il primo tepore di maggio, primo per Bruxelles, uno di quei posti dove la primavera frizza a lungo e sa gelare la pelle. Si andò allo stadio come a una festa. Era rosso anche l’orizzonte proprio dietro quella curva, a sua volta scarlatta per via delle maglie dei tifosi del Liverpool, i “reds”. Molti, rosso avevano anche il viso, nel contrasto assoluto tra la pelle lattea dei britannici (non di rado hanno rossi pure i capelli, e i baffi), ma di più il risultato dell’alcol, delle bevute senza fine. Il bivacco attorno alla Grand Place durava da un paio di giorni, e il mattino della partita si estese in città come un rave party. Erano sdraiati, gli inglesi, sulle pietre che lastricano una delle più belle piazze al mondo e bevevano seduti, bevevano sdraiati, usando i pacchi di lattine come cuscini, ruttando in faccia ai passanti. Sbraitavano, tiravano vetri, pisciavano sui muri. A un certo punto, da un’elegante finestra volò un centrotavola di cristallo, uno di quegli oggetti che adornano i salotti delle nonne, e atterrò a mezzo metro da noi. Doveva averlo lanciato una vecchia signora belga, esasperata.

Alle sei di sera lo stadio era ancora abbastanza quieto. I tifosi della Juve erano arrivati con ordine, nel corso della giornata si erano visti poco. La maggior parte aveva raggiunto Bruxelles con i voli charter dell’ultimo minuto, i più economici. Andarono allo stadio anche famiglie, amici, e poi anziani e ragazzini. A quel tempo, una finale di Coppa dei Campioni era ancora un festoso rito collettivo: lo sarebbe rimasto per un’altra ora, e poi mai più. Prima che il sole calasse, tra i raggi di un tramonto che durava a lungo e adesso era di un rosso scuro, rosso sangue, la curva a sinistra cominciò a ondeggiare. Gli inglesi si stavano spostando come una migrazione barbara. Spingevano e cantavano. Dalla tribuna, tuttavia, sembrava solo un movimento di massa un po’ più vivace, una coreografia. Osservammo meglio: qualcosa non andava. Era come se la gente vestita di rosso, spostandosi verso il settore attiguo, il famigerato “Z”, diviso solo da una specie di rete da pollaio, si fondesse con la gente vestita di bianco e nero. Uno schiacciamento, ma ancora vago. A occhio nudo non si vedeva bene. Un collega seduto accanto a noi aveva il binocolo. «Ma questi dove vanno? Sono matti?», domandò.

Era come guardare un documentario sui maremoti. L’onda umana si alzava e si abbatteva su quanto trovava sul suo cammino, eppure l’esatta percezione del dramma che si stava consumando non fu immediata. Capimmo meglio, quando la gente invase il campo. Quella più fortunata era riuscita a non farsi travolgere. Arrivare sul prato era come raggiungere la salvezza dopo essere stati chiusi in una damigiana, e avere infine fatto saltare il tappo. In tanti non ci erano riusciti, ma ancora non si sapeva.

“Ci sono dei feriti”, disse qualcuno. E subito corremmo fuori, uscendo nello spiazzo di fronte alla tribuna dove stavano portando i primi corpi. E allora vedemmo, e capimmo. C’erano persone stese, altre trasportate su transenne usate come barelle di fortuna. C’erano gendarmi a cavallo che andavano avanti e indietro, impazziti, roteando il manganello. Ci voltammo verso un uomo che era disteso sulla schiena e aveva già gli occhi sbarrati. Aveva, quell’uomo, una pancia enorme, nuda. Un altro uomo, sicuramente un medico, provò a rianimarlo e a un certo punto, per disperazione, gli praticò una tracheotomia. Non servì a nulla. L’uomo con la pancia nuda era già morto.

Salimmo di nuovo in tribuna per telefonare al giornale. A quel tempo i cellulari non esistevano. C’era solo qualche linea fissa con gli apparecchi a disco. Degli italiani si avvicinarono e ci passarono bigliettini con numeri di telefono: «Per favore, telefonate a casa nostra e dite che siamo vivi».

Che poi si dovette giocare per forza lo sanno tutti. La voce di Gaetano Scirea ancora risuona nell’aria mentre dice «state calmi, giochiamo per voi». Fuori, intanto, stavano portando via i morti, e alla fine ne contarono 39. C’era un tappeto di sciarpe e maglie bianconere, e scarpe, tante, anche di bambino. Fu tutto assurdo, forse necessario. Non giocando, probabilmente, il bilancio sarebbe diventato anche più atroce. Vinse la Juventus grazie a un rigore conquistato da Boniek, fuori area, e trasformato da Platini. I bianconeri ritirarono la Coppa e festeggiarono, lo fecero per la loro gente e per uno sfogo nervoso. «Ma io ancora mi vergogno», avrebbe poi detto Tardelli.

Si ripete una frase, da trentacinque anni esatti: quella sera il calcio perse l’innocenza. Forse. O forse, invece, diventò solo realista, prendendo atto della ferocia che a volte domina le masse, e del dilettantismo sciagurato che può guidare la mano dell’autorità. Fu insipienza più che fatalità, e leggerezza assassina: la polizia e il governo del Belgio non ci avevano capito niente. Nessuno perse l’innocenza, quella sera, perché non l’aveva mai avuta. Se non quei poveri tifosi, quella gente attesa da un ritorno che non ci sarebbe mai stato".