Amoruso: “Vi svelo perchè ho preferito la Juventus a Inter e Milan. Moggi grande dirigente ma alcune situazioni con me le ha gestite molto male”

Amoruso: “Vi svelo perchè ho preferito la Juventus a Inter e Milan. Moggi grande dirigente ma alcune situazioni con me le ha gestite molto male”TuttoJuve.com
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di Benedetta Demichelis

Nicola Amoruso, a Radio Tv Serie A, ha parlato della suo passato alla Juventus e di come è maturata la scelta di firmare per i bianconeri:

Tredici squadre diverse

“È un record strano, particolare, lo condivido assieme a Marco Boriello, quindi siamo in due. È stata un’esperienza lunga 18 anni e ho segnato in dodici di queste squadre, solo con il Siena non sono riuscito a far gol”.

Reggio Calabria e la penalizzazione

“Inizialmente la penalizzazione era un -15 che durante la stagione è diventato -11. Io e Rolando Bianchi quell’anno segnammo 35 gol insieme (17 io e 18 Rolando), siamo stati la seconda coppia a fare più gol dopo Ronaldinho e Messi. Senza la penalizzazione saremmo arrivati settimi o ottavi. È stato un percorso particolare che è iniziato nella depressione più totale ma poi, forse anche per la spensieratezza o la rassegnazione, abbiamo elevato il livello del gioco. Mi ricordo una partita contro la Roma di Spalletti e Totti in cui feci un bellissimo gol e vincemmo 1-0. Da quella partita scattò in noi qualcosa, iniziò la rimonta che culminò con la vittoria con il Milan che quell’anno giocava la finale di Champions, fu una festa assurda. Reggio è una città che vive di calcio e ha avuto una storia importante in Serie A, spero possa risalire perché la città lo merita”.

Una famiglia di calciatori    

“Mio padre e mia madre ci hanno seguito anche se eravamo quattro fratelli e una sorella. Chiaramente noi, i tre maschi più grandi, abbiamo iniziato a giocare a calcio in casa con la palla di carta con lo scotch, spaccavamo tutto, poi ci siamo trasferiti nel ballatoio. Mio fratello Luca ha esordito nel Foggia e ha fatto una bella carriera in Serie B mentre Fabio ha giocato molto in Lega Pro, una famiglia di sportivi insomma, mio fratello minore invece è stato un tennista, ha giocato pure con Fognini”.

Le giovanili

“Io ho giocato fino a 14 anni in Puglia con il Trinitapoli, poi mi chiamarono per un provino alla Sampdoria e con mio papà partimmo in macchina fino a Genova. Il mister che mi selezionò e che poi mi allenò si chiamava Antonio Soncini, è colui che ha scoperto tanti giocatori nel Bologna come Mancini. Parlando di Roberto (Mancini), ho visto per quattro anni ogni domenica tutte le sue partite. Lui e Vialli rappresentano il vero sogno calcistico per un attaccante, due calciatori fenomenali che si conoscevano bene: Vialli un bomber puro, Mancini un talento straordinario che non sbagliava mai una partita, aveva un’ aura incredibile per carisma e personalità. Faceva le giocate tipiche di quei campioni che sanno leggere il gioco in anticipo rispetto agli avversari, vedono la giocata molto prima degli altri. Mi ricordo una partita , all’esordio contro l’Udinese, che appena entrato mi disse di correre verso la porta non appena lui avesse ricevuto palla. Alla prima occasione senza quasi guardare mi lancia in profondità e io mi ritrovo davanti al portiere, ma colpisco il palo purtroppo. Era un attaccante di quelli che avrebbero meritato un pallone d’oro, per me è sempre stato un idolo. Anche ora, quando ci capita di incontrarci al padel, per me è come rivederlo ai tempi della Samp. Calciatori del genere leggono il gioco in maniera differente, infatti immaginavo che avrebbe intrapreso la carriera da allenatore: faceva parte  di quei giocatori che hanno qualcosa in più nella lettura in chiave tattica della partita, come anche Deschamps o Conte per esempio, sapevamo tutti che sarebbero diventati allenatori, solo di Zidane non l’avremmo detto”.

Sven-Göran Eriksson

“Lui dentro era uguale a come appariva da fuori: una persona veramente calma che ti dava sicurezza e consigliava molto i giovani senza mettere loro pressione. Io ho esordito con lui a San Siro in un Inter-Sampdoria piena di campioni, eravamo una squadra fortissima. Mi chiamò e mi disse che dovevo entrare al posto di Gullit, pensate un po’. Sono quei momenti che non potrai mai dimenticare, quello dell’esordio è un ricordo che porterò sempre nel cuore poi con un allenatore del genere ... Quell’anno vincemmo la Coppa Italia, e mi ricordo che prima della semifinale contro la Roma stavamo provando i rigori in allenamento e il mister ci osservava senza dire niente. La partita finì ai rigori e lui senza neanche farmi parlare mi indicò e io non ho potuto dire altro se non “ok”, per fortuna andò bene (ride n.d.r.). Era uno che sapeva trasmettere tanta sicurezza, una persona straordinaria”.      

I rigori

“I rigori sono sempre stati un momento che mi piaceva tanto, ne ho tirati anche di importanti. Mi piaceva proprio la sfida tra me, il portiere e i tifosi: è un momento tutto tuo in cui devi essere freddo e soprattutto deciso. Si può sbagliare ma devi andare lì con decisione, il tuo pensiero dev’essere di fare gol con cattiveria, senza finezza. Se poi sei bravo riesci a vedere con la coda dell’occhio il movimento del portiere ma alcuni di loro aspettano fino all’ultimo secondo mentre altri si muovono prima, anche qui è importante l’allenamento. Ora vedo fare tanti scavini ma secondo me è meglio andare decisi”.   

In bianconero

“A gennaio, quando giocavo con il Padova, mi arrivarono tre richieste importanti: una della Juve, una del Milan e una dell’Inter. La scelta finale sarebbe ricaduta comunque sulla Juve sebbene a livello contrattuale le altre due offerte fossero superiori. Durante le feste natalizie ci ritrovammo con tutta la famiglia a parlarne quando ad un certo punto arriva mio nonno, viene verso di me e mi dice "alla Signora non si può dire di no" e io "nonno siamo tutti d’accordo con tè " (ride n.d.r.). Purtroppo qualche mese dopo è venuto a mancare e non ha potuto vedermi in bianconero, in quella decisione c’è anche qualcosa di lui”.

Il rapporto con i nonni

“La scelta di tornare ad Andria (Fidelis Andria, stagione 1994-95) e giocare in Serie B mi portò ad avere discussioni con la dirigenza della Sampdoria, ma io sentivo l’esigenza di tornare nel mio paese e fui contentissimo di quella scelta. Quell’anno infatti ho vissuto a casa dei miei nonni: le emozioni come l’abbraccio il sabato prima di andare in ritiro o vedere i miei nonni in tribuna la domenica, sono indescrivibili. Ti fanno capire l’amore incondizionato dei nonni, è stato un anno dove ero felicissimo”.

I trasferimenti

“Mi sarebbe piaciuto fermarmi da qualche parte ma sono dinamiche di mercato. Una situazione particolare si verificò a Perugia dove ho avuto una discussione importante con chi mi gestiva (Moggi e la GEA) e sono stato messo fuori rosa per poi trasferirmi al Como”.

Moggi

“Sicuramente un grande dirigente ma alcune situazioni le ha gestite veramente male e su quelle occasioni che mi riguardavano ci sarebbe tanto da dire...”.

Uscire di casa a 14 anni

“Un’esperienza bellissima. Inizialmente mia mamma non voleva assolutamente ma mio papà capì l’importanza dell’occasione e alla fine ha deciso lui. Con mia mamma arrivammo ad un accordo: se fossi mai stato bocciato al liceo sarei dovuto tornare a casa. I miei genitori ci hanno sempre tenuto all’istruzione, uno dei miei rimpianti è quello di non aver continuato con gli studi. Quei 5 anni sono parte della mia vita perché mi hanno dato una struttura e delle conoscenze a livello umano, di vita, che nient’altro ti può dare. Un mese fa ci siamo rivisti con tutti i ragazzi che erano con me alle giovanili della Samp e abbiamo pranzato assieme, è stato come rivivere quei momenti”.

La professionalità

“Non ho mai visto fare il calciatore come un sacrificio, secondo me nel calcio più che i sacrifici ci sono le rinunce che a me non sono mai pesate. Non uscire la sera? Non mi interessa, il giorno dopo ho allenamento. Non andare in discoteca il sabato? Non mi interessa perché la mia discoteca è il campo... non ho mai visto nessun sacrificio o nessuna rinuncia perché amavo troppo quello che facevo. La professionalità è un qualcosa che hai dentro, di innato. Sai che devi fare certe scelte ma le fai perché ami il tuo lavoro. Quando da Genova tornavo a casa in Puglia, prendevo il treno della sera e arrivavo che era notte fonda ma non mi è mai pesato perché stavo facendo quello che sognavo. L’importanza dei genitori è stata fondamentale, a distanza non era facile ma loro erano sempre con me: mi hanno sostenuto e incoraggiato senza mai mettermi pressioni di alcun tipo. Credo sia stato un rapporto molto sano che è raro vedere. Spesso si pretende troppo dai propri figli, i genitori dovrebbero solo supportarli e sostenerli sperando che grazie allo sport diventino grandi uomini”.

Marcello Lippi

“Lippi mi volle alla Juventus in due occasioni, è l’allenatore con cui ho giocato la Champions League che purtroppo perdemmo con il Borussia, io avevo segnato due gol all’ Ajax nelle semifinali. Era un allenatore fenomenale: avanti rispetto a tutti dal punto di vista tattico ma anche con una grande capacità di gestire le varie situazioni. Non ha mai sbagliato una parola, sapeva quando doveva martellarti e quando invece usare una parola gentile. Riusciva a percepire i momenti della squadra dal punto di vista umano.”