Pessotto: "La Juventus è stata la cosa più bella che mi potesse capitare. Quella contro l'Ajax la partita perfetta"
Gianluca Pessotto ha parlato in una lunga intervista rilasciata a TuttoC.com a firma Ivan Cardia: "L'arrivo alla Juventus? Potrebbe essere un bel film, una bella fiction – scherza – francamente, non me lo sarei mai aspettato, anche perché è stata una cosa nata veramente all’ultimo. Sapevamo che il Torino avesse in programma di vendere alcuni giocatori tra i più interessanti, e io sapevo di poter essere tra questi. Ma si parlava di altre squadre: quando mi hanno detto della Juventus, un altro po’ muoio… Mi sembrava un sogno. Beh, non ho neanche dovuto cambiare casa. Anzi, ero ancora più vicino al campo di allenamento. Devo dire che alla fine il passaggio più complicato da gestire è rimasto quello dall’Hellas al Toro, anche se quando sono andato alla Juve sono spariti un po’ tutti quelli che mi stavano intorno. Sono gli amici che ti rimangono vicini. Il ricordo del Torino? Penso che i tifosi abbiano sempre apprezzato la mia onestà intellettuale. Al cinquantenario della scomparsa del Grande Torino sono stato invitato e sono andato molto volentieri. Anzi, per me è stato un onore: penso ci siano cose che non hanno bandiera, che vanno oltre la maglia che indossi, oltre i colori. La Juventus? È stata la cosa più bella che mi potesse capitare. Lippi? Pensavo fosse uno scherzo. Io non lo conoscevo e ci ho messo un quarto d’ora a convincermi che fosse davvero lui. Non ci potevo credere, è bastato quel piccolo gesto a farmi sentire parte della famiglia”. L’impatto con la Juventus? I primi mesi sono stati un po’ complicati. Entravo in un gruppo molto unito, nel quale ero il più giovane dopo Tacchinardi e Del Piero: nel torello toccava a noi andare in mezzo. E io sono rimasto impressionato dalla determinazione di quel gruppo di giocatori fantastici. Dato che sono anche un tipo abbastanza silenzioso di mio, ho pensato che l’unico modo di mettermi al pari fosse lavorare al massimo, soprattutto sotto il profilo mentale. Sai, tecnicamente il confronto puoi anche reggerlo: è nella determinazione, nella capacità di puntare gli obiettivi, che si fa la differenza. Alla Juve ho ritrovato quello che da ragazzino avevo già vissuto al Milan, e quella si è confermata un’ottima scuola”.
A colpire Pessotto è una cosa su tutte: di solito, quando si lavora sulla parte atletica, gli attaccanti sono i meno impegnati. Sono i creativi, gli estrosi, quelli che ti possono e devono decidere la partita con una giocata: perché stancarsi? Alla Juve, non funziona così: “Davanti a tutti c’erano Vialli, Ravanelli e Del Piero. Quelli che tiravano il gruppo erano loro. Una roba pazzesca, lì mi sono detto: se voglio stare con questi qui, devo pedalare. Gianluca Vialli? C’era lui, ma c’erano anche Deschamps, Ferrara, Peruzzi. Difficile sceglierne uno. E lì ho capito un’altra cosa: la fortuna delle squadre sono quelli che non giocano o giocano meno. Se loro hanno la capacità di tenere sul pezzo chi ha più spazio, la squadra va più forte. Certo, il merito è di chi gestisce il gruppo, ma dallo spogliatoio si capiva che quella Juve avrebbe fatto grandi cose. La finale del 1996 contro l'Ajax? Fu la partita perfetta – ricorda Pessotto – partivamo protagonisti, non favoriti. Di fronte c’era comunque l’Ajax che aveva vinto il trofeo l’anno precedente. Noi siamo stati perfetti per tutta l’annata, e ci siamo arrivati nel migliore dei modi. E comunque ce la siamo dovuta sudare ai rigori. Però non so come dirlo: sin dall’inizio avevo la sensazione che potesse essere l’anno giusto. Anche perché non potevamo perdere un’occasione più unica che rara, come quella di giocare la finale in casa, a Roma”.
In campionato, non è una Juve particolarmente felice: parte male, perde subito terreno rispetto al Milan di Capello, alla fine chiuderà seconda ma con sette punti di ritardo. In Champions, si trasforma: “Giocavano male in Serie A e alla perfezione in Europa. Per questo, dicevano che avessimo fatto la preparazione in ottica Champions. Ma è un’assurdità: giocavamo ogni tre giorni, la preparazione era sempre la solita. Semmai, a livello mentale ci concentravamo di più. Questo può essere vero, magari a livello inconscio. Le finali perse? Io posso parlare solo per le partite che ho giocato. E, se prima dicevo che a Roma abbiamo disputato la gara perfetta, non posso dire altrettanto nelle altre occasioni. In due casi su tre partivamo favoriti, sulla carta avremmo dovuto vincere noi: col Real no, col Real non parti mai favorito. Non siamo più riusciti a replicare quella partita perfetta”.
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