Antonio Conte sul divario economico: «Per vincere l’1% deve diventare 100%. In Inghilterra usano i bazooka. Ovunque altrove usano una pistola»

Antonio Conte sul divario economico: «Per vincere l’1% deve diventare 100%. In Inghilterra usano i bazooka. Ovunque altrove usano una pistola»TuttoJuve.com
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di Massimo Pavan
Tutte le parole di Conte ad Athletic

Antonio Conte guarda al futuro. Dopo l’ultima esperienza al Napoli, il tecnico salentino si trova in una fase di riflessione, ma senza smettere di studiare il calcio e soprattutto senza perdere quella fame di vittorie che ha caratterizzato tutta la sua carriera. In una lunga intervista a The Athletic, l’ex allenatore della Juventus ha parlato della sua filosofia, dell’evoluzione tattica del calcio e soprattutto di ciò che cerca per la prossima avventura.

Conte: «Ora osservo e studio»

Ripensando alla sua ultima esperienza, Conte non nasconde quanto sia stata impegnativa:

«È stata un'esperienza meravigliosa. Ha richiesto tantissime energie e non è stato facile. Per Napoli, Roma o Lazio andare in battaglia contro Inter, Juventus e Milan non è certo una passeggiata. Ho consumato molte energie. Adesso sono in una fase in cui osservo quello che succede. Nei periodi di tranquillità, quando non lavori, la cosa bella è che puoi sederti, guardare le partite, studiare nuove soluzioni ed essere ancora più lucido nel cercare di adattare l'evoluzione del calcio alle tue idee».

Conte è stato spesso identificato con la difesa a tre e con il 3-5-2, ma la sua carriera racconta molto altro. I primi successi a Bari e Siena arrivarono con il 4-2-4, mentre nelle esperienze successive ha continuamente adattato il sistema alle caratteristiche dei giocatori.

Anche al Napoli ha alternato diversi moduli e soluzioni, cercando soprattutto un modo per far convivere giocatori importanti come Kevin De Bruyne, Scott McTominay, André-Frank Zambo Anguissa e Stanislav Lobotka. Gli infortuni lo hanno poi costretto a cambiare ancora, cercando nuove configurazioni per mantenere competitiva la squadra.

«Il calcio cambia: oggi tutti hanno più coraggio»

Conte continua a studiare con grande attenzione l'evoluzione tattica del calcio europeo:

«Il calcio è in continua evoluzione e dobbiamo stare al passo con i tempi. Oggi tutti hanno più coraggio. In passato, se affrontavi Manchester City o Liverpool, la differenza qualitativa era enorme e quindi ti mettevi con un blocco medio, lasciando loro l'iniziativa. Oggi questo non succede più».

Tra i tecnici che apprezza maggiormente ci sono Mikel Arteta e Luis Enrique. Per Conte il punto centrale resta il ruolo dell'allenatore all'interno di un progetto.

«Deve esserci una direzione, deve esserci una visione. Arteta indica la strada, proprio come hanno fatto Klopp e Guardiola. Secondo me l'allenatore deve essere al centro, deve essere importante. Se non sei soddisfatto, lo mandi via. Ma è l'allenatore che deve dare la direzione e la visione. Ha una propria filosofia calcistica. Non possono esserci due visioni differenti, quella della società da una parte e quella dell'allenatore dall'altra. Quando le due visioni coincidono e trovi il giusto equilibrio, allora puoi crescere».

Conte cita Fabregas e il Como

Un esempio italiano indicato dall'ex tecnico bianconero è quello del Como di Cesc Fabregas:

«Guardate il Como. Cesc ha voce in capitolo. Al PSG non hanno vinto la Champions League con Mbappé, Messi e Neymar. Stiamo parlando dei migliori giocatori del mondo. Questo fa capire che servono equilibrio e alchimia. Non puoi pensare semplicemente di mettere insieme i migliori giocatori e aspettarti di vincere. Non funziona così».

Conte sottolinea quindi il lavoro compiuto dal Paris Saint-Germain intorno a Luis Enrique:

«Luis Enrique ha fatto grandi cose, ma quello che ha fatto il club è stato altrettanto fondamentale: hanno sostenuto l'allenatore, cosa che negli anni precedenti non avevano fatto. Nasser Al-Khelaifi era già lì e anche Luis Campos. Luis Enrique è arrivato e ha detto: "Questo è quello che voglio fare". Loro hanno sposato quella visione. Secondo me Luis Enrique ha realizzato qualcosa di straordinario. È riuscito a convincere il PSG a seguirlo, qualcosa che prima non era successo».

Conte e i giovani: da Pogba alla voglia di studiare il Barcellona

Conte respinge indirettamente anche l'etichetta di allenatore interessato esclusivamente a calciatori già pronti. Alla Juventus, ricorda, fu proprio lui uno dei primi a credere nel giovanissimo Paul Pogba.

L'ex ct della Nazionale guarda oggi con particolare interesse al Barcellona e al lavoro svolto dalla Masia.

«Stanno facendo qualcosa di straordinario. Vedere questi ragazzi della Masia entrare in prima squadra a 18 anni con tanta naturalezza, in una squadra come il Barcellona, davanti a 100mila persone, e giocare con una facilità simile ti fa capire quanto lavoro ci sia dietro nel settore giovanile e quanto questo venga svolto in sintonia con l'allenatore».

Conte vorrebbe addirittura recarsi a Barcellona per osservare personalmente il funzionamento dell'academy:

«Mi piacerebbe visitare il loro settore giovanile. C'è una struttura perfettamente allineata con la prima squadra».

Il futuro di Conte: possibile anche un ritorno in Premier League

A 57 anni Conte non chiude alla possibilità di accettare una squadra anche a stagione iniziata, purché si presenti l'occasione giusta. E un ritorno in Premier League continua ad affascinarlo.

«Oggi in Inghilterra usano i bazooka, mentre nel resto d'Europa si usano ancora le pistole. Ma bisogna anche stare attenti a come vengono spesi i soldi. Per questo parlavamo dell'importanza delle valutazioni corrette e di avere una visione: puoi avere i soldi, ma devi spenderli bene».

Il riferimento è alla potenza economica dei club inglesi, ma per Conte le disponibilità finanziarie, da sole, non garantiscono il successo.

Conte: «In certi club bisogna tornare a lottare per vincere»

È però nella parte finale dell'intervista che arrivano le dichiarazioni probabilmente più significative anche in ottica futura. Conte ribadisce un concetto che ha accompagnato tutta la sua carriera: quando si arriva in una società abituata storicamente a vincere, non ci si può accontentare di partecipare.

«Se vai in un club dove la storia parla da sola, una storia fatta di trofei, campionati e vittorie, puoi onorare quella storia in un solo modo: avendo l'ambizione di riportare quel club, se oggi non è in quella posizione, a lottare per quegli obiettivi».

Conte prosegue:

«So perfettamente che ogni anno può vincere soltanto una squadra, ma devo avere dentro di me, e trasmettere ai tifosi, ai giocatori e ai dirigenti, quella scintilla, quella speranza che ti porta a dire: "C***o, possiamo vincere"».

«Anche l'1% deve poter diventare il 100%»

Per Conte persino una possibilità apparentemente minima deve trasformarsi in una convinzione collettiva:

«Anche se fosse soltanto l'uno per cento, deve essere un uno per cento che può diventare il 70, l'80 o addirittura il 100 per cento. Dipende da come riesci a trasmetterlo. L'allenatore è importante perché deve comunicare questo messaggio ogni giorno».

E la mentalità vincente, secondo Conte, deve coinvolgere l'intera società:

«L'allenatore ha rapporti quotidiani con tutti: lo staff, il massaggiatore, il magazziniere, il fisioterapista, il giardiniere. Tutte persone che devono essere coinvolte e sentirsi parte della volontà di fare la storia. E la storia si fa soltanto vincendo».

La frase che può accendere il futuro di Conte

Infine arriva una dichiarazione destinata inevitabilmente a far discutere, soprattutto pensando ai grandi club europei che stanno attraversando una fase di ricostruzione:

«Ci sono molti club che hanno in qualche modo perso di vista la propria storia. Mi piacerebbe andare in uno di questi club, rispolverare quella storia e farla tornare a splendere».

Poi la conclusione, perfettamente coerente con il Conte conosciuto anche negli anni della Juventus:

«Club dove esiste pressione, dove alla fine sai perfettamente che non vai semplicemente per partecipare, ma per competere».

Parole che rappresentano quasi un manifesto per la prossima avventura dell'allenatore salentino. Conte non sembra cercare semplicemente una panchina: cerca una società con storia, pressione e ambizione, possibilmente una grande decaduta da riportare a lottare per vincere. Un identikit che inevitabilmente può alimentare suggestioni e scenari sul suo futuro.

I ricordi contano molto per Conte. La gente ricorda i vincitori. Chi perde, salvo poche eccezioni, viene dimenticato.

«Lo sai che ho una medaglia da secondo classificato ai Mondiali?», chiede Conte. Per spiegare il concetto non si aspetta che io ricordi la sua partecipazione a USA ’94.

«Ti ricordi che il Brasile vinse la finale. Non che l’Italia la perse ai rigori. Un’Italia con Roby Baggio e Franco Baresi. Se avessimo vinto quella partita, oggi sarei riconosciuto come campione del mondo».

Conte è un vincente seriale. Probabilmente la cosa più vicina a una garanzia che la tua squadra finirà per festeggiare qualcosa. Eppure eccoci qui a parlare di come una sconfitta possa cancellare i ricordi. Del rischio di diventare irrilevanti se si lascia che la sconfitta scivoli via senza reagire.

«A Euro 2000 perdemmo la finale contro la Francia per il golden goal. Chi se lo ricorda? È fastidioso, ma è la verità. Nessuno ricorda chi arriva secondo. Alla Juventus vincemmo la Champions League ai rigori contro l’Ajax, ma io ho perso altre tre finali».

«È per questo che molto spesso, quando parlo con i miei giocatori e si arriva davvero al dunque, emerge in me una competitività feroce che cerco di trasmettere anche a loro», spiega Conte.

«Perché io lo so. Ho vinto tanto, ma ho anche perso tanto. Tanto. E quando perdi… questa è una cosa che voglio far capire davvero ai miei giocatori, perché l’ho vissuta sulla mia pelle… se perdi una finale di Coppa del Mondo o di Champions League e poi vai in vacanza, magari pensi che ci sarà un’altra occasione. Ma non sempre arriva un’altra occasione. Questa è l’occasione».

Il Chelsea e quella Premier vinta da sfavorito

«Questo è il problema», dice Conte. «È per questo che il duro lavoro è importante. Vincere non è facile, richiede fatica. Alcuni pensano che il successo cada semplicemente dal cielo e ti finisca in braccio. Invece devi andare a prendertelo. Stare seduti a parlarne non serve a farlo accadere».

Quel Chelsea vinse 30 delle 38 partite di campionato. Eguagliò quello che all’epoca era il record di vittorie consecutive in una singola stagione di Premier League, 13, e chiuse con 93 punti: il dato più alto, fino a quel momento, dai 95 punti conquistati dal primo Chelsea campione di José Mourinho nel 2004-05.

È un risultato del quale forse non si parla abbastanza.

Conte arrivò in Inghilterra nella stessa estate di Pep Guardiola. Fu anche l'estate in cui il Manchester United scelse Mourinho e batté il record mondiale per un trasferimento acquistando Paul Pogba, un giocatore che qualche anno prima aveva espresso il proprio potenziale proprio con Conte alla Juventus. L’era di Jürgen Klopp a Liverpool, invece, era già cominciata da nove mesi.

«Quella Premier League la vincemmo da sfavoriti», ricorda Conte.

Il Chelsea aveva terminato la stagione precedente al decimo posto e Mourinho era stato esonerato a dicembre. Tutti pensavano che Conte avrebbe avuto bisogno di tempo. In Premier League ogni allenatore ha bisogno di tempo.

Conte no.

«Non avevamo fatto grandi acquisti. Prendemmo David Luiz, Marcos Alonso e N’Golo Kanté. Il club mi chiese dieci volte se fossi davvero sicuro di Kanté. Non era il tipico giocatore da Chelsea: alto e bello. Era uno di quei ragazzi che, quando lo vedevi… beh, quando lo vidi per la prima volta anch’io ebbi qualche dubbio sulla sua struttura fisica», racconta ridendo, «ma ero assolutamente convinto che fosse un grande giocatore».

Dopo una sconfitta per 3-0 sul campo dell’Arsenal alla fine di settembre, Conte apportò alcuni cambiamenti. Passò alla difesa a tre, reinventò Victor Moses come esterno a tutta fascia e da quel momento il Chelsea non si voltò più indietro.

Uno dei suoi giocatori, Cesc Fabregas, oggi allenatore del Como in Serie A, ha raccontato a The Athletic che Conte «mi trasformò in un animale diverso».

Tottenham: «La cosa che mi faceva impazzire...»

Qualche anno più tardi provò a realizzare una trasformazione simile dall’altra parte di Londra, al Tottenham.

Inizialmente Conte rifiutò l’opportunità — e il suo primo istinto probabilmente era quello corretto — ma gli Spurs continuarono a chiamarlo. Quando Nuno Espírito Santo, arrivato in estate, venne esonerato nel novembre 2021, Conte decise, contro il proprio istinto, di accettare l’incarico senza aver avuto né una preparazione estiva né una finestra di mercato.

«Andai al Tottenham con l’ambizione di cambiare un po’ le cose», ricorda Conte. «Anche perché lì c’era Fabio Paratici. Quando arrivai erano noni. Finimmo quarti, superando l’Arsenal».

Per sei mesi dopo l’arrivo di Conte, gli Spurs furono i migliori alle spalle delle grandi squadre dell’epoca. Vinsero anche 3-2 in trasferta contro il Manchester City, pareggiarono 1-1 ad Anfield contro il Liverpool e inflissero un colpo durissimo all’Arsenal di Mikel Arteta battendolo 3-0 nella fase decisiva della stagione.

Il lunedì successivo l’Arsenal crollò a Newcastle e il Tottenham si qualificò alla Champions League per la prima volta dall’addio di Mauricio Pochettino nel 2019.

Conte non si aspettava che il Tottenham spendesse sul mercato le cifre investite successivamente con l’attuale tecnico italiano Roberto De Zerbi.

Contrariamente all’opinione comune, Conte non pretende che i club spendano soldi tanto per spenderli. Chiede semplicemente che vengano spesi bene.

Nell’estate 2022 il Tottenham riuscì contemporaneamente a essere parsimonioso e sprecone. Ivan Perisic arrivò a parametro zero a 33 anni. Molti soldi furono invece investiti in giocatori che Conte definisce «ordinari», come Richarlison, che quattro anni più tardi continua a rappresentare un problema per il club.

Conte non riuscì mai a completare un’intera stagione al Tottenham.

Durante il secondo anno Paratici ricevette una squalifica, il preparatore atletico della prima squadra Gian Piero Ventrone morì e lo stesso Conte ebbe problemi di salute. Inoltre si rese conto di essere incompatibile con la filosofia del club.

«Ricordo che non stavamo vincendo, oppure avevamo pareggiato una partita, e mandai un messaggio a Daniel Levy. Lui mi rispose: “Non preoccuparti, vinceremo la prossima”. Voleva essere un messaggio di sostegno. Ma per me diceva tantissimo. Continuavo a pensare: “Ma che ca…?”. Gli dicevo: “Guarda!”».

A Conte rimase l’impressione che perdere punti fosse, se non irrilevante, quantomeno tollerabile. E inconsciamente anche i giocatori percepivano questo atteggiamento.

«I calciatori scelgono sempre le opzioni più semplici», sostiene Conte. «Quelle che li fanno stare bene e richiedono meno sforzo».

Nel marzo di quella stagione Conte sentì la necessità di attaccare pubblicamente i giocatori e la cultura del Tottenham in quella che sarebbe diventata la sua ultima conferenza stampa da allenatore degli Spurs.

La squadra aveva dilapidato un vantaggio di 3-1 negli ultimi 16 minuti pareggiando contro il Southampton, destinato alla retrocessione.

Quel discorso è diventato più volte virale.

«La cosa che mi faceva impazzire era sentire la gente intorno a me dire: “Il Tottenham non vincerà mai niente”. Dicevano che erano dei perdenti».

Secondo Conte, chiunque fosse legato al club avrebbe dovuto considerarlo il peggior insulto possibile.

«Venivano presi in giro. E continuano a essere presi in giro. Ancora oggi. L’Arsenal ha perso 3-0 contro il Brighton nell’ultima partita prima di questa sosta per le nazionali e scherzavano dicendo: “L’Arsenal è diventato il Tottenham”. Capisci? Credimi, questa cosa mi irritava moltissimo».