Vincere non è più l'unica cosa che conta. Cancelo via, Paul telenovela-bis

Sarri alla Juve è un romanzo, una scelta rivoluzionaria in linea con la storia bianconera. Ora Paratici lavora per una squadra che corra ai suoi ritmi.
18.06.2019 01:15 di Ivan Cardia Twitter:    Vedi letture
Vincere non è più l'unica cosa che conta. Cancelo via, Paul telenovela-bis

Eppure siamo convinti che pure Boniperti approvi. La Juve sceglie Maurizio Sarri e lo fa col coraggio della sua storia, anche a dispetto di quel motto per cui vincere non è importante, ma l’unica cosa che conta. Da oggi, da domenica, non più: vincere resta un imperativo categorico, ma pesa anche come arrivi alla vittoria. Se ti diverti, se cambi qualcosa, se scrivi un pezzo di storia non soltanto con i trofei, ma anche con quel quid in più che nessuno sa davvero definire, ma che ti fa pensare di giocare bene al calcio. Sarri, in qualche modo, lo ha fatto al Napoli: scrivere un pezzo di storia, non vincere. Ora arriva il bello, per lui e immaginiamo anche per la Vecchia Signora, al termine dell’annuncio più anticlimatico nella storia recente del calciomercato italiano.

 

Se non puoi abbattere il Palazzo, ci vai ad abitare. In tuta, con la sigaretta e la moka: simboli di un sarrismo più sarrista di quanto Sarri non possa mai essere. Ha fatto tanti scontenti, l’arrivo del tecnico toscano (ma non era napoletano?) sulla panchina dell’Allianz Stadium. Di quelli bianconeri non ne parliamo: ad Allegri lanciarono le uova, sappiamo tutti come è finita. A Napoli ci si sente traditi. Eppure Sarri alla Juventus è un romanzo che dovrebbe far sognare a occhi aperti l’Italia intera. Perché passi la rivalità, ma in questo momento ci sono pochi dubbi che la Juve sia il massimo, l’Olimpo del calcio italiano. Sarri è un dipendente di banca che ha avuto il coraggio di fare quello che vorremmo fare tutti, e l’unica cosa che possiamo rimproverargli è che a noi mancano gli attributi: mollare tutto, inseguire un sogno. Vent’anni fa allenava il Sansovino, oggi allena la Juventus. È una storia a lieto fine, comunque vada. Non serve essere stati grandissimi giocatori, o avere santi in paradiso, per arrivare. Una volta tanto.

 

Se sarà davvero lieto fine anche per la Juve, non possiamo saperlo. È una scelta coraggiosa, può anche portare a una crisi di rigetto, per quanto Sarri abbia le spalle coperte dalla sua gavetta. Quando si parla di scelta rivoluzionaria, però, bisogna stare attenti al senso di questa parola. Puntare su Sarri è tanto coraggioso quanto in linea con la storia della Juventus. Per certi aspetti, prendere Sarri è molto più coerente che puntare, un nome a caso, su Guardiola. Pensateci bene: Trapattoni era al secondo anno da allenatore, Lippi veniva anche lui dalla gavetta e non aveva vinto nulla, Conte arrivava dalla Serie B, Allegri aveva il pedigree più prezioso ma in fin dei conti pur sempre un solo Scudetto in bacheca. Tutti i grandi allenatori della Juventus (fa eccezione, in tempi recenti, solo Capello) venivano dal basso, avevano conquistato la Juve come punto più alto della propria carriera, potevano sembrare scommesse. Come Sarri.

 

Allo stesso tempo, e non possiamo prenderci in giro, è anche una scelta in netta rottura con gli ultimi 2-3 anni. Quelli in cui la Juve di Allegri si era avviluppata attorno al concetto del “se non vinci non sei bravo” fino al punto di trasformarlo nella convinzione che bastasse vincere per essere bravi a tutto tondo. Un sillogismo esasperato nell’ultima stagione. Siamo onesti: da queste parti avremmo tenuto Allegri, e non ne abbiamo mai fatto mistero. Però la scelta Sarri è condivisibile e rispetto al livornese metterà comunque in primo piano il gioco, inseguirà il successo perseguendo anche un’idea di calcio molto diversa. Né più bello né più brutto: non abbiamo capito cosa voglia dire. Bel gioco è coerenza e Sarri vincerà se saprà essere coerente a se stesso, nel nuovo abito (tuta o cravatta, quisquilie) che gli toccherà indossare. Poi, se tutta la Grande Bellezza vista a Napoli dovesse dimostrarsi anche non così effimera, allora tanto di guadagnato. 

 

Ora c’è da fare sul serio sul mercato. Intanto Cancelo alla fine va da Guardiola, e non viceversa: Maometto e la montagna si ritrovano a Manchester, mica a Torino. Entro il fine settimana dovrebbe essere ufficiale, 60 milioni in casa che sanno di plusvalenza, ma dal retrogusto amaro perché il portoghese potrebbe valere molto di più. Pesano i limiti caratteriali, immaginiamo, dato che di limiti tecnici non ne abbiamo notati. Poi, mezza rivoluzione: hanno salutato Caceres e Barzagli, via anche Perin, Khedira, Douglas Costa e Mandzukic. Limitandoci a quelli più o meno sicuri: potrebbero aggiungersi a vario titolo giocatori come Cuadrado, Matuidi, De Sciglio, a seconda delle richieste. Pjanic e Dybala sono casi a parte. A proposito dell’argentino: non siamo sicuri che possa incastrarsi nel gioco di Sarri, ma anche solo pensare di cederlo alla pari con Icardi è in questo momento fuori dal mondo. Tra i due ballano almeno 40-50 milioni di differenza, considerato tutto quello che è successo a Maurito in stagione, e non farli pesare sarebbe un errore clamoroso da parte della Juve, che il bilancio respiri o meno. Dentro? Ci lavoreranno Paratici & Co: per Chiesa ci sarà da trattare con la Fiorentina, più sì che no perché pare che il ragazzo voglia cambiare aria. In difesa un grande colpo (Koulibaly, Marquinhos, noi puntiamo due fiches su Romagnoli ma è complicato, De Ligt forse costa troppo), più a questo punto un terzino destro (Hysaj? Dipende dalla valutazione e comunque non per fare il titolare). A centrocampo Rabiot, più uno. Capitolo Pogba: rischiamo la telenovela Guardiola-bis. La Juve ci sta provando, ci proverà, ma a 150 milioni di euro è pressoché impossibile. Non lo dicono gli insider o le fonti ben informate, basta leggere il bilancio della Juve, anche al netto del Decreto Crescita. Se il Manchester United dovesse abbassare le pretese, o se si riuscisse a imbastire una maxi-operazione (con valutazioni generose da entrambi i fronti e tanta fiducia nei riscontri commerciali), la cosa potrebbe anche andare in porto. Di sicuro la Juve si è messa sulla strada di Sarri, e le rivoluzioni non si fanno a metà.

 

Un’ultima considerazione sulla guerra tra bande di cui avremmo fatto volentieri a meno. In quanto giornalisti, siamo schiavi dei fatti. Possiamo solo raccontarli; possiamo commentarli, analizzarli, spiegarli. Ma avvengono a prescindere, al di là di quello che facciamo. È uno dei pochi mestieri in cui non si ha alcun controllo sull’evento più rilevante, e per certi versi sul risultato del proprio operato. Sono i fatti a definire il proprio lavoro, e in ultima analisi i lettori dei fatti che raccontiamo ne sono l’unico giudice possibile. Basterebbe questo, basterebbe la circostanza che alla fine ci si debba scontrare con la realtà e con quello che effettivamente succede, per ricordarsi che non c’è alcun bisogno di impugnare la spada. Basta la penna (o la tastiera): con la memoria, le migliori armi che noi giornalisti e voi lettori possiamo utilizzare.