Soluzioni vecchie per un calcio che non ci sarà più: accanimento terapeutico sulla stagione 2019-2020. Juve fuori dalla pantomima stipendi: chapeau

07.04.2020 00:40 di Ivan Cardia Twitter:    Vedi letture
Soluzioni vecchie per un calcio che non ci sarà più: accanimento terapeutico sulla stagione 2019-2020. Juve fuori dalla pantomima stipendi: chapeau

Ci sarà un prima e un dopo. Chi non lo capisce o è miope (nessuna discriminazione, al sottoscritto mancano parecchie diottrie) o fa finta di non vedere. Sta di fatto che non è chiaro quando accadrà, ma questa crisi dividerà il mondo, e di conseguenza anche il calcio, in un prima e un dopo. Quel che c’era prima non ci sarà più, almeno non allo stesso modo, almeno non senza qualche differenza. E chi guarda al mondo nuovo con occhiali adatti per quello vecchio non farà mai centro. 

In questi giorni di paura e di affannosa ricerca di soluzioni per il futuro, ne sentiamo di ogni. Arriveremo a quella del calcio visto come priorità, un po’ presunzione e un po’ verità. Per sistemare il giocattolo, che per la verità era già abbastanza scassato prima del Coronavirus, leggiamo che le plusvalenze saranno decisive. Che si ripensa addirittura alle TPO. Artifici vecchi, per tenere in piedi conti che già non si reggevano prima del virus, figuriamoci dopo. Se la ricetta per curare dei bilanci gonfiati è pompare altra aria fritta nel sistema stiamo freschi, signori cari.

Non ci spingeremo a dire che tutto questo può avere un risvolto positivo. È una bestialità, il bicchiere non è mezzo pieno o mezzo vuoto: è pieno, ma delle lacrime di dolore di chi ha perso i propri cari e non può piangerli. Però il virus può essere l’ago che serviva al calcio, se sapremo sfruttarlo. Il pallone vive da anni all’interno di una bolla, che chiunque sosteneva prima o poi sarebbe scoppiata. Ecco, forse ci siamo. Ora vedremo come vogliamo riprendere quel che c’è di reale, e lasciar perdere tante zavorre che hanno appesantito il percorso. Con ottime probabilità sarà necessario ridimensionarsi: capiterà a tutti, figuriamoci al calcio. Via le plusvalenze più o meno fittizie, via le centinaia di milioni sottratte al sistema da agenti e mediatori che no mediano un bel niente. Abbiamo l’occasione di rimediare agli errori fatti nel corso degli anni. Anche recenti, vedi il divieto di pubblicizzare le scommesse sportive mentre lo Stato lucra (perdendo soldi anche lì in realtà) sulle slot machine. 

In tutto ciò, quando ripartirà il calcio? Che sia una delle priorità del Paese, questo no. Però alla vicenda bisogna guardare senza paraocchi. È una delle grandi industrie dell’Italia, inutile nascondersi. E quando pensiamo a Cristiano Ronaldo dobbiamo pensare anche al magazziniere che non sguazza certo nell’oro, ma col calcio ci vive. E ha molti più colleghi di quanto si pensi. Il punto è che la questione, per come la stanno affrontando UEFA, FIGC e via dicendo (salvo doverose eccezioni) ci sembra mal posta. Il punto non è quando ripartirà, è come lo farà. Il quando è appannaggio del nemico invisibile che stiamo a fatica combattendo e controllando. Lo sa solo il virus, quando potremo tornare ad abbracciarci per un gol. Ci faremo trovare pronti? L’impressione è no, se l’idea di fondo è che the show must go on. E con lo show ci riferiamo alla stagione 2019-2020. Bene provare a tenerla in vita, ma l’idea che possa finire a settembre o peggio ottobre è fuori dal mondo. Sarebbe accanimento terapeutico su un malato terminale, perdonate l’immagine cruda. A meno di non ripensarla davvero: stagione 2020, poi 2021 e via dicendo. Allora forse sì, ma con tanti punti interrogativi. 

Gli ostacoli al dire basta, come stanno facendo diversi sport (ultima la pallavolo) ha due grossi ostacoli. I ricorsi e le tv. I primi sono quelli di chi perderebbe una retrocessione o una promozione. E qualcuno deve dirlo chiaramente: potrebbe anche avere ragione, ma se non accetterà decisioni straordinarie dovrà andare a spiegarlo a chi ha perso un nonno e non ha potuto dirgli addio, prima di avere il coraggio di presentarsi in un’aula di tribunale. Quanto alle seconde, è uno dei problemi strutturali per cui il calcio non stava in piedi già prima. Almeno, non sui suoi. Eccezion fatta per la Juventus, in Serie A gli introiti da diritti tv rappresentano in media dal 65% in su del fatturato delle società di calcio. Senza tv non si va avanti, e nessuno controlla le tv. La Deloitte, a gennaio 2020, ha indicato nella capacità di controllare le proprie risorse un fattore decisivo per il futuro dei club calcistici. Siamo messi sotto quel fronte, e la verità è che in questo momento il calcio italiano, come del resto quello europeo, ha perso il controllo sulle proprie entrate e non può autonomamente dire stop. Anche se dovrebbe. È uno dei paradigmi che andranno rivisti, se non vorremo farci trovare nuovamente impreparati alla prossima crisi. 

Di certezze, in sostanza, ne avete lette poche. Di Juve, forse anche meno. Le facciamo i complimenti, sinceri. La Vecchia Signora si è tirata fuori con tempismo invidiabile dalla melmosa trattativa per la riduzione degli stipendi dei calciatori, di cui a dire il vero a nessun tifoso importa e sarebbe bene che chi guida il calcio italiano lo capisca quanto prima. L’accordo raggiunto in Lega Serie A ha del paradossale: tutti d’accordo sul fatto di voler risparmiare. Ma non mi dite. Un accordo di una parte con sé stessa non è un accordo, anche se lo chiami così. Infatti l’AIC è scesa subito in trincea, perché Tommasi&Co avranno tanti difetti e avranno commesso i loro sbagli, ma essere presi in giro non piace a nessuno. Buon per la Juve, anche a livello di immagine, aver evitato l’ennesima pantomima di una Lega che ha sbagliato quasi tutto dal primo giorno in cui abbiamo sentito parlare di Coronavirus. 

Di calciomercato, infine, avete letto meno che di calcio. Non ha senso, è fuori dal tempo. Non sappiamo quando ripartirà il calcio, quando ci sarà la prossima finestra di trasferimenti, quanto crollerà il costo di un cartellino o il peso di un ingaggio. Senza sapere che mondo ci aspetta là fuori, che senso ha parlarvi dell’interesse per Pogba? La speranza, ça va sans dire, è di tornare a farlo presto. Ma ora no, non è ancora il momento.