Il coraggio di ammettere i propri errori

Pirlo e la Superlega: alla Juventus di Agnelli serve una seria autocritica, nel punto più basso della stagione bianconera.
11.05.2021 00:00 di Ivan Cardia Twitter:    vedi letture
Il coraggio di ammettere i propri errori
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Andrea Pirlo l’ha avuto, pur senza spingersi fino alle clamorose dimissioni, dopo la partita più brutta della sua gestione perché rischia di essere ferale per la Juventus. Magra consolazione, in una stagione che per i colori bianconeri assume le fattezze del calvario. Se alla circostanza che la Signora sia la squadra meno in salute (per distacco) tra quelle in corsa aggiungiamo un calendario più complicato di quel che non sembri (perché Conte allo sgambetto ci terrà parecchio, e i bianconeri giocheranno ogni 3-4 giorni da ora), la Champions assume le fattezze di un miraggio. Il KO col Milan non chiude ancora i giochi; lo fa però inevitabilmente sul destino del tecnico bresciano. Al netto delle conferme, ufficiali o ufficiose, è difficile capire perché a questo punto si dovrebbe andare avanti insieme, da una parte e dall’altra. Sono ragionamenti che non aiutano? Può darsi, ma è impossibile non farli.

È un coraggio che manca, invece, a chi le decisioni le ha prese. Dipingere Pirlo come il capro espiatorio è sbagliato tanto quanto lo era incensarlo all’inizio dell’avventura. Era una scommessa: magari intrigante, di sicuro rischiosa. È andata male, promette di chiudersi malissimo. Scaricare oggi Pirlo non sarebbe la soluzione, ma l’autocritica è l’unica cosa che può salvare la Juve di domani. Perché la Juve ripartirà, su questo pochi dubbi. È la storia di questa società, con buona pace di tutte le altre. E tornerà in alto. Solo, per farlo, ha bisogno di chiedersi perché è caduta in basso. L’arrivo di Ronaldo ha innescato una serie di dinamiche che hanno portato al quinto posto di oggi. S’è pensato di poter fare a meno di Marotta, poi che Allegri avesse torto. Si è inseguita una rivoluzione a metà con Sarri, silurato dopo prevedibili difficoltà di ambientamento (e uno scudetto rispetto al quale la stagione attuale imporrebbe qualche valutazione e parecchio apprezzamento). Si è visto il futuro in un allenatore che non è un allenatore ma il frontman di uno staff tenuto non proprio armonico (che fine ha fatto Tudor?). Di errori ce ne sono stati, tanti e tali da mettere persino in secondo piano nove anni incredibili e irripetibili, e non è giusto nei confronti dei protagonisti, dagli stessi Agnelli e Paratici in giù. Ma tant’è.

Di errori e del coraggio di ammetterli converrebbe discutere anche in riferimento a un altro argomento. A oggi, non è chiaro quale sia la strategia della Juventus, del Barcellona e del Real Madrid sulla Superlega. Si dice che la Uefa minacci, ma da che mondo è mondo le condizioni della resa le detta chi vince. Può essere più o meno clemente (ma questo è un discorso interno alla Uefa, che ha parecchi problemi e infatti uno degli errori di tutto l’ambaradan è stato quello di consentire a Ceferin il ruolo del difensore del calcio di tutti), nei fatti lo è persino stata con chi l’armistizio l’ha già concordato (gli altri nove club). È una guerra già persa, per il semplice fatto che se prima erano in dodici e ora sono tre. Potenti, ma troppo pochi per vincere una guerra di posizione. Dove si può arrivare insistendo? Nel più roseo dei casi, a una lunghissima battaglia legale (fidatevi poco di un provvedimento cautelare di un tribunale commerciale di Madrid, è una pezza d’appoggio e poco altro) che alla fine non lascerebbe nessun vero vincitore. Il muro contro muro è una sconfitta per tutti, ma alla lunga rischia di esserlo soprattutto per la Juventus.