Gli eroi in bianconero: Zoran BAN

Pionieri, capitani coraggiosi, protagonisti, meteore, delusioni; tutti i calciatori che hanno indossato la nostra gloriosa maglia
27.05.2021 10:26 di Stefano Bedeschi   vedi letture
Gli eroi in bianconero: Zoran BAN
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Nel piccolo mondo di Zoran Ban – scrive Vittorio Oreggia su “Hurrà Juventus” del novembre 1993 – non c’è spazio per i progetti ambiziosi, i sogni gettati oltre il confine della logica, il lusso sfrenato del calcio miliardario. Nel mondo di questo giovane croato di Rijeka, arrivato alla Juve per caso e non per caso riconfermato, esistono soltanto le scoperte quotidiane di una dimensione umana e professionale del tutto nuova. Non ha ancora i vizi della star, Zoran, e probabilmente non li avrà mai. Perché è un ragazzo semplice dentro e fuori, perché la sua è una corsa a ostacoli contro lo scetticismo, perché prima di guardare avanti preferisce voltarsi indietro. È uno di quei personaggi, Ban, a cui il passato ha lasciato parecchio in eredità. E a cui il presente sta offrendo altrettanto.
Diventa complicato descriverlo, non è semplice cucirgli addosso un’immagine aderente alla realtà. Tre mesi di Juve sono pochi e tanti al tempo stesso. Resta, in assoluto, il ricordo commovente di una doppia prima volta: a Lecce, in campionato, e a Mosca, in Coppa Uefa. Due esordi a distanza di quarantotto ore, salutati con un sorriso buono e parole di speranza: «Ho telefonato ai miei genitori per dire loro che non sono più un signor nessuno, anche se non sono ancora qualcuno. Ma a me basta così: perché sapersi accontentare ê un trampolino di lancio», raccontò nel gelo russo. Adesso che ha tagliato il traguardo del terzo debutto (in Coppa Italia), Zoran può permettersi di aggiungere a quel sorriso e a quelle parole una smorfia di soddisfazione.
La sua storia è molto più simile a un film che alla realtà: non ci ha mai pensato?
«Come no. Ci penso spesso, quasi tutti i giorni. Perché sono stato fortunato rispetto ad altri ex jugoslavi e rispetto a calciatori fortissimi del mio Paese».
L’ex Jugoslavia è una lama nel cuore. Lei è venuto via in tempo per non soffrire più...
«Guardi che io soffro ancora. Soffro ogni giorno che accendo la televisione o sfoglio un giornale. Non c’è bisogno di conoscere la lingua italiana per capire. Sono sufficienti le immagini di morte e di desolazione. Sa, è la mia gente...».
Qual è l’aspetto di questa assurda e triste vicenda che la colpisce di più?
«È terribile, siamo alle soglie del Duemila e il mondo si trascina i problemi delle guerre, della pace, della convivenza reciproca. Noi dell’Est sembra che non riusciamo più a metterci d’accordo e recuperare un po’ di tranquillità».
Fortuna sua, Ban, che c’è la Juve...
«Sì, fortuna mia. E della mia fidanzata, Sanja, che presto diventerà la signora Ban. A Torino viviamo nel centro alla Crocetta, in una bellissima casa. Vado in giro in Cinquecento e mi sembra di viaggiare in Rolls Royce: vede, ci vuole poco per toccare il cielo con un dito. Non ho pretese, mi basta camminare per le strade della città, “provare” il gusto di recarsi al cinema, fare ciò che in questo momento a Rijeka è impossibile. Eppure la mia patria mi manca, specialmente il sole e il mare. E gli amici. Ma non sono il tipo che fatica ad adattarsi, nonostante a Torino il cielo sia grigio. Troppo grigio».
La Juve: una seconda famiglia?
«Esatto Sono stato accolto con simpatia e benevolenza. Per uno straniero è importante il primo impatto. Devo tutto a Franco Landri. Un giorno è venuto a vedere Rijeka-Dinamo Zagabria, derby accesissimo. Vincemmo noi per due a uno, realizzai entrambi i gol. Da allora mi ha tenuto d’occhio, fino a che quest’estate è scoccata la scintilla».
Ma non c’era solo l’interessamento bianconero...
«No, c’era anche l’Atletico Madrid interessato al mio cartellino. Ma io pregavo affinché andasse in porto la trattativa con la Juventus. In Croazia si capta la televisione italiana, sapevo tutto del vostro campionato: ero e sono un vero patito. Ecco spiegata la ragione per cui ho subito tifato... bianconero. E poi la Spagna è lontana ed io sono legatissimo alla famiglia. Mio padre Dragan viene spesso a trovarmi, quando c’è lui mi sento forte. Anzi, più forte».
Ban figlio di papà. Un papà con l’occhio del talent-scout...
«Beh, un papà appassionato. Forse addirittura più di me. È stato lui a inculcarmi il pallone nella testa e a spingermi verso l’attività agonistica. A scuola non brillavo, ma negli allenamenti con le giovanili del Rijeka ero il primo della classe. A diciassette anni ho esordito in Serie A e da allora la mia carriera è stata tutta in salita».
I suoi idoli?
«Non mi piace essere ruffiano, ma deve credermi quando dico che sono cresciuto con le immagini del mundial spagnolo nella testa. I miei idoli erano Rossi, Causio, Tardelli, Zoff, Scirea, Graziani. Vuole che elenchi tutti i protagonisti di quel fantastico successo?».
I suoi obiettivi?
«Non esageriamo. Ho un solo obiettivo, adesso: dimostrare al presidente Boniperti e a Trapattoni che mi merito la Juventus e non sono venuto qui per grazie ricevuta. Senza presunzione, credo che non deluderò. Intanto lavoro come un matto in allenamento e mi faccio trovare sempre pronto. Capita, come a Lecce o a Mosca, che il tecnico abbia bisogno di me; e allora...».
Un giudizio su Roberto Baggio?
«Straordinario».
E su Vialli?
«Fortissimo».
E su Ban?
«Può crescere. Anzi, deve. Ma io lo conosco: ha la testa dura...».

I tifosi juventini si rendono presto conto che Zoran non è il campione che si sperava e che la somiglianza col suo connazionale Boksic è solo fisica. E lo capisce anche il Trap che lo utilizza con il contagocce: 2 volte in campionato, contro il Lecce e il Genoa, 3 in Coppa Uefa e una in Coppa Italia.
Alla fine della stagione, Ban è ceduto al Belenenses, in Portogallo.
Nell’estate del 1996, ritorna in Italia, al Pescara, in Serie B. Ancora una volta, sarà un’esperienza molto deludente: Zoran è schierato solamente in 9 occasioni, nelle quali va a segno solamente una volta.
Trasferitosi in Belgio, fa perdere le sue tracce, fino al 2004, quando riprova l’avventura italiana. Questa volta, si trasferisce in Puglia, nel Foggia. Ancora tanta delusione e poche partite, solamente 5.