Gli eroi in bianconero: Pietro VIERCHOWOD

Pionieri, capitani coraggiosi, protagonisti, meteore, delusioni; tutti i calciatori che hanno indossato la nostra gloriosa maglia
19.04.2013 08:00 di Stefano Bedeschi  articolo letto 9467 volte
Gli eroi in bianconero: Pietro VIERCHOWOD

Ha attraversato un ventennio del calcio italiano lasciando in tutti la sensazione di essere uno dei più grandi difensori dell’era moderna. Ha avuto l’onore e l’onere di confrontarsi con attaccanti fortissimi come Gullit, Van Basten, Völler, Careca ed altri, con risultati sempre soddisfacenti. Noto a tutti gli appassionati di calcio come il “Russo” che, insieme al cognome, tradiscono le sue origini russe da parte di padre e come lo “Zar”, riconoscimento alla superiorità nell’arte del difendere.

Proprio dai duelli con questi grandi campioni è nato il mito di Pietro Vierchowod, quello rimasto nella mente di molti grazie alla marcatura su Marco Van Basten che contro lo “Zar” sempre poco ha potuto a causa delle grandi doti atletiche e fisiche che lo stesso “Russo” metteva negli scontri ed a significarne anche l’ammirazione degli avversari, si può leggere la dichiarazione di Maradona che in una intervista lo chiamò “Hulk”.

«Ho affrontato attaccanti fortissimi», racconta, «da Bettega a Pruzzo, da Graziani ad Altobelli. “Spillo” era completo; agile, potente, tecnicamente dotato, scattante e sgusciante, uno dei più difficili da marcare. Devo ammettere, però, che chi mi faceva impazzire era Selvaggi; alla fine mi faceva girare la testa, era imprendibile. Ma il numero uno era Van Basten; quando era in giornata diventava devastante, immarcabile. Anche per me, lo ammetto».

Pietro è un vanto anche per la storia delle società in cui ha giocato: nel Como, perché unico giocatore convocato nella Nazionale maggiore di tutta la storia comasca; nella Fiorentina, con la quale ha conquistato il secondo posto; nella Roma, perché nell’unico anno di militanza, ha vinto uno scudetto formando un quartetto difensivo unico nella concezione tattica, con Di Bartolomei libero in fase difensiva e primo suggerito nelle ripartente che godeva della copertura puntuale e veloce dello “Zar”; nella Sampdoria, perché ha preso parte ai dodici anni più gloriosi della società, coincisi con la storica conquista dello scudetto; nella Juventus, perché, nella sua stagione disputata con la maglia bianconera, ha conquistato una storica Coppa dei Campioni.

«Sono arrivato a Torino», dice con onestà, «essenzialmente per vincere la Champions; non ho dimenticato al sconfitta di “Wembley”, contro il Barcellona, ed ora vorrei prendermi la rivincita. Anche per questo, oltre al grande fascino che emana la Juventus, ho preferito un contratto annuale con i bianconeri, piuttosto che uno biennale propostomi da Roma e Fiorentina».

Il suo distacco dal calcio giocato avvenne nella sua parentesi piacentina, nella quale entrò in conflitto con l’allenatore Simoni; il tecnico emiliano non credeva più in quel atleta di quarant'anni e questo spinse il Piacenza a non rinnovare la fiducia a Vierchowod, che terminò la sua carriera a sole nove presenze dal primato di presenze in serie A.

Tra le sue vittorie più care ci sono il Mondiale del 1982, anche se vissuto come riserva in tribuna e la Coppa dei Campioni vinta con la Juventus all’età di trentasette anni, trofeo che lui stesso definisce inaspettato, ma ovviamente ben accetto. Grande rammarico generano, invece, le finali perse sia in Coppa delle Coppe che in Coppa dei Campioni contro il Barcellona, sempre con la maglia blucerchiata.

Pietro Vierchowod è stato sempre portato ad esempio da tutto il mondo del calcio, come modello di comportamento sia in campo che fuori; non si arriva a giocare titolare in serie A fino a quasi quarant'anni senza tanta applicazione e dedizione. La sua decisione negli interventi, la velocità ed il senso dell’anticipo, hanno consentito a Vierchowod di risultare lo stopper principe del campionato italiano in un periodo in cui i campi di calcio erano calcati da grandi campioni.