Gli eroi in bianconero: Franco CAUSIO

Pionieri, capitani coraggiosi, protagonisti, meteore, delusioni; tutti i calciatori che hanno indossato la nostra gloriosa maglia
01.02.2021 10:30 di Stefano Bedeschi   Vedi letture
Gli eroi in bianconero: Franco CAUSIO
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© foto di Daniele Buffa/Image Sport

C’è un ricordo che Franco Causio si porterà sempre: lo scopone con Pertini sull’aereo che riportava a casa l’Italia Campione del Mondo del 1982: «Indelebile. Io ero in coppia con Bearzot, il presidente con Zoff. Io feci una furbata: calai il sette, pur avendone uno solo. Pertini lo lasciò passare e Bearzot prese il “Settebello”. Abbiamo vinto così quella partita». C’è tutto il repertorio di Causio: il sette, la finta, l’avversario disorientato. Ma stavolta non era un terzino, era il Presidente della Repubblica. Che si arrabbiò moltissimo.
Ha il merito di fare del calcio e del suo ruolo di ala, un’arte, un modo di esprimersi; irresistibile con la palla al piede, inventa uno stile di gioco, che in molti hanno cercato di copiare e che è rimasto impresso nella mente di molti tifosi. Il suo miglior periodo è senza dubbio legato alla Juventus degli anni Settanta e alla Nazionale di Enzo Bearzot. Il suo esordio avviene nella stagione 1964-65 nella squadra della sua città, il Lecce, che in quell’anno militava in Serie C. L’anno successivo passa alla Sambenedettese sempre in Serie C.
Nel 1966 approda nella Juventus di Heriberto Herrera che lo fa esordire in Serie A, appena diciannovenne, contro il Mantova, il 21 gennaio 1968: «Avevo solo diciassette anni e non posso negare che l’impatto fu molto duro. Io ero un ragazzo del Sud e la Torino di fine anni Sessanta era una città difficile. Vivevamo nel pensionato di Via Susa e non è, francamente, un bel ricordo. Ci rimasi solo un anno, perché, dopo aver esordito nella Juventus, andai a Reggio Calabria».
Successivamente, viene mandato al Palermo, per consentirgli di fare esperienza e maturare. Nella squadra rosanero, che milita in Serie A, il giovane Causio si fa conoscere a livello nazionale: «Avevo vent’anni quando sono arrivato a Palermo. Ero di proprietà della Juventus, che mi aveva mandato la stagione precedente alla Reggina in B. L’impatto con la città è stato bello, ho ancora tanti amici e per me è stato importante l’incontro con Di Bella. Era una persona eccezionale. Mi ha insegnato a giocare per la squadra. “Ricordati – mi diceva – non bisogna giocare per te stesso, ma per gli altri: sei bravissimo e se lo capirai, diventerai un grande”. E mi ha anche insegnato com’è la vita, che non è soltanto quella che si vive su un campo di calcio».
Ritornato a Torino nel 1970, Franco Causio, non trova ancora un posto da titolare, ma in quella stagione riesce comunque a farsi notare segnando sei reti. Il giorno del raduno è il 24 luglio 1970. Causio è lì, capelli abbondanti, occhiate basse quasi torve: «Sono venuto per giocare. A Palermo ero titolare, la stessa cosa sarà nella Juventus. Sono il più forte».
Ma è nella stagione successiva che, sotto la guida di Vycpálek, Causio trova lo spazio che merita giocando undici campionati con la maglia bianconera e vincendo sei scudetti, una Coppa Italia e una Coppa Uefa: «L’inizio non fu dei più semplici, perché non credevano molto in me e, se sono rimasto alla Juventus, devo ringraziare Armando Picchi. Fu lui a farmi giocare dieci minuti contro il Milan così che, in base al regolamento, non potevo più essere ceduto. Il mio, insomma, è stato un successo fortemente cercato, voluto».
Professionista esemplare e molto attaccato al proprio lavoro, lo testimonia la carriera lunghissima, ha convissuto a lungo con il luogo comune, falsissimo come tutte le frasi fatte, di genio e sregolatezza. Viceversa, è sempre stato un serio lavoratore (anche in allenamento) anche se, è inutile negarlo, ha sempre cercato la giocata vincente, il guizzo per decidere l’incontro rifiutando, quasi sdegnoso, il passaggino banale, il tocco laterale per nascondersi: «Alla Juventus c’erano regole ferree: in campo non si gesticolava, non si protestava con gli arbitri. E se sbagliavi Boniperti ti toccava nel portafoglio. Non temeva affatto dei voti riportati dai giornali. Il lunedì ti incontrava e ti diceva: “Ti hanno dato sette, ma per me ha giocato da cinque”».
Nella stagione 1983-84 passa all’Udinese, l’anno seguente all’Inter poi una parentesi al Lecce e nella Triestina, dove chiude la carriera a trentanove anni suonati: «La Juventus pensava al futuro che non poteva più essere di Causio, ma di Marocchino, di Fanna che scalpitavano tra i rincalzi. Peccato, perché a Udine ritrovai l’estro delle annate migliori e perché ero tutt’altro che sul viale del tramonto, tanto è vero che giocai ancora otto anni! Mi dispiace, perché fossi rimasto anche solo un anno, avrei giocato anch’io nella Juventus dei Platini e dei Boniek».
Impossibile sfuggire all’Avvocato Agnelli: «Ci sono state le telefonate alle sei del mattino, gli arrivi in elicottero a Villar Perosa. E invitava Boniperti a farmi tagliare i capelli e Giampiero rispondeva: “Lo lasci stare”. L’Avvocato sapeva veramente tutto, lo avevo soprannominato l’Enciclopedia. Una sera mi ha invitato a cena a casa sua, aveva una cineteca immensa. Abbiamo visto “Il profeta del goal”, il film realizzato da Sandro Ciotti, un altro grande, su Cruijff. E, dell’olandese, Agnelli sapeva tutto».
Causio esordisce in Nazionale il 29 aprile 1972, a Milano, in Italia-Belgio 0-0, ma il vero esordio avverrà due mesi dopo, il 17 maggio a Bucarest, Romania-Italia. Zoff; Spinosi e Marchetti; Agroppi, Rosato e Burgnich; Causio, Mazzola, Boninsegna, Capello e Prati. Finisce 3-3 e Causio segna il goal di un illusorio 3-2. Con la casacca azzurra disputa sessantatré incontri e realizza sei goal. Partecipa al Mondiale del 1974 giocando poco, ma in seguito con Bernardini prima e Bearzot poi diventa per molti anni padrone assoluto della maglia azzurra numero sette. Gioca in maniera ottima il Mondiale argentino del 1978 in cui segna anche un goal nella finalina contro il Brasile. Entra a far parte, a dieci anni dal debutto in Nazionale, all’età di trentatré anni, anche della rosa che conquistò il Mundial 1982.
Chiude la carriera in azzurro il 12 febbraio 1983, dopo undici anni di servizio, in Cipro-Italia 1-1: «La Nazionale che uscì al primo turno in Germania, nel 1974, era forte. Solo che si parlava troppo, riunioni su riunioni, del dualismo Mazzola-Rivera. In quell’occasione ho apprezzato Gianni Rivera soprattutto come uomo. In Argentina, nel 1978, abbiamo giocato il calcio più bello di tutto il Mondiale. Non siamo andati in finale perché, contro l’Olanda, eravamo convinti di aver già vinto dopo aver chiuso 1-0 il primo tempo. Bearzot mi sostituì con Sala per farmi riposare in vista della finale. Invece, gli olandesi fecero due goal e addio finale. A Bearzot voglio un bene dell’anima e gliene avrei voluto, anche se non mi avesse portato con la Nazionale in Spagna nel 1982. Conosco il grande Vecio, come lo chiamo con affetto, da quando avevo sedici anni. Lui era allenatore in seconda del Torino ed io feci un provino con i granata. Poi le Nazionali dall’Under 20 a quella maggiore».