Gli eroi in bianconero: Čestmír VYCPÁLEK

Pionieri, capitani coraggiosi, protagonisti, meteore, delusioni; tutti i calciatori che hanno indossato la nostra gloriosa maglia
15.05.2013 08:00 di Stefano Bedeschi  articolo letto 9661 volte
Gli eroi in bianconero: Čestmír VYCPÁLEK

Cestmír Vycpalek è stato, con Julius Korostelev, il primo straniero a vestire la casacca bianconera dopo la seconda guerra mondiale. Entrambi cecoslovacchi, appartenevano ad una delle più famose scuole calcistiche europee, quel calcio danubiano che non aveva avuto rivali fino allo scoppio della guerra.

“Parco Stromovka” è il suo campo preferito, i compagni di quartiere gli avversari più indomiti. Cestmír è un ragazzotto biondo e paffutello che trascorre interminabili ore nel cortile di casa ad incantare compagni ed avversari; palleggia col piede destro e col mancino fino all’esasperazione. Papà Premsyl, tifoso del grandissimo Slavìa Praga lo “costringe” a seguirlo ogni domenica allo stadio “Spartan” e Cestmír comincia ad accarezzare sogni di grandezza calcistica. Ma la strada non è facile: papà Premsyl vede in “Cesto” un futuro campione, mentre mamma Jarmila, invece, pretende la massima dedizione allo studio.

«Ti dedicherai al pallone», gli impone, «solo dopo aver superato l’Accademia Commerciale».

Cestmír supera ogni anno a pieni voti le classi del ginnasio e quelle dell’Accademia Commerciale ed, a 17 anni, si ritrova con il diploma ed il lasciapassare dei dirigenti dello Slavia per giocare in prima squadra. Ma, dietro l’angolo, c’è la guerra con i suoi orrori; “Cesto” è l'internato nel lager nazista di Dachau.

«Nell’ottobre del 1944 ero uno scheletro vivente con una casacca a righe, che stringeva il filo spinato di un orrendo campo di concentramento nazista, quello di Dachau», raccontava, «Solo chi c’è entrato può sapere quanto sia stato difficile, quasi miracoloso uscirne. In quel campo, Hitler rinchiudeva i nemici della sua follia: ebrei, antinazisti, cittadini degli stati invasi dalla croce uncinata. Ed io sono cecoslovacco di Praga, dunque un nemico. Vi passai otto mesi di sofferenze inaudite, di privazioni enormi; una buccia di patata, ogni due giorni, mi pareva un tesoro inestimabile. Solo chi è passato attraverso queste esperienze, ripeto, può capire che valore ha la vita e non impressionarsi più di nulla».

Nel 1945 Cestmír fa meraviglie nello Slavia ed i tecnici lo vogliono nella rappresentativa boema. “Cesto” assomigliava molto, come tipo di gioco, al grande Giovanni Ferrari: aveva una tecnica di primo ordine, gli occhi sempre sul campo e mai sulla palla, un ottimo controllo della stessa, una notevole visione di gioco e la capacità di valutare tutte le situazioni tattiche per comportarsi di conseguenza. Quando si avvicinava all’area di rigore, poteva diventare pericolosissimo per il portiere avversario, perché “Cesto” sapeva tirare molto bene, con traiettorie precise e potenti.

Allo stadio “Spartan” è ospite la fortissima Jugoslavia; la partita si rivela un’epica battaglia fra autentici giganti. Finisce 1-1 per merito di Cestmír che, di testa, realizza uno splendido goal. La via della Nazionale è spianata; Vycpalek vi resterà per sette anni.

«C’era l’entusiasmo e l’ardore dei venti anni; era il periodo in cui ci si doveva battere per vincere, anche nello sport. E non era facile. La sconfitta più dolorosa la patii a Parigi; perdemmo 3-0 e per giorni, noì della Nazionale non avemmo pace. Fortunatamente, lo Slavia ripagava gli sportivi con partite e vittorie memorabili. Sono stato sei volte campione, dal 1939 al 1945. Allora mi sentivo un leone, ma erano altri tempi; il calcio era solo sport, diletto, passione».

L’allora segretario della Juventus, Artino, ed un certo signor Foresto, grande esportatore di vini piemontesi a Praga, che gestiva anche un avviatissimo night, avevano messo gli occhi sulla coppia dello Slavia: Vycpalek e Korostolev. L’offerta era allettante; stipendio da sgranare gli occhi, un annetto in Italia in riva al Po, quindi ritorno a Praga. Breve consultazione con la dolce Hana, che intanto “Cesto” aveva condotto all’altare, e partenza per l’Italia.

“Cesto” esordisce in bianconero contro il Milan, il 6 ottobre 1946. Il presidente bianconero è Piero Dusio, l’allenatore Cesarini. Nella formazione rossonera militavano campioni come Tognon, Gimona, Annovazzi, Puricelli e Carapellese. Il Milan era partito all’attacco ed era in vantaggio di 2 goal, marcatori Annovazzi e Tosolini. Ma, prima del riposo, un perfetto passaggio di “Cesto” a Candiani aveva consentito alla Juventus di accorciare le distanze. All’inizio della ripresa, però, Gimona aveva realizzato il terzo goal per il Milan. Juventus decisissima a rimontare con un Vycpalek in grande evidenza, sempre assecondato dal compagno Korostolev, velocissimo sulla fascia sinistra. Alla mezzora Korostolev effettuava un cross, Piola operava un perfetto assist di testa per “Cesto” che metteva in rete. Cinque minuti dopo, sullo slancio, Magni siglava il goal del 3-3.

Vycpalek ricordava con grande nostalgia quel suo campionato: «Eravamo una grossa squadra, una pattuglia di amici ed anche di grandi calciatori. Il passo tecnico di tutti era elevato. Prova ne sia che la Juventus tenne testa, per quasi tutto il campionato, ad una formazione eccezionale come quella del “Grande Torino”: i granata vinsero lo scudetto, ma noi finimmo al secondo posto, precedendo uno strepitoso Modena, il Milan ed il Bologna».

Vycpalek resta bianconero solamente quella stagione, dove totalizzerà 27 presenze con 5 goal. Il trasferimento a Palermo vede la definitiva consacrazione di Vycpalek come giocatore, dove diventa l’idolo della “Favorita”. In Sicilia nasce anche il figlio, Cestino, che perirà tragicamente nell’incidente aereo di Punta Raisi.

«Il presidente Agnelli», ricordava sorridendo, «mi cedette al Palermo per devozione: lui ed il principe Lanza, presidente del club rosanero, erano grandi amici ed io ci andai di mezzo. Considerai quel trasferimento l’ennesimo scherzo del destino, non potevo certo immaginare che, a Palermo, cominciava la mia vera carriera di giocatore».

Armando Correnti, ex portiere, nonché osservatore della Juventus, lo conosceva bene: «Conobbi “Cesto” alla “Favorita” in un pomeriggio di sole; era rimasto in campo, per perfezionare ancora di più la sua tecnica. Io giocavo nel Siracusa, in serie B, ed ero nel pieno di una più che onesta carriera, ma lui era un’altra cosa: lui era un vero fuoriclasse. “Cesto” fece grande il Palermo da giocatore, ma gli regalò anche una travolgente promozione da allenatore».

Nella stagione 1970/71 la Juventus assume come allenatore Armando Picchi: ma l’ex “libero” dell’Inter, dopo pochi mesi di lavoro, è costretto ad abbandonare a causa di un male incurabile. Boniperti si guarda intorno e non dimentica il vecchio amico con il quale aveva giocato nella stagione 1946/47 e che si stava occupando del settore giovanile bianconero. “Cesto” prende le redini della prima squadra ed ottiene risultati grandiosi.

Dopo il quarto posto della stagione 1970/71, il 1971/72 è l’anno di “Cesto” il boemo. Una stagione che vale una vita, un romanzo a puntate con dentro un po’ di tutto. Con il giovane Bettega nei panni dello stoccatore ed il vecchio Salvadore a fare il guardiano del forte, “Cesto” allestisce una squadra spettacolare quando serve e molto, molto concreta quando conta solo il risultato. Quando poi Bettega si ferma per un serio malanno, l’allenatore boemo convince Haller a fare la seconda punta al fianco di Anastasi e questo è il suo capolavoro tattico. Juventus campione, un punto in più del Torino risorto, del Milan e del Cagliari.

L’anno dopo, il bis ancora più eclatante, con Zoff in porta ed Altafini uomo della provvidenza. Sensazionale, il bis, perché abbinato alla prima, seria cavalcata europea dei bianconeri, che giungono ad un passo dalla Coppa dei Campioni. Vycpalek, primo allenatore dei tempi moderni eppure antico nel suo modo molto romantico di intendere il calcio, dopo aver sfiorato il tris, beffato dalla Lazio di un altro tipo saggio come lui, Maestrelli, cede il posto a Carlo Parola e si rende ancora utile come osservatore.

“Cesto” ci lascia il mattino del 5 maggio 2002, giorno fatidico per lo scudetto numero 26 della storia juventina, così simile a quello da lui conquistato nel 1973 a Roma, con il goal di Cuccureddu nel finale.