Gli eroi in bianconero: Bruno GARZENA

Pionieri, capitani coraggiosi, protagonisti, meteore, delusioni; tutti i calciatori che hanno indossato la nostra gloriosa maglia
03.02.2014 10:06 di Stefano Bedeschi  articolo letto 7870 volte
Gli eroi in bianconero: Bruno GARZENA

Bruno Garzena nasce a Venaria, nel 1933 e si sviluppa calcisticamente nella Juventus, dove approda giovanissimo: «Sono all’Oratorio della Speranza a Torino; un giorno, è l’una e mezza, vado a cercare i miei compagni e trovo il deserto. Dove sono andati? “Sono in prova alla Juve”, mi dice il custode. Che cosa faccio? Salto sulla bicicletta, il nostro attrezzo preferito dopo il pallone, e vado a provare anch’io. Abitavo con i miei genitori in corso Vercelli, avevamo un negozio in via Rondissone. Sì, lo so, stavo dall’altra parte della città. Ma venire in bicicletta fino in Piazza d’Armi, dove all’epoca ci si allenava, era un gioco.
Non tenevo nemmeno le mani sul manubrio ed avevo una scarpa diversa dall’altra, tanto per far capire come sono cambiati i tempi. Per me, le scarpe sono sempre state un’afflizione con i piedi che mi ritrovo. Le spaccavo in continuazione e, siccome non succedeva mai che ne rompessi due insieme, quella sana la utilizzavo lo stesso e sostituivo solo quella rotta. Dovevo fare i conti con mia madre, a cui non piaceva che distruggessi scarpe in serie.
Eravamo appena usciti dalla Guerra Mondiale. Ma torniamo al provino. Sono tornato un po’ di volte e, dopo tre o quattro mesi, mi hanno fatto firmare la famosa cartolina verde, allora simbolo di un legame. Legame di cui vado fiero, perché continuo ad essere innamorato della Juve».

Sono anni ruggenti, pieni di sogni e di ambizioni. È una Juventus giovane, e c’è spazio per tutti, anche per chi, come lui, arriva agli allenamenti in bicicletta, è ricco di entusiasmo e di vigore atletico. Esordisce nella Juventus nel 1952, ha diciannove anni: «Carver è il nostro allenatore. Ci sono ancora Viola, Manente, Mari, Muccinelli, Parola, Præst, John Hansen e, ovviamente, Boniperti. Lo squadrone che vinse due fantastici scudetti! Anche se, quell’anno, lo scudetto passò all’Inter di Ghezzi, Nyers, Lorenzo, Armano e Skoglund. Noi secondi a due punti, una miseria. Esordisco proprio contro la squadra di Alfredo Foni, un tattico pignolo e preparatissimo. Presi il posto di Bertuccelli, che non stava bene.
C’era anche Vivolo, grande talento, però rincalzo in quella Juve di grandi firme. Vincemmo 2-1. Io marcavo Nyers. Mi ricordo un dettaglio, non so fino a che punto bene augurante: dopo un quarto d’ora, minacciavo già l’ungherese con le torture più terribili di questo mondo. Era una specie di training autogeno. Anche i nerazzurri erano formidabili: in attacco avevano Armano, Wilkes, Lorenzi, Skoglund e Nyers. Eppure, vincemmo noi».

Bruno conferma le proprie capacità di combattente, per ribadirle anche in epoca successiva, con la conquista degli scudetti 1957/58 e 1959/60, ai tempi di Boniperti, Charles e di Sivori: «Credo che quell’attacco se decideva di spingere e fare goal ci riusciva. Il risultato dipendeva solo da quanti goal beccavamo, perché farne non era un problema».

Sono 185 le presenze in bianconero, senza segnare, però, nemmeno una rete: «La cosa non mi ha mai creato nessun problema, anche perché, a quei tempi, ben difficilmente chi giocava in difesa poteva avventurarsi in avanti alla ricerca del goal. E poi, per me, l’importante era impedire al mio avversario diretto di segnare; quello era il mio compito. Il football dei miei tempi era molto romantico, più divertente e noi ci sentivamo come degli artisti. Personalmente, pur di giocare, avrei rinunciato anche all’ingaggio».

Volto e fisico da guerriero mitologico, sembrava costruito in acciaio; caparbio, astuto e intelligente, già in giovane età pensa a come investire i guadagni; a diciotto anni ha la maturità di un anziano padrone di fabbrica. Come calciatore è terzino rapido e grintoso; saltella sulla punta dei piedi, sempre pronto a contrastare l’avversario, ad azzannare, se è necessario. E nasce il nome di Falco di Venaria, che ricorda il paese (appena fuori della cintura di Torino) dove è nato, e che mette a fuoco le caratteristiche di gioco e di temperamento.

«Ho avuto la fortuna», continua a raccontare, «o la sfortuna di incontrare praticamente tutti i più forti giocatori dell’epoca: mi riferisco ai vari Di Stéfano, Schiaffino, Pelè, Garrincha, Matthews, Ghiggia, Cszibor ed Hamrin. Ma quello che, forse, mi ha dato i maggiori problemi è stato Julinho, fenomenale campione del brasiliano. A qualunque velocità andasse e qualunque fosse il modo di dribblare scelto nella circostanza, il pallone si staccava dai suoi piedi al massimo una ventina di centimetri. Impossibile toglierla al suo controllo. Era fantastico, un po’ malato di nostalgia per il Brasile, fatto abbastanza normale per chi è abituato a vivere a Rio de Janeiro oppure a Bahia.
Forse, era superiore a Garrincha. E penso che fosse più bravo di lui solo Matthews, che io ho incontrato in un’amichevole quando, però, aveva già più di quaranta anni. Ed allora, non c’erano raddoppi di marcature, né si usava il libero, dovevi sbrigartela da solo.
I miei duelli con Ghiggia sono passati alla storia. In verità, è nata un pochino di letteratura sull’episodio, forse i giornali hanno esagerato. Era una partita che io volli giocare a tutti i costi, nonostante avessi la febbre. Le gambe non mi reggevano più di tanto, io stringevo i denti e Ghiggia mi dribblava, mi aspettava e mi dribblava di nuovo. Non ho mai capito quell’atteggiamento.
Lui era un’ala straordinaria, che ti faceva secco anche se stavi bene. Ma quel giorno non ho capito l’insistenza nel saltarmi, aspettarmi e passarmi di nuovo, palla al piede, sotto il naso. Mi avrà dribblato cento volte, però la partita la vincemmo noi 3-0 e Ghiggia non segnò. Mi legai al dito quella bravata e, negli anni a venire, gli ho fatto passare la voglia di fare il furbo e non proprio con le buone.
Si sa, a me piaceva il gioco fondamentalmente maschio, ma mai esasperato e privo di una certa etica».

Quando appende le scarpe al chiodo entra negli affari e sa costruire per sé e per la famiglia un futuro tranquillo ed agiato grazie all’impegno continuo ed al senso degli investimenti, che non gli viene mai a mancare.