Gli eroi in bianconero: Beniamino VIGNOLA

Pionieri, capitani coraggiosi, protagonisti, meteore, delusioni; tutti i calciatori che hanno indossato la nostra gloriosa maglia
12.06.2016 10:17 di Stefano Bedeschi  articolo letto 4223 volte
© foto di Daniele Buffa/Image Sport
Gli eroi in bianconero: Beniamino VIGNOLA

Nato a Verona il 12 giugno 1959, cresce nella squadra scaligera e dall’organico gialloblu, dopo aver debuttato in Serie A, si separa nell’estate del 1980 per accasarsi all’Avellino. La Juventus, battuta una nutrita concorrenza, si assicura le prestazioni del biondo rifinitore per il campionato 1983-84. Dotato di una classe limpidissima e di un tiro preciso e potente che usa con una discreta disinvoltura, Vignola difetta di continuità essendo fisicamente molto fragile; abbastanza veloce e reattivo, con un discreto dinamismo ma poco solido nei contrasti, necessita spesso di pause quasi fisiologiche, tanto è vero che Brera lo definisce il nuovo abatino (ogni riferimento a Rivera è puramente voluto): «Credo che, nel calcio, questi paragoni lascino il tempo che trovano, capisco la necessità di scrivere sempre qualcosa di nuovo, di stimolare la fantasia dei tifosi e, riconosco, di avere qualche punto di affinità con Rivera, ma vado avanti per la mia strada, senza lasciarmi suggestionare. Vorrei essere soltanto Vignola, con i suoi pregi e difetti», afferma.
Vignola dimostra, comunque, grande intelligenza riciclandosi come dodicesimo uomo, in modo da mettere a frutto le sue non trascurabili qualità e dando un valore aggiunto tutte le volte che viene chiamato in campo, mascherando, nel contempo, i propri difetti: «Ad Avellino sono maturato ed ho acquisito esperienze in quello che è il mio ruolo specifico e, cioè, di centrocampista che ordina e inizia il gioco. Sono, in pratica, un regista in vecchio stile, se mi è concesso di usare ancora questo termine. Sono arrivato alla Juventus per giocare, questo è assodato, ma mi basterebbe lottare alla pari con gli altri per un posto da titolare».
In bianconero vive il suo miglior momento nella seconda parte della stagione 1983-84 nella quale il fantasista, con i suoi goal, è decisivo nella favolosa accoppiata scudetto e Coppa delle Coppe. Da ricordare il goal su rigore all’ultimo minuto contro la Fiorentina o la doppietta al Comunale contro l’Udinese; soprattutto, resta nella memoria quel bellissimo goal al Porto, nella finale di Coppa delle Coppe. A Torino si ferma anche per la successiva stagione, caratterizzato dalla conquista della Coppa dei Campioni. Viene ceduto al Verona nell’estate 1985, per poi tornare alla Juventus l’anno successivo, ma il fuoco è oramai spento per cui lentamente, ma inesorabilmente, si chiude il sipario. Alla fine totalizza 127 presenze con diciotto goal.

GIANNI GIACONE, “HURRÀ JUVENTUS” MAGGIO 1984
Beniamino. Mai, forse, nome è stato più azzeccato, più consono al personaggio. Che, in effetti, beniamino è diventato, a tempo di primato, e ben prima, si badi, che il supporter bianconero avesse la prova del valore, dell’importanza anche strategica del campione. Vignola, insomma, è un predestinato. Al successo, alla gioia, all’essere oggetto di attenzioni speciali da parte dei tifosi, senza distinzioni di settori dello stadio, tribuna o curva pari sono. Certo, è facile, oggi, tessere le lodi di Beniamino Vignola. Ci sono episodi recenti, e financo recentissimi, che testimoniano del ruolo che il veronese è stato capace di conquistare nella squadra chiamata Juventus, che ci sia o che manchi quel grandissimo, impagabile fuoriclasse a nome Michel Platini. Diciamo allora che, da pochissimo tempo, e segnatamente da quel Juventus-Fiorentina del primo di aprile, abbiamo potuto verificare pienamente il talento e l’importanza fin prospettica di Vignola, messo lì, nel cuore della squadra, a dimostrare quanto valga in realtà non come staffetta o pedina tattica a gioco in corso, ma come uomo squadra, giocatore a tutto tondo, campione completo. Ed è stata, crediamo per tutti, scoperta piacevole e fin esaltante.
Essere predestinati può anche voler dire assomigliare, non per volontà propria, certamente, a qualcun altro, magari grandissimo campione, magari simbolo addirittura di un’epoca. E Vignola, voce di popolo, è stato subito, all’inizio della sua carriera, avvicinato nientemeno che a Gianni Rivera. Paragone grande, inquietante. Non esatto, si capisce, perché le somiglianze son sempre un fatto relativo, approssimativo, tremendamente soggettivo. Paragone, comunque, calzante. Beniamino, a Verona e ancor più nella piena maturazione avuta ad Avellino, ha impreziosito un repertorio già ricco di altri particolari tecnici e tattici significativi. Ha imparato, lui così minuto e perbene, così poco loquace e insomma timido, a essere trascinatore, uomo squadra, tutto. Conta la classe, la grinta, non la chiacchiera. E Vignola, che ha iniziato da subito ad applicare questa elementare massima, non poteva che finire nella Juve, dove i fatti sono da sempre regola di vita. Abbiamo fatto un breve passo indietro, ma ci voleva. Adesso torniamo rapidamente al presente.
Vignola, nella squadra bianconera, si presenta senza far proclami e con quella modestia che non va mai confusa con rassegnazione. E dire che, in un contesto dove vi sono campioni assoluti come Platini e Tardelli, tanto per citarne un paio, sarebbe fin plausibile per un ragazzo nuovo venuto a subire una sorta di sudditanza, accusare il salto dalla provincia dove si diventa pedine del gran gioco. Ma qui salta fuori il carattere, e magari la predestinazione di cui si diceva in apertura. Perché Vignola, oltre al talento di primissimo ordine, ha uno di quei caratteri tagliati con l’accetta. E non mollerebbe neppure se il suo antagonista di maglia fosse Pelè più Sivori più Eusébio, altro che storie. Del resto, il Trap ha subito ben chiaro quale può essere la funzione tattica del ragazzo. Nelle mille pieghe che può prendere una partita ci sono soluzioni a bizzeffe che consentono l’impiego di Vignola. L’importante è poter disporre di un campione duttile, che sappia lavorare, oltre che con i piedi, anche con il cervello. E Vignola è l’uomo giusto, lo si capisce di primo acchito. I tifosi lo invocano, non per polemizzare con diverse scelte di partenza del mister, ma proprio a sottolineare come l’ingresso, a gioco in corso, di Beniamino, possa rappresentare una svolta del match. Il che, puntualmente, avviene. Il Trap getta nella mischia un talento capace di sconvolgere qualunque piano tattico, con un contributo di estro e di fantasia che in pochi hanno.
Nasce sul campo e fuori un’intesa Platini-Vignola che ha del portentoso, se si considera che, secondo molti addetti ai lavori, i due hanno le medesime caratteristiche e quindi dovrebbero tendere a sovrapporsi, creando addirittura inconvenienti seri alla squadra.  In realtà, i due parlano un linguaggio molto simile, che li porta a costruire insieme alcuni dei fraseggi più spettacolari e al tempo stesso essenziali del campionato. Ricordiamo Udinese-Juventus, con triangolo lungo tra Michel e Beniamino e palla di ritorno al francese, che fulmina in goal. Ma non dimentichiamo neppure Milan-Juventus, con giocata rapsodica di Platini finalizzata per il tocco vincente di Vignola. Per non parlare di Haka-Juventus in quel di Strasburgo, dove il copione di Milan-Juventus viene ripetuto con pochissime varianti. Abbiamo lasciato al fondo, e non a caso, il goal di coppa, per cogliere un rilievo non soltanto statistico. Vignola, a Strasburgo, segna il goal partita, su imbeccata di Platini, al novantesimo spaccato. È un goal di enorme valore simbolico, perché cancella tutte le paure, tutte le delusioni di un pubblico meraviglioso accorso a vedere una Juve forzatamente un po’ svagata, a corto di concentrazione. Un goal all’ultimo minuto denota sempre freddezza estrema, nervi saldissimi, insofferenza allo stress, alla fatica di una gara che volge al termine.
La riprova clamorosa di queste doti, Beniamino la fornisce qualche settimana dopo. È storia di ieri. Juventus-Fiorentina si decide con un rigore. Vignola, a tempo pieno uomo squadra in una formazione orfana di Platini influenzato, stavolta non è soltanto il jolly che scombussola i piani dell’avversario. Può diventare, e di fatto diventa, l’uomo partita. La sua freddezza diventa proverbiale. E il rigore che aggiunge un altro tassello al mosaico di un professional esemplare, che ha appena cominciato a mostrare compiutamente tutte le sue doti. Nasce nella Juve un campione inedito, universale. Ne ha bisogno la squadra bianconera, al presente e ancor più per il futuro. Beniamino, di nome e di fatto.