Gli eroi in bianconero: Alexandr ZAVAROV

Pionieri, capitani coraggiosi, protagonisti, meteore, delusioni; tutti i calciatori che hanno indossato la nostra gloriosa maglia
26.04.2022 10:30 di Stefano Bedeschi   vedi letture
Gli eroi in bianconero: Alexandr ZAVAROV
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Alexandr Zavarov sta consumando – scrive Stefano Germano sul “Guerin Sportivo” del 31 agosto 1998 – i suoi ultimi giorni... russi: Reykjavik e poi, forse, quello di campionato contro il Dnepr, con mezzo scudetto in palio. Dopo di ché, finalmente, la partenza per Torino, dove Zoff e Boniperti lo aspettano a braccia aperte. In attesa che Sasha, come lo chiamano tutti, si ritrovi «italiano», siamo andati a Mosca a precedere la sua partenza per il nostro Paese: facendo, nell’occasione, una divertente scoperta.
Quella, cioè, che nessuno gli aveva ancora detto... del licenziamento di Rush (per far coppia col quale Zavarov credeva di essere stato ingaggiato). «Ma davvero?», ci ha domandato a occhi sgranati. E, quando gli abbiamo confermato la notizia ci ha guardato come se facesse fatica a crederci. Poi ha riguadagnato la perfetta padronanza delle sue reazioni e ha aggiunto: «Se la società ha deciso così avrà avuto le sue buone ragioni».
Ormai, comunque, il nuovo Zar juventino ha iniziato il suo conto alla rovescia: i giorni che lo dividono da quello che anche lui ritiene essere il «più bel campionato del mondo» stanno passando velocemente e domenica o lunedì, si metterà agli ordini di Zoff. «Giocare in una squadra come la Juventus nel campionato più difficile che ci sia», continua, «da un lato mi intimorisce, e dall’altro mi esalta. Paura? Direi proprio di no, anche se non posso nascondermi le difficoltà che incontrerò tutte le domeniche. A Torino c’è chi mi vuole erede diretto di Platini e sostituire un fuoriclasse come lui è la cosa più difficile che possa capitare a un calciatore. Platini è stato un maestro: io sono e continuerò a essere solo me stesso. Anche se mi piacerebbe poter vincere, in bianconero, quello che ho vinto in Unione Sovietica con la maglia della Dinamo Kiev e quello che ha vinto lui in Italia, in Europa e nel mondo con quella della Juventus».
Hall dell’hotel Mezhdunarodnaya di Mosca: è dalla camera 319 che venerdì scorso è cominciato il nostro... assalto alla roccaforte del calcio sovietico. Prima telefonata con Novogorsk, zona proibita agli stranieri dove la nazionale è in ritiro: dall’altra parte del filo, a parlare con Ludmilla, nostra guida e interprete, c’è Logofeev, uno degli assistenti di Nikita Simonian direttore generale di tutte le nazionali sovietiche. A suo parere, non ci dovrebbero essere problemi; prima, però, bisogna chiederlo al «boss» che sta allenando la Nazionale in campo. L’appuntamento è quindi rimandato di un quarto d’ora e la conversazione si conclude così: «Spasiba», grazie tante, e... aspettiamo. Il tempo passa con una lentezza tanto esasperante che nemmeno il canto del gallo a carillon che è nella hall riesce a rendere più accettabile. Il secondo tentativo di Ludmilla dà i risultati sperati e, dall’altra parte del filo, Simonian concede il suo okay che però dipende, essendo Novogorsk «off-limits», da un’autorizzazione della Federazione, senza la quale non trovi taxi o auto pubblica che ti porti in questa zona a cinquanta chilometri dal centro della città. Alla ricerca di questo preziosissimo documento, ci trasferiamo tutti alla sede del Comitato olimpico sovietico: non fosse il tardo pomeriggio di un fine settimana, la speranza di trovare qualche funzionario di buona volontà ci sarebbe; qui però, quando si avvicina il momento di partire per il week end, la gente toglie le tende con la massima velocità possibile e peggio per chi resta.
Il primo impatto, alla reception, appare decisamente favorevole: i due poliziotti di guardia ci fanno salire al primo piano dove un funzionario conduce Ludmilla nella stanza del presidente della Federazione di... Pallavolo: il «nyet» ovviamente, è scontato e prevedibile. A questo punto, Ludmilla chiede di nuovo aiuto al funzionario che ci fa sedere e sparisce; noi continuiamo a controllare con ansia l’orologio che scandisce inesorabilmente il passare del (nostro) tempo. D’altra parte, cosa si può fare di diverso? Assolutamente nulla anche perché tutte le porte sono terribilmente uguali per cui indovinare chi c’è dietro è impossibile. Le speranze di avere il tanto sospirato «da» si stanno riducendo al lumicino. E a questo punto, però, che da una benedettissima stanza numero 303, esce un benefattore che resterà sconosciuto: ci guarda e se ne va. Poi torna, chiede chi siamo e che cosa vogliamo e, a questo punto, tra lui e Ludmilla si intreccia un dialogo tanto fitto quanto incomprensibile. «Quello del 303» come lo abbiamo subito soprannominato, sembra interessato alla soluzione del nostro problema; prima di allontanarsi un’altra volta dice ancora qualcosa a Ludmilla e, di lì a pochi minuti, ci accompagna nell’ufficio di Viaceslav Mikhailovic Gavrilov, vicepresidente del Comitato olimpico sovietico, un elegante e educatissimo signore dai capelli bianchi che prende atto delle nostre necessità e che ci risponde con una piccola bugia: «Zavarov è a Kiev». Niente da fare.
Ma le nostre informazioni sono sicure e garantiscono il contrario: Zavarov è a Novogorsk con la nazionale, abbiamo già parlato con Simonian che è d’accordo di farci incontrare il giocatore. Solo che, per andare là, ci vuole un permesso che solo il Comitato può darci. La conversazione tra Gavrilov e Ludmilla non promette niente di buono: i «nyet» si sprecano e gli occhi della nostra interprete si rannuvolano con sempre maggiore frequenza. A un certo punto, Gavrilov chiede a Ludmilla se è di discendenza tartara. «Sì, per parte di madre», risponde lei, e lui: «Anche mia moglie è per metà tartara». E in nome di questa inattesa colleganza, anche se i «nyet» continuano a tener banco, la tensione si scioglie e tutti cominciamo a sperare in qualcosa di positivo. Sono momenti che sembrano non finire mai e, pur non capendo una sola parola del loro dialogo, cerco di interpretare il viso di Ludmilla e quello di Gavrilov. A questo punto Gavrilov fa telefonare a Simonian; gli chiede se è vero che è d’accordo con noi per metterci Zavarov e Belanov a disposizione; ci comunica che, di andare a Novogorsk, è meglio nemmeno pensarci, ma subito dopo ci chiede se un appuntamento da qualche altra parte ci va ugualmente bene. “E come no?" è la nostra risposta e a questo punto, come dal cilindro di un prestigiatore, saltano fuori luogo (lo stadio della Dinamo Mosca) e ora (mezzogiorno del sabato). Missione compiuta, quindi, e un enorme sospiro di sollievo in quanto, al novantanove per cento, l’incontro coi due fuoriclasse sovietici e ormai certo.
Il giorno dopo a Mosca piove che Dio la manda: verranno, Nikita, Sasha e Igor al campo della Dinamo? I dieci minuti che precedono mezzogiorno, ora fissata per l’appuntamento, sembrano non finire più; quando da un’auto nera che va a metano, escono i nostri: sono sorridenti e disponibili come sarebbe stata follia sperare. Per Zavarov sono complimenti e auguri; per Belanov... arrivederci a presto; per Simonian l’occasione migliore per ricordare quando, negli anni Cinquanta, la Fiorentina offrì la bellezza di 80mila dollari allo Spartak per averlo. La risposta, però, fu «nyet»: secondo abitudine, verrebbe da dire. D’altro canto, però, a quei tempi la parola «perestrojka» ora tanto di moda era assolutamente sconosciuta e pronunciarla era proibito. I due fuoriclasse della Dinamo e della Nazionale sovietica ci parlano a lungo della loro vita e dei loro sogni: virtualmente realizzati quelli di Sasha; ancora tanto lontani dalla realtà quelli di Igor. Poi, per tutti, c’è la solita trafila di strette di mano e di «dasvidanja, spasiba», arrivederci e grazie. E quando la macchina nera che va a metano lascia il piazzale dello stadio della Dinamo di Mosca, il cielo torna a rannuvolarsi: per me, ad ogni modo, da un capo all’altro della capitale c’è un immenso arcobaleno. La tensione di tre giorni si è finalmente dissolta ma ha lasciato il segno: un’enorme spossatezza si è impadronita di me per cui niente piazza Rossa e Cremlino, ma solo un sonno ristoratore nella camera 319 dell’Hotel Mezhdunarodnaya.
E adesso, come è giusto, parliamo di Zavarov; anzi, parla Zavarov; quelle che seguono sono le sue parole tradotte fedelmente senza aggiunte né commenti. «Sono nato a Voroscilovgrad il 26 aprile 1961 e ho cominciato a prendere a calci un pallone, a sette anni, nelle giovanili dello Zaria avendo come allenatore Boris Forniciov, un uomo cui debbo moltissimo poiché mi ha insegnato i primi rudimenti di quello che sarebbe poi divenuto il mio mestiere. A diciassette anni entrai nella rosa di prima squadra e il mio debutto in Prima Divisione ebbe luogo, contro la Dinamo di Tbilisi, il 26 aprile del ‘79, giorno del mio diciottesimo compleanno. Non segnai e mi dispiace ancora oggi perché avrei voluto festeggiare con un gol la maggiore età. Mi sono però rifatto in seguito».
Chiamato alle armi, invece della polizia a Kiev Zavarov sceglie l’esercito a Rostov e veste la maglia dell’SKA e, a proposito di SKA, ricorda ancor oggi con grande piacere che «fu proprio contro quella che sarebbe diventata la mia squadra che segnai il primo gol in Prima Divisione, quando lo Zaria pareggiò 2-2 coi militari». Negli anni che trascorre all’SKA, Zavarov è allenato da Zonin e da Fedotov, due ex nazionali sovietici «e due grandi maestri di vita oltre che di calcio, a loro devo molto per tutto quello che so fare oggi». La sua compagna nella vita è Olga: «L’ho conosciuta al cinema, non ricordo più che film proiettavano. Ci siamo sposati il 12 novembre dell’80 e abbiamo due figli, Sasha di sei anni e Valerio di dieci giorni. Tutti e tre mi raggiungeranno a Torino verso i primi d’ottobre, quando Sasha dovrà andare a scuola a Milano presso il Consolato sovietico di quella città. Pur se ora parlo soltanto il russo, non credo che in Italia avrò particolari problemi sia perché il calcio è una lingua universale sia perché ho già cominciato a studiare l’italiano con un metodo accelerato. Penso quindi che, in un paio di mesi, sarò in grado di capire e di farmi capire. L’importante, ad ogni modo, è che questa mia avventura italiana cominci il più presto possibile perché ho una gran voglia di conoscere i miei compagni di squadra, i dirigenti, i tifosi, tutto».
Laureato in Educazione fisica, molto probabilmente Alexandr Zavarov non sarebbe mai arrivato da noi se, verso i primi d’agosto, Anatoly Pogrebnoy, capo del dipartimento rapporti con l’estero del Comitato olimpico sovietico, non avesse ricevuto una telefonata. Chi ci fosse dall’altro capo del filo è assolutamente «top secret»: ciò che invece è noto è che, a condurre le trattative, è stato Victor Galaev, funzionario dello stesso Comitato. A ferragosto, giorno più, giorno meno, il... matrimonio tra Zavarov e la Juventus era un fatto compiuto: a officiarlo è stato lo stesso Pogrebnoy avendo, come... testimoni, Galev da una parte e Boniperti dall’altra. Dopo la cerimonia, i due «sposini» non sono andati, com’è tradizione a Mosca, a rendere omaggio al Milite Ignoto e a Lenin, ma il rinfresco c’è stato ugualmente con champagne a fiumi e vodka a litri! Zavarov e la Juventus si sono giurati amore eterno (per la verità l’amore durerà tre anni, ad ogni modo rinnovabili) e, in attesa di vivere sotto lo stesso tetto all’ombra della Mole, è stata festa grande. Ma chi conosce, dei suoi futuri compagni, Zavarov? «Altobelli, Cabrini, Laudrup». E Zoff? «Lo conosco per quello che ha fatto come portiere; da allenatore, invece, non so niente». E Boniperti? «Boniperti l’ho conosciuto quando ho siglato il contratto». E l’Avvocato Agnelli? «L’Avvocato Agnelli? Non lo so, quando ho firmato per la Juve non l’ho visto, ma c’era... tanta gente!».
Come si vede, Zavarov non è solo un grande campione, è anche uomo dotato di notevole senso dell’umorismo: lui, l’Avvocato Agnelli non si ricorda di averlo ancora conosciuto personalmente, ma la colpa è appunto della gran confusione che c’era il giorno del suo matrimonio con la Juve: una festa davvero grande per tutti, oltre che l’inizio di una nuova era per il calcio sovietico e quello italiano. Con l’Avvocato avrà modo di parlare lungamente in Italia, se riuscirà a stabilire il rapporto pregiato che il Signor Fiat aveva con Michel Platini: le premesse, sul piano tecnico, ci sono tutte.
Tra i più ferventi ammiratori di Zavarov è Nikita Simonian, 61 anni. Del neo juventino, dice: «Lo conosco da quando era un ragazzo e, a mio parere, oggi Sasha non ha rivali in Europa. Grande calciatore ma anche uomo simpaticissimo, con lui la Juventus si è assicurata l’uomo che le mancava. Dotato di enorme personalità, Zavarov è un leader nato e anche fuori dal campo sa farsi apprezzare per l’equilibrio e il carisma che possiede. A mio parere, la sua partenza per l’Italia sarà un affare per tutti: per la Juventus che, con lui, si è assicurata il Platini del futuro; per lui che, a contatto con un mondo assolutamente nuovo, potrà cominciare a fare quelle esperienze che ancora gli mancano e per il calcio sovietico perché. grazie a lui e agli altri che sono già partiti che stanno per partire, comincerà a uscire da quell’isolamento in cui è praticamente sempre rimasto». Anche Simonian, quindi, non esclude che altri seguano Zavarov. Ma chi e quando? «Chi», risponde il tecnico, «lo si sa, visto che i loro nomi sono sulla bocca di tutti: Belanov e, ancor di più, Dassaev. Quando: Dassaev forse già quest’anno se i rapporti che abbiamo in piedi con il Siviglia si concretizzeranno; Belanov, penso il prossimo anno». E gli altri, tipo Protasov e Mikhailichenco? «Per quest’anno no di certo, sia perché sono ancora troppo giovani sia perché il nostro calcio non può depauperarsi oltre certi limiti». Disco rosso, quindi, per gli ultimi due; disco... rosa per l’ex «Pallone d’Oro» e disco... verdino per il buon Rinat che, dopo aver tanto meritato della patria sovietica, un trasferimento in Spagna se lo è largamente guadagnato.

Le aspettative sono presto deluse: Sasha gioca un campionato mediocre in una squadra mediocre, guidata con buona volontà da Dino Zoff, che gli fa vestire la maglia numero 10, troppo pesante e nemmeno tanto amata dal russo. «Sono frastornato e innervosito – confessa – dall’attenzione che mi circonda. Non ero abituato a finire tutti i giorni sui giornali. Non ho problemi fisici, non ho problemi con Zoff e la società: ma devo capire meglio il calcio italiano. Se sarà necessario in futuro accetterò senza problemi la panchina». Quel campionato è vinto dall’Inter di Trapattoni che sbaraglia tutti i record, ma anche Napoli e Milan sono nettamente superiori alla Juventus, che i piccoletti Zavarov e Rui Barros non riescono a tenere a galla.

STEFANO GERMANO DAL “GUERIN SPORTIVO” DEL 5 LUGLIO 1989
Cerchiamo di spiegare perché Sasha ha fallito nella sua prima stagione juventina. Indubbiamente, nella nuova città non si è integrato e, per di più, alla Juve è arrivato al termine di due anni in cui, fra campionato, Coppe e Nazionale, non ha potuto tirare il fiato. Ma non basta: a Torino da lui si aspettavano cose che non poteva dare. Inevitabile, quindi, la caduta di tensione e la crisi di identità tecnico-tattica. Abituato a vivere in un mondo in cui all’uomo e alle sue decisioni personali è lasciato pochissimo spazio, in Italia Zavarov si è trovato completamente spiazzato: ben presto il giocatore si è trasformato in un robot cui è stata staccata la spina. All’inizio, a far da tramite tra lui e il resto del mondo, ha provato Tatiana Grechi, L’interprete livornese che, oltre a tradurre domande e risposte dall’italiano in russo e viceversa, si è comportata, se non da madre, quantomeno da sorella maggiore, spiegandogli ciò che era giusto fare e ciò che non lo era, sin dove faceva bene a comportarsi in una determinata maniera e dove, al contrario, sbagliava. Era indubbiamente una faticaccia ma, pur attraverso parecchie incomprensioni, il... ménage dava i suoi frutti. Tra i compagni, quello che aveva preso a balia l’introverso Sasha era stato Stefano Tacconi, il più estroverso tra tutti i bianconeri, e proprio questa differenza di carattere aveva aiutato non poco l’inserimento del giocatore in un mondo totalmente diverso da quello cui era stato abituato ma che «doveva» assolutamente essere il suo. Purtroppo, per Zavarov la lingua italiana continuava a essere un oggetto misterioso, ma dove non arrivava lui ci pensava la signora Tatiana.
Le cose, quindi, si sarebbero potute mettere al meglio se, da Kiev, non fosse arrivata Olga, la moglie di Sasha, una donna dolce nell’aspetto ma dal carattere – si dice – duro come l’acciaio. Olga (che forse vedeva in Tatiana chi sminuiva il suo potere nei confronti del marito) e la signora Grechi, dopo un breve periodo di... sopportazione, pare siano arrivate ai ferri corti. E alla fine, ad abbandonare il campo, è stata ovviamente l’interprete. Isolato nella sua bella villa in collina, Zavarov si è chiuso sempre più in se stesso: ha imparato abbastanza bene l’italiano (che parla con accento russo e voce gutturale) ma questo non e bastato a far cadere la cortina di incomprensione sorta tra lui e il mondo esterno. Abituato a vivere in modo assolutamente «normale» a Kiev, il giocatore ha indubbiamente sofferto la pressione cui lo hanno sottoposto i torinesi: «Non posso andare al supermercato», mi disse una volta, «senza che la gente mi si siringa attorno per avere un autografo o per abbracciarmi. E questo, credimi, per chi non è abituato, finisce per essere una fatica molto maggiore che allenarsi per tre ore».
Forse è proprio questo suo rifiuto della popolarità (e, soprattutto, dei suoi... costi) la causa principale del fallimento di Zavarov alla Juventus. Se poi a tutto questo si uniscono le tensioni che il giocatore ha accumulato nel corso del suo soggiorno italiano, nessuno può meravigliarsi più di tanto se, alla fine, come il personaggio di un film famoso, anche lui ha... ballato una sola estate.
Chi è stato più a lungo vicino a lui dall’agosto dello scorso anno a oggi, ricorda le molte volte in cui lo sguardo del giocatore sembrava cercare un’identità perduta al di là di un orizzonte sempre più lontano. Rimpiangeva Kiev e l’Ucraina? Forse. Oppure si accorgeva che, poco alla volta, tutte le rosee speranze coltivate si erano tradotte in una realtà più nera della pece? Forse anche questo è vero: ciò che invece è vero senza possibilità di equivoci è che Zavarov, chiamato ad aprire una via italiana al calcio sovietico, come ambasciatore del suo Paese ha totalmente fallito anche se gli si debbono concedere alcune attenuanti. Probabilmente, per riuscire, Zavarov avrebbe avuto bisogno di un carattere più forte, di una maggiore abitudine a decidere del suo futuro in prima persona senza demandare l’incarico a qualcun altro. Non fosse nato e cresciuto in Unione Sovietica, forse questo gli sarebbe stato possibile: così, invece, non c’è stato nulla da fare. Sottoposto a varie e concentriche pressioni, il giocatore ha finito per non capirci più niente e anche l’intervento di Lobanovski (i due hanno chiacchierato alcune ore, di notte, lontani da occhi e orecchie indiscreti) non solo non lo ha aiutato a uscire dalla crisi, ma lo ha spinto ancora di più nel baratro.     

Nonostante tutte queste difficoltà Sasha viene confermato e, nel campionato successivo, arriva il connazionale Alejnikov. Su richiesta dello stesso Zavarov, Zoff gli concede la maglia numero 9, che Sasha veste abitualmente in Nazionale. La Juventus riesce a conquistare la Coppa Italia e la Coppa Uefa, ma l’apporto del russo è marginale, tanto è vero Zoff schiera spesso l’emergente Casiraghi al suo posto, al fianco dell’autentica sorpresa del torneo, Toto Schillaci.
Al termine della stagione si disputano i Mondiali italiani; per l’Unione Sovietica è una delusione enorme. La squadra perde le prime due partite contro Romania e Argentina e a nulla vale il perentorio 4-0 contro il Camerun. La nazionale russa è eliminata al primo turno, la Grande Armata del colonnello Lobanovski è affondata definitivamente. Anche nella Juventus ci sono grandi novità: Zoff è sostituito da Maifredi, si inaugura il nuovo corso di Montezemolo e per Sasha non c’è più spazio. Viene ceduto in Francia, al Nancy, dove continuerà la sua parabola discendente. Appesi gli scarpini al chiodo, Zavarov comincia la carriera di allenatore guidando squadre di secondo piano francesi e svizzere.

«Zavarov era un buono, incapace di far male a una mosca – racconta l’ex compagno juventino Pasquale Bruno – ma non parlava una parola di italiano. E le barriere linguistiche, oltre al difficile adattamento a Ovest, per uno che veniva dal blocco comunista, furono forse il più grande ostacolo al suo inserimento nel calcio italiano. Ingiusto definirlo però un bidone, come venne poi etichettato da molti. Gli scarsi eravamo noi, non lui. Venne in una Juve minore, con l’impossibile eredità di Platini da gestire. Lui proveniva dalla fortissima Dinamo Kyiv di Lobanovski. E non poteva essere un caso. E, comunque non era a Michel che assomigliava, ma semmai a un Totti, più avanzato, dribbling secco e visione di gioco. Aveva dei buoni spesa per i supermercati e girava per Torino con una Duna: noi sospettavamo fosse quella di Ian Rush. Ma non è che comunque ai tempi noi lo facessimo sentire in difetto: tutti avevamo l’obbligo di andare all’allenamento in Fiat. Io avevo una Panda 4x4 per dire e nessuno si permetteva di girare in Ferrari, durante il lavoro. Una debolezza però Sasha ce l’aveva: l’alcol: vedevi girare queste bottiglie di vino, non si sa uscite da dove, negli autobus che ci riportavano dalle trasferte vicine. Puntualmente finivano in fondo, dove guarda caso c’erano sempre lui e Laudrup».