Il palazzo si copre di ridicolo, ma la Juve ora deve rispondere sul campo!
C’è un calcio che si gioca dentro gli stadi e un calcio che si gioca nelle stanze. Oggi, per la Juve e i suoi tifosi il secondo è un film da non credere. Il primo, per fortuna, è quello che conta anche se non va mai trascurato quello che accade nei palazzi, anzi .Cominciamo prorio dal Palazzo, perché la farsa merita una grande attenzione. La federazione ci ha regalato l’ennesimo capolavoro di equilibrismo istituzionale: Malagò che si ritrova commissario di sé stesso. Una barzelletta, nel senso letterale: tutti sanno come va a finire, ma c’è sempre qualcuno che la racconta con la faccia seria. Non serve un costituzionalista per capire che quando chi dovrebbe garantire il cambiamento coincide con chi lo gestisce, il cambiamento è un’opzione, non un dato di fatto.
Poi c’è il capitolo che dovrebbe far riflettere chi ancora crede alle coincidenze e precisiamo non soltanto i tifosi della Juve: Viglione verso la segreteria generale della federazione. E qui il nome da fare è sempre quello, Beppe Marotta. L’ennesima vittoria di un uomo che di partite fuori dal campo ne vince più di quante ne vinca la sua squadra dentro. Non c’è bisogno di urlare: basta guardare dove si spostano gli equilibri, e a chi conviene che si spostino. Chi ha orecchie per intendere, intenda. Chi tifa Juve, intanto, tenga a mente chi muove i fili quando si parla di governance del pallone italiano.
Ma noi siamo qui per parlare di calcio, e il calcio ci porta a Cagliari. La Juve arriva alla trasferta con due vittorie nelle gambe, quelle che hanno preceduto la sosta, e con un’occasione da non sprecare: trasformare una striscia in una svolta. Le serie positive non si celebrano, si prolungano. La sosta è stata un’incognita per tutti, perché spezza il ritmo e a volte spezza anche l’entusiasmo. Il Cagliari ha il vantaggio del fattore campo e della fame di chi non ha niente da perdere. Esattamente il tipo di partita in cui una grande squadra dimostra di esserlo, o mostra le sue fragilità, un pò come avvenuto nella folle notte di Reggio Emila.Insomma un test di livello.
Interessanti le parole su Koopmeiners: Spalletti ha detto che sa fare più cose e che ha gli “occhiali tridimensionali”, cioè una visione del gioco che va oltre il compitino. Ha ammesso che forse qualcosa ha sbagliato, ma ha aggiunto la parte che conta: la fiducia nel vederlo prendere per mano la squadra non l’ha mai persa.Ecco, “prendere per mano la squadra”. Non è un complimento qualsiasi, è un incarico.Dopo mesi di discussioni, di paragoni pesanti e di critiche talvolta feroci, è un credito enorme.
Poi c’è il capitolo scudetto, e qui Spalletti ha piazzato la frase da titolo. Ci sottovalutano? “Non ce ne frega niente: la Juve è sempre condannata a vincere.” Mi piace. Mi piace perché chiude la porta alla favola dell’outsider, quella comoda, quella che abbassa la pressione e alza gli alibi. A Torino non funziona così e Spalletti lo sa: chi indossa questa maglia non ha il diritto di nascondersi dietro le gerarchie degli altri. Si può essere sottovalutati dalla stampa, dagli avversari, Non dalla propria storia.
Insomma, al netto di parole, aperture di credito e stoccate alla critica, la Juve oggi h a bisogno di tre punti, di un’identità chiara e di una società che sappia gestire e non subire i giochi di Palazzo. Il resto, le commedie federali, le poltrone, le regie di Marotta, è rumore. Il campo, invece, è verità.
Direttore: Claudio Zuliani
Responsabile testata: Francesco Cherchi
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