McKennie è tornato al centro del progetto Juventus

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di Redazione TuttoJuve

McKennie è tornato al centro del progetto Juventus, anche - e soprattutto - grazie a Spalletti. C’è un giocatore che, più di altri, racconta la Juventus del momento: Weston McKennie. Non perché sia diventato improvvisamente un regista “alla Pirlo” o un trequartista da copertina, ma perché incarna l’idea più concreta della nuova Juve: una squadra che vuole tornare stabile tra le prime della classe, riducendo gli sbalzi di rendimento e trasformando la duttilità in identità. E dentro questa trasformazione, Luciano Spalletti è riuscito a ritagliargli un ruolo non solo utile, ma strutturale.

Per capire la ritrovata centralità di McKennie bisogna partire dalla sua parabola recente: un calciatore spesso percepito come “jolly”, a tratti considerato sacrificabile, e poi puntualmente riscoperto quando servivano gamba, letture e intensità, certificando che l’americano non era più un corpo estraneo ma un elemento da tenere dentro il progetto.

L’arrivo di Spalletti e il cambio di prospettiva

La svolta, però, è soprattutto tecnica. Quando la Juventus ha ufficializzato Spalletti in panchina, il messaggio implicito è stato chiaro: ricostruire non solo risultati, ma un modo di stare in campo riconoscibile.

Spalletti è un allenatore che “plasma” i centrocampisti: li trasforma in ingranaggi funzionali, spesso ibridi, capaci di occupare più corridoi e più altezze. In questo senso McKennie è materiale ideale: non è il più elegante, ma è tra i più adattabili; non è un palleggiatore puro, ma può sostenere ritmi alti; non è un esterno naturale, ma può fare corse e pressioni da esterno.

Non a caso, già nelle prime letture tattiche sul nuovo corso bianconero, il tema ricorrente è stato il modulo “elastico”: difesa a tre o a quattro a seconda degli interpreti, con possibilità di 3-4-2-1 e varianti più tradizionali. E proprio dentro questo elastico, McKennie diventa la cerniera. Spalletti lo usa (e lo pensa) come un giocatore di connessione: uno che ti tiene in piedi l’equilibrio quando attacchi e ti permette di accorciare quando difendi.

Il “nuovo Perrotta”: perché McKennie è diventato indispensabile

In queste settimane, più di un’analisi ha accostato McKennie a un tipo di centrocampista “spallettiano” per definizione: Simone Perrotta, quello capace di fare tutto senza prendersi tutta la scena. L’idea è semplice: un uomo che occupa lo spazio giusto nel momento giusto, che riempie l’area in inserimento e che, in non possesso, diventa il primo collante tra centrocampo e corsie.

Questo è il cuore della sua centralità: McKennie non è il centro del gioco perché tocca più palloni di tutti; è il centro del progetto perché rende più facile a tutti gli altri fare ciò che sanno fare meglio. Se giochi con esterni a tutta fascia, può partire largo e stringere dentro al campo; se giochi con mezzali più tecniche, può fare da equilibratore; se ti serve pressione alta, è uno dei primi a “saltare” in avanti; se devi abbassarti, ha motore per rientrare.

E c’è un dettaglio che spiega la fiducia: McKennie sembra aver accettato l’identità del ruolo, senza viverla come un ridimensionamento. In una recente uscita pubblica, ha parlato di disponibilità totale a fare più posizioni e dare sempre il 100%, ribadendo che per lui non è un ruolo “nuovo”.

La Juventus che risale: stabilità, risultati e il rumore del pallone

La ritrovata centralità dell’americano si incastra con l’altro tema: la Juventus sta provando a stabilizzarsi tra le prime, non solo con gli scontri diretti ma soprattutto evitando di incepparsi contro le squadre di medio-bassa classifica. È qui che si costruisce una stagione “da grande”: continuità, controllo, capacità di chiudere le partite.

Le ultime settimane raccontano una Juve in crescita: il 3-0 a Sassuolo, ad esempio, ha mostrato dominio e maturità nella gestione, con Spalletti capace di dare protezione alla squadra e al tempo stesso di farla essere più incisiva. E poi c’è stata la “manita” contro la Cremonese: un 5-0 netto, con una prestazione solida e cinica e con McKennie anche tra i marcatori.

Proprio per via dei recenti exploit e di una continuità potenzialmente ritrovata, la Juventus si sta riaffacciando con prepotenza verso le zone altissime di classifica. Secondo le migliori quote dei portali autorizzati di scommesse sportive, la squadra di Spalletti è ora più vicina al raggiungimento del piazzamento Champions League e sono aumentate - anche solo sensibilmente - le possibilità di tornare a lottare per lo Scudetto.

McKennie come termometro del progetto

McKennie, oggi, è il termometro di questa Juventus: se lui funziona, spesso significa che la squadra sta rispettando le distanze, che il pressing è coordinato, che le seconde palle vengono raccolte, che gli inserimenti hanno tempi sensati. È il tipo di calciatore che non ti alza da solo il livello tecnico, ma ti impedisce di abbassarlo quando la partita diventa sporca.

E Spalletti lo sa: per costruire una Juve credibile nel lungo periodo serve un nucleo di giocatori “stabili” per intensità e disponibilità, non solo per talento. Dopo il 5-0, lo stesso tecnico ha insistito sul concetto di crescita e di step da fare, senza rifugiarsi negli slogan: un modo coerente con l’idea di progetto.

La centralità di McKennie, quindi, non è un premio: è una scelta funzionale. È la prova che la Juventus sta tentando di diventare una squadra più “adulta”, capace di stare tra le prime non per fiammate, ma per struttura. E quando un allenatore come Spalletti decide che il tuo ruolo è “importantissimo”, in genere non è per un’intuizione romantica: è perché senza di te, quell’ingranaggio gira peggio.