Gli eroi in bianconero: Luigi ALLEMANDI

Pionieri, capitani coraggiosi, protagonisti, meteore, delusioni; tutti i calciatori che hanno indossato la nostra gloriosa maglia
16.11.2021 10:26 di Stefano Bedeschi   vedi letture
Gli eroi in bianconero: Luigi ALLEMANDI

«Era una forza scatenata della natura. – scrive Sergio Di Battista su “La Storia della Juventus” – Portava la zazzera ricciuta e aveva del diavolo. I suoi spunti veloci impressionavano come i suoi balzi acrobatici, Entrava primo sull’avversarlo lanciato al gol ed erano veri sfracelli. Se poi gli toccavano il Pepp Meazza nell’area opposta, partiva lui digrignando a render noto che un altro colpo sarebbe stato restituito con ingenti interessi».
Così Gianni Brera racconta Luigi Allemandi, detto Gigi, classe 1903, nato a pochi chilometri da Cuneo, campione del mondo, compagno di Eraldo Monzeglio in una di quelle celebri coppie di terzini immortalate nel gran libro delle leggende. Prima c’erano Rosetta e Caligaris, poi sarebbero venuti Foni e Rava. E ancora Burgnich-Facchetti, Gentile-Cabrini...
Come Burgnich, anche Allemandi fu di passaggio alla Juventus prima di approdare ai fasti di un mondiale sotto altri colori societari, curiosamente sempre gli stessi, quelli dell’Inter.
In maglia bianconera Allemandi visse due stagioni, il tempo di vincere uno scudetto e di diventare un caso nazionale, legato allo scandalo più famoso dei nostri campionati, quello che gli albi d’oro ricordano con un sibillino: Torino sette titoli più uno revocato.
Erano i tempi di «profumi e balocchi». Nel Genoa giocata un altro terzino, Renzo De Vecchi, dal soprannome vagamente ambizioso: «il figlio di Dio».
Lo scudetto, nella Juve, Allemandi lo vinse subito. Aveva poco più di vent’anni ed era già un veterano. In serie A – la serie A di allora, nella quale giocavano anche l’Esperia e la Rivarolese – aveva debuttato con i colori del Legnano: in occasione di una memorabile vittoria sulla Juventus aveva anche segnato un gol, su rigore, a Combi, suo futuro compagno. Uno dei rari gol di una lunga carriera sotto molte bandiere. Partì titolare, prima a fianco di Gianfardoni (lo avrebbe ritrovato nell’Ambrosiana), poi del grande Rosetta, infine di Ferrero.
Che lo facessero giocare a destra o a sinistra, per lui era indifferente, sapeva battersi con la stessa classe. Scatto straordinario, lunghe respinte che spesso si trasformavano in rilanci per l’attacco, soprattutto tanta grinta.
Il pasticciaccio arrivò l’anno successivo, nell’estate del 1927, con la Juve impegnata a difendere il suo scudetto nel girone finale del torneo, tra rivali di gran nome, il Bologna e il Genoa, l’Inter, il Milan e il Torino.
Accadde proprio in occasione del derby. Allemandi ne avrà parlato mille volte prima di morire, sulla soglia dei settantacinque, a Pietra Ligure, dove si era messo a fare il rappresentante di commercio: «Abitavo in una pensione della piazzetta Madonna degli Angeli. Studiavo legge, mio padre era notaio. La Juve mi dava 400 lire al mese, mi bastavano...».
Quelli del Torino gliene offrirono cinquantamila per favorire la loro vittoria. Avrebbe potuto comprarsi cinque «Balilla» appena uscite dalla Fiat.
«Già nella partita di andata, che avevamo vinto uno a zero – raccontava – c’era stato del losco. Il geometra Monateri, dirigente bianconero, ci aveva avvertito: sapeva che qualcuno aveva tentato di comprare dei giocatori della Juve. State in gamba, disse, se vi pesco siete finiti».
Venticinquemila, si dice, le prese subito. O meglio le prese uno studente del politecnico, amico e coinquilino, che agiva da intermediario. Il resto sarebbe venuto dopo la partita. Allemandi, invece, giocò troppo bene per meritarsi tutto il premio della corruzione. E benché avesse vinto (due a uno, primo tempo in svantaggio, pareggio su rigore per un fallo che non fu di Allemandi) il Torino si rifiutò di saldare il conto a quel reprobo che, in realtà, era stato uno dei migliori in campo.
La vicenda, a questo punto, cominciò a diventare un «giallo» vero e proprio con gli investigatori della Federcalcio che frugavano nei cestini della pensione di piazza Madonna degli Angeli. Qui, si diceva, in un’atmosfera da amore e ginnastica, presenti lo studente e un giornalista romano, era maturato lo scellerato patto. Qualcuno aveva orecchiato al muro e saltarono persino fuori i frammenti di una lettera nella quale il giocatore reclamava il suo credito. Non mancarono contorni grotteschi: la storia fu addebitata all’eccesso di zelo di alcuni dirigenti del Torino, che avevano saputo di una innocente – quella sì – scommessa tra i presidenti delle due società, Edoardo Agnelli e il conte Marone, in palio nientemeno che una cena, ospite il principe di Piemonte.
Al Torino fu tolto lo scudetto, Allemandi venne squalificato a vita. Quando arrivò la sentenza, dopo un’istruttoria durata quattro mesi, il giocatore aveva già lasciato la Juventus. Era stato ceduto all’Ambrosiana-Inter.
Rimase lontano dai campi solo un anno. Venne la grazia (per lui, ma non per il Torino), chiesta dalla madre con una lettera toccante e favorita dall’euforia per i successi della Nazionale all’Olimpiade di Amsterdam. Gli ambienti del palazzo continuarono a sostenere che le prove dell’inchiesta erano state schiaccianti.
Negli anni, lui, il vecchio terzino che aveva spaventato due generazioni di attaccanti, avrebbe continuato a ripetere, scuro in volto, con quel suo eterno cruccio in fondo al cuore: «Cose vecchie, cose vecchie. C’è stato del marcio, è vero, ma il responsabile non sono io. Sono stati altri. Ho cercato invano chi avrebbe potuto scagionarmi: è morto».