Gli eroi in bianconero: Gianluca ZAMBROTTA

Pionieri, capitani coraggiosi, protagonisti, meteore, delusioni; tutti i calciatori che hanno indossato la nostra gloriosa maglia
19.02.2024 10:20 di Stefano Bedeschi   vedi letture
Gli eroi in bianconero: Gianluca ZAMBROTTA
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Ha la faccia da Zorro ma non è il tipo da mascherarsi – afferma Matteo Dalla Vite sul “Guerin Sportivo” del 14-20 luglio 1999 – ha l’etichetta di wonder-boy ma naviga nella modestia di chi parla piano per essere più forte dentro e fuori. Gianluca Zambrotta, classe ‘77, comasco, nazionale già svezzato da un buon debutto (Italia-Norvegia 0-0 del 10 febbraio scorso), è la nuova ala della Signora. Volere e volare è sempre stato il suo binomio di battaglia, dalle giovanili di casa al Bari, dal Bari all’Under, dall’Under a Zoff. Questa è la storia di un ragazzo che ha corsa, talento, piedi buoni e, si affretta a dire, «poca propensione al gol: meglio che i tifosi lo sappiano subìto, perché se si aspettano un bomber, beh, io non lo sono...».
Sorride, “Zambro”. E noi decidiamo di conoscerlo meglio lasciandogli la parola. A uso e consumo di chi tifa Juve e non. Dalla “Z” alla “A”, che non è una alfabetizzazione al contrario ma solo l’iniziale e la finale del suo cognome, quello attorno al quale approfondiamo l’identikit.
ZEBRA. «Zidane, Del Piero, Inzaghi e tutti gli altri: chiamasi sogno, cosa posso dire di più? Ho sempre tifato per la Juventus, quella di Platini per esempio mi faceva sognare. Anche mio nonno Dante è sempre stato juventino, quindi questa nuova avventura ha avuto il placet di tutta la famiglia. Sono particolarmente incuriosito dell’opportunità che avrò di giocare competizioni diverse dal solito: naturalmente spero che arrivi la Coppa Uefa, sarebbe almeno un primo passo. La Juve di oggi è fortissima, perché sa vincere, perché sa come si fa a vincere e perché avere nuovamente Del Piero è come aver fatto il super acquisto di fine secolo; giocare con lui e con gli altri sotto la guida di un ottimo tecnico come Ancelotti, beh, non sai che carica mi mette dentro. Ma “Z” anche come Zoff, lasciamelo dire: ho scoperto la persona che mi aspettavo, tranquilla, posata, che parla dicendo solo cose sensate. La prima volta che mi convocò in Nazionale mi disse: “Stai tranquillo e fai quel che sai fare da sempre”. Beh, spero di poterlo fare ancora per tantissimi anni».
AMORE. «Si chiama Valentina, ha vent’anni ed è lei il mio vero amore. La conobbi circa un anno fa, al matrimonio del mio ex compagno di squadra Bressan, nella chiesetta di Sagnino in provincia di Como. Come andò? Roba da Italia Uno, da Colpo di Fulmine: ci presentò proprio la moglie di Bressan, sua cugina. Chi ha attaccato per primo? Ci siamo incontrati a metà strada, diciamo così. Lei è di Napoli e verrà a vivere a Torino: vediamo come va, poi si vedrà... Ma “A” anche come Amicizia: nel calcio gli amici con la “a” maiuscola sono appunto Bressan, Sordo, Gentili e tutti quelli coi quali ho vissuto due splendidi anni a Bari; nella vita di tutti i giorni mi preme ricordare Mario Peduzzi, un amico di Como col quale ai tempi della scuola facevamo coppia fissa. Lui era più “matto”, io un po’ più tranquillo, quindi ci compensavamo alla perfezione. Ah, non farmi dimenticare la “Pizzeria Donato” di Bari: tanti amici, tante pizze, moltissima allegria».
MAESTRI. «E qui non devo dimenticarne nemmeno uno. Per quel che riguarda il periodo del Como, dedico un grazie enorme a Massola, Rustignoli, Scanziani, Marini ma soprattutto a Favini: fu lui a convincermi a giocare a calcio, io non ne volevo sapere di entrare in una squadra. A seguire, ma solo per l’ordine cronologico, Marco Tardelli che mi fece esordire in B a Como, che mi prese nell’Under 21 e che, sicuramente, ha parlato bene di me a Zoff in chiave-Nazionale A. Chi manca? Lui, Fascetti, un uomo apparentemente burbero ma davvero eccezionale: mi ha dato fiducia, mi ha sostenuto nel finale dello scorso campionato quando le cose non andavano al meglio, mi ha fatto esordire in A contro il Parma e promosso a titolare nella stagione appena finita. Insomma, è un grande tecnico, perché racchiude in sé tutte le metodologie di gioco, perché sa cambiare in corsa una partita, perché fa dell’imprevedibilità il suo pregio migliore. E poi, con lui abbiamo conquistato due salvezze: sono contento per Bari che sia rimasto, perché Fascetti è una sicurezza».
BARI. «Un’esperienza positivissima, a momenti esaltante, bellissima davvero: perché con questa città e con questa squadra ho raggiunto la Nazionale e mi avvio a fare il passo giusto verso la maturità calcistica e umana. Mi dispiace lasciare tanti amici, in squadra e non, e soprattutto una piazza nella quale conquistare una salvezza (anzi, un posto per l’Intertoto, volendo...) è un po’ come guadagnarsi una finale di Coppa europea. La gente, i tifosi mi hanno sempre sostenuto e voluto bene, per questo li ringrazio e spero che il calendario del prossimo campionato mi consenta di rivederli il prima possibile».
RAMO. Quello manzoniano del Lago di Como, non poteva essere altrimenti: «Se non altro mio padre Alberto e mia madre Luisella non dovranno fare più tanti chilometri per venirmi a vedere: da Como – dalla nostra casa a cinque minuti dal Lago – a Torino il tragitto è senz’altro più breve di quello che da quassù porta a Bari. Che tipo ero da piccolo? Un soggetto tranquillo, un ragazzo che non impazziva per il calcio ma che amava giocarlo in semplicità con gli amici. In televisione mi appassionavo per il Football americano e per il wrestling: mi sarebbe piaciuto farlo, poi non sono diventato grande come... Bobo Vieri e allora ho abbandonato subito l’idea. Già, Vieri: sono contento che i ragazzi per i quali oggi si investe di più siano italiani: lui e Del Piero mettono in chiaro una volta per tutte che se da una parte è giusto portare in Italia campioni come Shevchenko dall’altra è giustissimo che si dia fiducia al campione italiano. Del resto, la storia è piena di stranieri non particolarmente bravi o in crisi per mancanza d’ambientamento. Se non avessi fatto il calciatore? Avrei continuato a studiare, visto che mi sono diplomato all’Istituto tecnico industriale. Ma è meglio così, anche se hanno fatto una faticaccia a convincermi che sarebbe stato il calcio la mia giusta strada...».
OSSA. «Già, non sai quanto abbiano faticato. Di farmi le cosiddette “ossa”, nel senso calcistico del termine, io non ne avevo proprio voglia. Non perché mi sentissi bravo – visto che fra gli amici coi quali giocavo non ero certo quello più in vista – ma perché non volevo staccarmi dalle mie zone, le mie abitudini. Da ragazzino mi facevo venire finti mal di stomaco, piangevo, insomma facevo il Malato Immaginario pur di restare con i miei genitori o con gli amici. Una volta arrivai al campo con la mia mamma, là mi aspettava Favini. Rimasi un’oretta a piangere nello spogliatoio, poi uscii e in mezzo al campo vidi proprio Favini che, palleggiando, mi invogliava a farlo assieme a lui. Un tiro, due, tre, poi smisi di piangere e cominciai a prenderci gusto: un anno dopo, avevo più nostalgia del campo di calcio che delle partitelle in piazza o sui campetti sterrati di Como. Capita così, che ci vuoi fare? Da piccolo ho sempre giocato a calcio: no, non mi sono mai dedicato ad altri sport. Però avevo – e ho ancora – una passione, quella per lo sci nautico: coi miei genitori andavamo sul Lago di Ceresio e mi allenavo. Sono bravo, sì. Ma sull’erba, e con un pallone, vado ancora meglio».
TEMPO LIBERO. «Non ho particolari hobby. Per ammazzare le lunghe ore di ritiro gioco alla play-station, ma per il resto preferisco stare con Valentina, adesso che finalmente l’ho trovata. Non ho collezioni in corso né “pallini” particolari: per dirti, da piccolo non è che fossi quel tipo che andava matto per le figurine o cose del genere. Avevo solo un poster attaccato in camera, uno solo: quello raffigurante Roberto Baggio ai Mondiali del ‘94, probabilmente proprio del “Guerino”. Allora, Robi, il più grande, era ancora juventino, e la sola idea di poter vestire la maglia che ha indossato lui, credimi, sarà banale, ma è una gioia indescrivibile».
TRAGUARDI. «Se con la maglia del Bari sono riuscito ad arrivare in Nazionale, bene, con quella della Juventus spero non solo di meritarmela per ancora molto tempo ma anche di andare a vincere qualcosa di grandissimo. Sai, due anni fa – anzi, fino a due mesi fa – ero lì che lottavo con i denti per non retrocedere e oggi mi si prospetta la possibilità di andare a giocare in Europa. Non male, dai! Di chi sono l’erede? Di nessuno, sono solo il Nuovo Zambrotta, quello che ha fatto esperienze formative e che adesso, indossando una maglia mitica, si appresta ad affrontare la più bella storia calcistica della sua vita».
ATTITUDINI. «Del mio rapporto col gol ho già parlato prima: non ne faccio tanti, spero che i miei nuovi tifosi non si aspettino reti a palate... Il mio identikit tecnico? Al piede destro darei un otto, al sinistro un sei e mezzo, al dribbling un sette, alla corsa un otto e mezzo e al colpo di testa, beh, devo proprio dirlo? Un quattro. Sono drastico sì, ma migliorerò: anzi, pagherò una cena a chi mi farà l’assist del mio primo gol di testa in bianconero. Credimi, se avverrà sarà un evento straordinario».

Approda a Torino nell’estate del 1999, insieme a Jonathan Bachini, per rinforzare le fasce dopo la partenza del soldatino Di Livio. L’allenatore Carlo Ancelotti, fedele al 3-5-2, lo schiera come esterno destro e Gianluca comincia a correre su e giù, lungo la linea laterale. Ma è Marcello Lippi che lo consacra definitivamente. Il tecnico toscano, ritornato alla Juventus dopo le infauste avventure interiste, lo inventa terzino sinistro. È l’8 dicembre 2002, la Juventus è di scena a Brescia e, per la prima volta, Zambrotta scende in campo nel suo nuovo ruolo. «Nonostante la sconfitta l’esperimento era andato abbastanza bene. Tutto è partito da lì. Con i vari accorgimenti del mister e con tanto impegno in allenamento per migliorare in un ruolo che non era il mio, le cose sono migliorate giorno dopo giorno. Io ho sempre giocato sulla fascia e questa è una cosa che sapevo fare, il discorso era applicarsi soprattutto sulla fase difensiva e sul fatto di dover calciare soprattutto con un piede, il sinistro, che non era il mio. Ho cercato di lavorare tanto, come fa chiunque che vuole migliorare e in allenamento cerca di applicarsi con il massimo impegno».
E l’esperimento non resta tale, perché il ragazzo dimostra di saperci fare. Difesa, corsa, scatti e cross a ripetizione pennellati per i compagni: una vera e propria freccia a sinistra. Zambrotta si esprime sin da subito ad altissimi livelli, diventando uno dei migliori interpreti del suo nuovo ruolo. Il suo controllo di palla in corsa, la sua abilità tattica, sia offensiva che difensiva, la sua velocità lo fanno diventare uno dei pilastri della difesa bianconera. In più, la sua duttilità tattica gli permette di trovarsi a suo agio sia sulla fascia destra che in quella sinistra; l’unico neo è la scarsa propensione per il gol, nonostante possieda un tiro preciso e potente. Qualcuno lo paragona addirittura a Roberto Carlos. «Mi fa un po’ strano sentire il mio nome vicino al suo. Lui ha caratteristiche diverse dalle mie e non voglio paragonarmi a lui. È sicuramente una cosa che fa enormemente piacere, che mi gratifica, ma io voglio cercare di essere me stesso senza confrontarmi con altri».
Nonostante la candidatura per il Pallone d’oro 2003 («Devo dire che non me l’aspettavo. Quando hanno diramato l’elenco, ero a cena con Di Vaio ed ho appreso la notizia dalla televisione. La prima reazione è stata quella di chiedermi se ero proprio io quello Zambrotta che avevano nominato! È decisamente una bella sensazione e resterà un’enorme soddisfazione personale, anche se alla fine non dovessi riuscire a prendere neppure un voto»), Gianluca rimane un ragazzo umile e coi piedi ben piantati per terra. «Per il mio carattere non sono uno che vuole cercare di essere un personaggio. Forse c’è un po’ più di visibilità, ma è data anche dal fatto che gioco in una grande squadra e sono qui da tanto tempo e questo indubbiamente aiuta. Recentemente ero in macchina e mi ha affiancato un autobus che portava sulla fiancata la mia pubblicità. Devo ammettere che è stata una strana sensazione».
Poi l’amore con la bellissima Valentina. «Stiamo insieme da tantissimo, dal 1998 – racconta la signora Zambrotta – ci siamo conosciuti a Como al matrimonio di Simona, mia cugina. Prima di allora, l’unico calciatore che conoscevo, visto che in famiglia non seguivamo il calcio, era Maradona. Al matrimonio sono rimasta subito colpita dallo sguardo di Gianluca, molto dolce, ed io avevo solo diciannove anni! Fu “coup de foudre”! Dopo un anno di fidanzamento siamo andati a vivere insieme a Torino e nel 2004 ci siamo sposati in municipio a Napoli e nel 2005, il 18 giugno, c’è stata la cerimonia religiosa, in una chiesa sul lago di Como, a Moltrasio, con tanti invitati».
È inevitabile che la Nazionale si accorga di lui; Gianluca esordisce in Nazionale il 10 febbraio 1999, in Italia-Norvegia 0-0. Nel 2000 partecipa al Campionato Europeo olandese, alla fase finale dei Mondiali nippo-coreani del 2002 e al Campionato Europeo di 2004. «Con la Nazionale non sono mai stato fortunato, soprattutto nelle grandi manifestazioni. Nel 2000, a Sydney, con la Nazionale olimpica, mi sono infortunato al menisco. Agli Europei in Olanda e Belgio ho dovuto saltare la finale a causa di una squalifica e ai Mondiali del 2002 mi sono procurato uno strappo nella gara con la Corea».
Ma viene ricompensato ampiamente dal Mondiale tedesco del 2006. Oltre a segnare una rete nel quarto di finale contro l’Ucraina, si segnala come uno dei migliori giocatori del torneo. «La conquista della Coppa del Mondo del 2006 ha rappresentato l’apice, è la cosa più difficile in assoluto, è più dura rispetto anche rispetto alla Champions. La delusione più grande è stata proprio perdere la Coppa dei Campioni in finale».
I due anni con Fabio Capello alla guida dei bianconeri, dal 2004 al 2006 sono molto proficui per Zambrotta, che vince due scudetti, che si sommano ai titoli 2002 e 2003 vinti con Lippi. Nell’estate del 2006, Zambrotta è acquistato dal Barcellona, insieme all’ex compagno della Juventus Lilian Thuram, dopo aver indossato per ben 297 volte la maglia bianconera e aver realizzato una decina di reti. «Ci fu rammarico, perché nessuno venne chiedermi di rinnovare il contratto, ritenevano che non servissi per ritornare in A. Io avrei preso in considerazione una permanenza, poi ho fatto le mie scelte e la cosa migliore era andare all’estero. Calciopoli? Le polemiche c’erano e ci sono anche ora sempre contro la Juventus che è la squadra che vince. Quando succede un episodio arbitrale in una gara della Juve c’è sempre polemica quindi ditemi cosa è cambiato. Le intercettazioni? Chi è stato punito evidentemente ha delle colpe, Moggi era il personaggio principale da colpire e così è stato. Io e i miei compagni abbiamo sempre dato il massimo, nessuno è mai venuto a dirci di star tranquilli, perché avremmo sicuramente vinto. Eravamo i più forti, avevamo tanti fuoriclasse, non avevamo bisogno di aiuti noi».