Gli eroi in bianconero: Francesco GROSSO

Pionieri, capitani coraggiosi, protagonisti, meteore, delusioni; tutti i calciatori che hanno indossato la nostra gloriosa maglia
 di Stefano Bedeschi  articolo letto 1560 volte
Gli eroi in bianconero: Francesco GROSSO

La Juventus ha forse il torto, per la critica, di essere la più bella ed elegante regina nella storia del calcio; la sua storia, però, è un insieme di severità e raffinatezza che si beve di un fiato come un bicchiere di champagne. I racconti passano attraverso vecchie contrade torinesi che hanno visto la nascita di talenti colmi di finezze, ma con il grande pregio della praticità. In una di queste contrade, per esempio, nella Barrièra ‘d Milan, mensa popolare della Torino più vera, è nato Francesco Grosso. Una vita, durante la quale ha contribuito con ritmo quasi mitragliante, al rigoglioso sviluppo di quella regina di cui dicevamo prima. I ragazzi usciti dalla sua scuola sono stati un coro gradevolissimo che affolla il massimo palcoscenico del calcio.
«Alla Juventus arrivai intorno agli anni Quaranta. Allora giocavo nei Biberon della squadra Eridano. Mi portò qui un certo Volpato, che aveva compiti di accompagnatore. Cominciai con i ragazzi, poi con le riserve fino all’esordio in A che avvenne a Firenze nella stagione 1940-41. Una giornataccia. Pensi che a mia madre avevo detto di ascoltare la radio. Perdemmo per 5-0 e, quando tornai a casa, mi disse: “Ma hai giocato? Guarda che alla radio il tuo nome proprio non si è sentito!”»
Il Grosso giocatore: «La mia era la Juventus dei Borel, dei Colaussi e dei Rava. Io giocavo mezzala, anche se nei ragazzi facevo il centromediano metodista, in prima squadra il ruolo era di Parola. Anzi, io e Parola esordimmo insieme. In pratica, facevo il centrocampista, penso di essere stato tecnicamente valido, forse il mio handicap era il fisico, pesavo sessantadue chili! Avevo diciotto anni. Oggi ci sono ragazzi che a questa età girano attorno ai 75-80 chili. Comunque, tecnicamente, me la cavavo bene. Ricordo ancora le parole di Cesarini; mi definì, sotto questo aspetto, uno dei migliori giocatori».
Pierone Rava, un fuoriclasse: «Era un piacere giocare insieme a lui; ti dava sicurezza, anche in caso di errore, sapevi che dietro avevi una garanzia. E poi Parola. Ecco, con Rava e Parola ero molto affiatato».
Un momento indimenticabile: «Direi che la stagione 1946-47 è stata, per me, veramente indimenticabile. A Vicenza, a Roma e Genova infilai una serie di prestazioni bellissime, ero sempre fra i migliori in campo. Quell’anno, ero appena rientrato dal prestito al Casale, dove avevo trascorso tutto il periodo della guerra».
Poi, l’arrivo nel settore giovanile della Juventus: «Dopo la Serie A con la Juventus, avevo militato nell’Empoli e nello Stabia, in B, che, incredibilmente, fece fallimento! Passai quindi alla Valenzana, con compiti di giocatore-allenatore, poi Rava mi chiamò a Padova; lui era l’allenatore ed io gli facevo da secondo. Fu a quel punto che mi chiamò di nuovo la Juventus; eravamo nella stagione 1959-60».
Allenare i giovani porta tante soddisfazioni: «Ho avuto occasione di girare l’Europa quando facevo l’osservatore per la prima squadra, per cui ho imparato diverse cose. Inoltre, sono stato accanto a quel grande maestro che era Sturmer. E proprio da Sturmer ho appreso quelle idee sulla tecnica individuale, cercando poi di aggiornarle. Le mie esperienze all’estero, tra l’altro, mi hanno permesso la conoscenza di moduli diversi di gioco. Le occasioni per fare il grande salto non mi sono certo mancate, particolarmente in C, però non ho mai pensato di muovermi da Torino».
Se fosse arrivata una chiamata dal Torino: «Non avrei mai potuto rispondere. Ho molti amici al Torino, però io sono nato juventino e tale rimango!».