L'IMBOSCATA - 2020: un anno maledetto. "Paolorossi" uno "di famiglia". Fianchi larghi e gambe molli: ma in realtà quell'omino era un falco. Un centravanti mai visto prima. Ho un ricordo indelebile

Andrea Bosco ha lavorato al “Guerin Sportivo“, alla “Gazzetta dello Sport“, al “Corriere d'Informazione”, ai Periodici Rizzoli, al “Giornale“, alla Rai e al Corriere della Sera.
11.12.2020 00:20 di Andrea Bosco   Vedi letture
L'IMBOSCATA - 2020: un anno maledetto. "Paolorossi" uno "di famiglia". Fianchi larghi e gambe molli: ma in realtà quell'omino era un falco. Un centravanti mai visto prima.  Ho un ricordo indelebile

Maledetto 2020:  anno maledetto che si sta portando via migliaia di persone “comuni“. Che si è portato via Kobe e la sua figlioletta. Sean Connery e Gigi Proietti, Beppe Modenese  ed Ennio Morricone, Gianni Mura e Alfredo Pigna, Diego Maradona e ora Paolo Rossi. Si è portato via amici e semplici conoscenti: “pezzi“ di vita .

Ho gridato “basta“ quando dal tg ho appreso della morte di Pablito. Poi ho trovato un messaggio sul cellulare di Vincenzo Marangio: “Ti va di ricordarlo alla radio?“ . L'ho fatto con un groppo in gola. Non eravamo amici. Ma Paolorossi era “di famiglia“ . E non solo per aver vestito la maglia della Juventus .

Paolo Rossi: un attaccante incredibile. Un goleador con il fisico di un impiegato che vinse il Pallone d'Oro. E il cui nome resterà indelebilmente legato al Mondiale del 1982. Quando l'Italia anche grazie ai suoi gol si aggiudicò quella che a me piace chiamare Coppa Rimet .

Dopo la vittoria contro la Germania  ha raccontato Paolo Rossi che al giro d'onore si attardò dai compagni, costretto a terra da un crampo. E di aver pensato mentre quell'immenso stadio incombeva su di lui: “Dio, fa che questo momento non finisca mai“.

Lo pensava anche l'Italia. Che con quel  trionfo si lasciava alle spalle l'incubo del terrorismo e le sporcizie del calcio. Cose che portarono Berazot, che guidava gli azzurri, a blindare le conferenze stampa.

Che notte, quella notte. Tutti siamo usciti in strada a festeggiare. Come avevamo fatto anni prima per Italia – Germania 4-3 . Sembrava impossibile (considerate le premesse) fosse accaduto: Campioni del Mondo. Non erano mancati i presagi funesti: Roberto Bettega pilastro di quella squadra, si era giocato la convocazione dopo un grave infortunio.  Non erano mancate le polemiche per le scelte di Bearzot: a Milano non digerivano l'esclusione di Beccalossi, genio della lampada dell'Inter. A Roma quella di Pruzzo a favore di Rossi. Che da Bearzot si era presentato, dopo due anni di inattività, con i fianchi larghi e le gambe molli. Ma che Berazot, fortissimamente volle.  Quell'omino era un falco. Era intelligente. Era tecnico: un tipo di centravanti mai visto prima. Ed era letale: ti distraevi e ti castigava. Il verbo che Bearzot adoperò prima di Brasile – Italia: “E' lento, castigalo“. L'uomo lento era Luis Carlos Ferreira detto Luizinho, centrale del Brasile.  Paolo Rossi lo castigò tre volte: una in modo surreale. Un inno all'astuzia e alla rapidità di pensiero.

Quella notte, grazie a quella Nazionale e a Pablito, ci siamo sentiti orgogliosi di essere italiani .

La nostra gioia fu speculare alla disperazione dell'intero Brasile. Che quella notte rivisse la tragedia sportiva della sconfitta patita contro l'Uruguay nel 1950.  Raccontò Pablito che durante un viaggio, anni dopo in Brasile, il taxista che lo trasportava, dopo averlo riconosciuto, lo fece scendere, rifiutandosi di portarlo oltre.

Ho conosciuto Paolo Rossi una sera a Sky  ospite di Alessandro Bonan a “Calciomercato l'Originale“.  Finisco al tavolo del ristorante di Sky assieme a Beppe Bergomi, Paolo Rossi e Gianluca Vialli. Che vanno in onda prima di Bonan a commentare le gare di Coppa. Mi sembra di stare in un film: benché li abbia visti tutti, li ho sempre visti da una tribuna. Bergomi è misurato. Rossi è scherzoso. Vialli è Gianlucaccio. Dico a Rossi: “E' proprio come da giovane“. Lui sorride e dice:  “Peggio“. Ho un ricordo indelebile di quella serata.

Pablito ora è lassù, dove ad accoglierlo avrà trovato Enzo Bearzot. E dove alla porta d'ingresso quando a “quel refolo di vento“, come lo chiamava il mio amico Pier , avranno chiesto le generalità , avrà risposto: “Paolorossi“ . Tutto attaccato.

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Andrea Bosco, ha lavorato al “Guerin Sportivo“, alla “Gazzetta dello Sport“, al “Corriere d'Informazione”, ai Periodici Rizzoli, al “Giornale“,  alla Rai e al Corriere della Sera. In queste settimane è anche nelle librerie italiane e negli store online con il suo ultimo libro "L'angelo con la faccia sporca", dedicato proprio a El Cabezon Omar Sivori e pubblicato da Minerva Edizioni, con prefazione di Italo Cucci e postfazione di Gino Stacchini