Giuliani si racconta: gli inizi, l'avventura all'estero e la chiamata della Juve

17.10.2019 18:50 di Edoardo Siddi Twitter:    Vedi letture
© foto di Daniele Buffa/Image Sport
Giuliani si racconta: gli inizi, l'avventura all'estero e la chiamata della Juve

Laura Giuliani, portiere delle Juventus Women, si è raccontata a Juventus TV. Tra campo e vita. Tuttojuve.com vi trascrive le sue parole.

TROFEI - "La mia prima squadra è stata l'S.F. 82, che vuol dire Sacra Famiglia, era la squadra dell'oratorio con cui giocavo con i miei compagni (mostra un gagliardetto della squadra, ndr). Poi vi racconto uno dei miei trofei preferiti, quello da miglior portiere vinto per la prima stagione con la Juve. Per me è stato un grande onore e sono orogliosissima di averlo vinto. Poi ho ancora conservato e non lo voglio aprire, in attesa di avere una teca, lo scudetto del primo anno. Poi la foto di squadra del secondo anno e lo scudetto dell'anno scorso. E siamo a due... Poi ho anche questo del Dipartimento di Scienze motorie. La scuola è stata fondamentale, lo dico a tutte le ragazze: non abbandonate mai gli studi".

IN PORTA PER CASO - "I miei compagni all'inizio non mi volevano e dato che non ero brava a giocare fuori mi avevano messo in porta. Ero la più alta del gruppo, non sapevo dare un calcio al pallone, non correvo. Che ruolo avrei potuto fare? (ride, ndr)".

ESSERE UN PORTIERE - "Adesso sto iniziando a pensare che a volte vorrei mettere il GPS anche io, perché anche se non sembra credo che il portiere stia diventando un giocatore di movimento a tutti gli effetti. Dobbiamo seguire la squadra in ogni momento, stiamo diventando quasi maratoneti. Ho sentito allenatori chiedere al portiere di portare palla in mezzo ai difensori per impostare, chi chiede due tocchi per velocizzare il giro palla, chi vuole giocarla sempre, chi solo se si può. La cosa che ho notato in comune sicuramente è quella di seguire la squadra. La caratteristica che mi affascina di più è quello di dover essere in pace con sé stessi. Il portiere, psicologicamente, è uno dei ruoli più difficili. Ci sono partite in cui sei estraneo al gioco, io vedo il nostro ruolo come quello di chi deve prevenire qualcosa, leggere una situazione prima che accada. Sia nel parlare con i compagni, che nelle uscite. Anche se tu non sei attivo, non fai parate, con la tua voce puoi prevenire e magari evitare proprio di fare parate".

L'ESTERO - "Ho sempre detto: finisco le superiori e vado all'estero. Mia mamma non ci credeva, io glielo assicuravo e arrivata a 18 anni, finite le superiori, è arrivata la possibiità e sono andata.  19 anni, mi è arrivata la possibilità e sono partita. Io in Germania ho sempre lavorato, dal primo anno che sono arrivata ho lavorato in una fabbrica, poi in panificio, ho fatto cameriera, barista, catering. Ne ho fatte tante, però sono fiera di questo percorso personale che mi ha fatto crescere tanto. Forse il periodo più complicato è stato quello del panificio, perché mi svegliavo alle 3 di notte per aprire alle 4 e mezza e, dopo lavoro, mangiavo al volo e andavo agli allenamenti. Per me è stato proprio fare gli straordinari. Lo dovevo fare però, perché in quel periodo non avevo le disponiblità per poter vivere solo di calcio. Dopo il primo anno, poi, sono andata a giocare in Serie B e lì devo dare merito a Christian, il mio ragazzo. Avevo fatto un anno in cui avevo giocato poco, non ero in condizioni ottimali, parlavo poco tedesco quindi era difficile l’inserimento in squadra. D’altro canto, però, era arrivata la prima convocazione in Nazionale: ho detto, voglio rimanere in prima Bundesliga. Il mio ragazzo non era d’accordo, perché mi consigliava di scendere di livello per giocare, rimettermi in forma e arrivare in Serie A. Ho fatto una stagione bellissima, mi sono rimessa in forma, ho fatto quel passetto che mi serviva per entrare nella cultrua tedesca. Ho vinto il campionato e sono tornata a giocare in prima Bundesliga".

LA CHIAMATA DELLA JUVE - "Era estate, era fine giugno circa. Eravamo a Coverciano a fare la preparazione all’Europeo: quel giorno, casualmente, era il nostro giorno libero. Parlando, parlando pensavo a Guarino come allenatrice, chissà chi prenderanno. Adesso sono qui, non ho squadra: era tutto il giorno che parlavamo di Juventus. Eravamo in bus, mi squilla il telefono e non faccio in tempo a rispondere che mette giù. Allora il mio ragazzo prende il suo telefono e richiama questo numero: era la Juventus. Io sono sbiancata, era Braghin. Dopo la chiamata, ho detto a Christian che avevo una bella e una brutta notizia: quella bella è che andiamo alla Juve, quella brutta è che ci tocca fare il sesto trasloco".