Moby Dick - Caro Del Neri, la colpa è soprattutto tua

Moby Dick - Caro Del Neri, la colpa è soprattutto tua
© foto di Daniele Buffa/Image Sport
mercoledì 1 settembre 2010, 01:22Il punto
di Alvise Cagnazzo
Editorialista del mensile "Calcio 2000" fondato da Marino Bartoletti e collaboratore di Carlo Nesti (Nesti Channel). Conduttore e autore del programma "Parliamo di calcio", in onda su Rtg Puglia. Vincitore del premio "Miglior giornalista di Puglia".

Più brutta del “The Cube”, aborto architettonico avente come domicilio Birmingham, più anonima, nello stile, della Strata Tower di Londra, rappresentazione mal riuscita di un rasoio gigante, simbolo in contrasto con la comune espressione britannica, la Juventus incompresa ed incomprensibile am-mirata a Bari non sembra ancora riuscita a metabolizzare i problemi, ed i malesseri, della passata stagione. Riuscendo persino a trasformare una tranquilla scampagnata domenicale in una deprimente celebrazione di impotenza. Imbolsita da una preparazione assai pesante, imbronciata dalle tensioni di un mercato per nulla conciliante, complici le prime, ed infelici, uscite di Del Neri sulla qualità del proprio organico, la squadra bianconera è parsa soffrire di un’inspiegabile sindrome da “imbuto”. Nonostante il volume di acquisti inanellati, come perle, sulle corsie laterali, ovvero il quartetto Cetra composto da Krasic, Lanzafame, Martinez e Pepe, giunti a Torino per un totale di quarantadue milioni, la società bianconera è infatti riuscita ad “imbottigliare” la manovra. Ricevendo una lezione tattica, in tema di 4-4-2 offensivo, dal tecnico barese Ventura. Senza mai riuscire a sfruttare il potenziale, teorico, sulle fasce.
Presidiate senza costrutto dal nevrotico Pepe, declinazione imperfetta di quel Di Livio che sbancò l’Europa nella prima Juventus di Marcello Lippi, quella della Triade. Quella dei pochi proclami e delle tante vittorie. Così, a supplire ed a giustificare, parzialmente, l’operato della squadra, in ogni caso protagonista dell’ennesima prestazione sconcia, parrebbero materializzarsi i limiti e gli errori, gestionali, denunciati da Del Neri. attonito al cospetto dello scempio tattico offerto dai suoi uomini, stretti intorno ad un elementare, e sterile, possesso palla. Non riuscendo a porre riparo, anche a causa di un’eccessiva frenesia nei cambi, palesata nei momenti di maggiore difficoltà della squadra, alle disarmoniche lacune mostrate dalla linea difensiva. Costretta ad accartocciarsi su stessa in ragione delle arrembanti accelerazioni di Alvarez, trasformato in Garrincha da “Gambadilegno” De Ceglie, e Ghezzal, carneade algerino in cerca di fortuna. La ricerca, disperata e disperante, di un surrogato di De Ceglie, avrebbe infatti potuto suggerire una revisione, in corso d’opera, della formazione titolare. Spostando Chiellini, per amor di patria, sulla corsia mancina, inserendo lo spretato Legrottaglie al fianco del chirichetto Bonucci. Il rischio di una minore incisività offensiva, peraltro egualmente raggiunto, sarebbe stato compensato da una maggiore solidità difensiva, evitando agli esterni di rinculare meccanicamente in difesa.
Una miopia tattica, quella palesata da Gigi Del Neri, che ha di fatto riaperto il dibattito, e le relative incognite, sulla idiosincrasia del tecnico di Aquileia alla guida ed alla gestione di formazioni di alto profilo. Eccezion fatta per la Sampdoria, comunque trascinata da una splendida metamorfosi “ka-fkiana” di Cassano, il curriculum del tecnico friulano denuncia esperienze turbolente ad ogni latitu-dine. Considerando le poche settimane racimolate alla guida del Porto, dal quale venne esonerato nel giro di un rapido amen, oltre alle inquietanti esperienze di Palermo e Roma. Un artigiano più che un orafo, Del Neri. Capace di lavorare legno grezzo, quello manipolato con sapienza ai tempi di Verona, sponda Chievo, e Bergamo, alla guida dell’Atalanta, salvo mostrare un certo imbarazzo nel modellare metalli preziosi da tirare a ludico più che da scolpire. Da esibire, più che da cesellare con le mani callose di chi, in fondo, è abituato a badare, terribilmente, al sodo. La sconfitta, pur inquie-tante, per la sua genesi, non paralizzerà certo il proseguo di un cammino ancora da lungo. Ma peg-giorerà la condizione psicologica di chi, periodo pre “calciopoli” a parte, è stato costretto ad inse-guire, a rincorrere l’avversario più dinoccolato nella falcata, subendo il fascino, autodistruttivo, di chi conosce, e combatte, la propria inferiorità. L’arrivo di Aquilani e dell’ottimo Traorè, grandi colpo passati in sordina di un mercato appiattito dalla generica qualità degli altri interpreti prescelti da Marotta, complice qualche abbaglio traducibile in futuri “favori” mercantili, come dimostrato le so-vrabbondanti valutazioni di Pepe e di “Malachia” Martinez, costati quanto l’anarchico talento di I-brahimovic, fuoriclasse assoluto e non comune o banale sherpa d’accampamento, garantirà respiro ed ampiezza ad una manovra monocorde, inspiegabilmente cocciuta e lenta. Cercando di ampliare il ventaglio di soluzioni tattiche sino ad ora inespresse, nascoste nelle pieghe di una squadra introversa ed impacciata. Anche perché, per tornare a vincere, senza esporre la consueta cantilena di una progettualità sbandierata, e mai applicata appieno, occorre spendere. E bene…

CHI E' ALVISE CAGNAZZO - Giornalista, autore e conduttore televisivo. Vincitore del premio "Miglior giornalista di Puglia" sezione carta stampata - sport, istituito dall'Ordine dei giornalisti. Diventando il primo giornalista non pugliese, oltre che il più giovane, a riceverlo. Collabora con Carlo Nesti, www.carlonesti.it , per il quale è editorialista della rubrica "Punti di vista", sorta dalle ceneri della "Scheda del lunedì".
E' conduttore, oltre ad esserne autore, del popolare programma televisivo "Parliamo di calcio", in onda su Rtg Puglia in prima serata. Collabora con il giornale "Puglia".
E' firma di Calcio2000, mensile nazionale ed internazionale, diffuso in trentadue paesi stranieri, fondato da Marino Bartoletti.