I 40 secondi più lunghi del campionato. Come è cambiata la visione del VAR in due anni. CR7, ora tocca a te smontare il caso

Il mani di Cuadrado e le polemiche sull'assistenza arbitrale: da strumento contro la Juve a strumento per la Juve? Cristiano, la Champions è il tuo habitat
26.11.2019 01:00 di Ivan Cardia Twitter:    Vedi letture
I 40 secondi più lunghi del campionato. Come è cambiata la visione del VAR in due anni. CR7, ora tocca a te smontare il caso

In 40 secondi, o poco più, si possono fare tante cose. Per esempio: perdere il possesso, riprendere il possesso, perdere di nuovo il possesso, inseguire l’avversario. In 40 secondi, o poco più, si può andare avanti e indietro, poi di nuovo avanti e indietro, passare dalla difesa all’attacco, dal centro alla fascia, di nuovo al centro. Poi segnare. 40 secondi, o poco più, è il lasso di tempo trascorso dal tocco di mano di Cuadrado al gol di Higuain. Di questi 40 secondi, o poco più, abbiamo parlato fin troppo: li abbiamo analizzati nel dettaglio, invocando il protocollo chi per un verso e chi per l’altro. Perché qualsiasi regola è suscettibile di interpretazione, ma forse è un discorso troppo complesso da fare in questa sede. Di questi 40 secondi resta il gol di Higuain, l’errore (forse, questi falli di mano convincono poco o nulla) di Rocchi, il VAR che non è intervenuto, la pretesa che si torni al momento in cui una squadra stava difendendo, per giudicare la regolarità sul gol. L’ha scritto qualcuno su Twitter: quella sarebbe la macchina del tempo, ragazzi.

Il VAR, nel giro di tre stagioni, è passato dall’essere panacea di tutti i mali del nostro campionato a strumento che in fin dei conti aiuta sempre chi vince. Cioè la Juventus. Doveva essere il modo di evitare ogni dietrologia, ora è terreno fertile per fare la moviola in differita alla moviola in diretta: una sega mentale non da poco, lo ammettiamo. E vengono alla mente di chi, incauto, aveva avvertito che non avrebbe risolto tutti i problemi. Per la cronaca, si chiamava Allegri e fu tacciato di aver detto certe cose perché allenatore della Juve. Forse non aveva tutti i torti. A essere onesti, smettendo i vesti dei partigiani dell’una o dell’altra fazione, il primo e unico anno convincente del VAR è stato il primo. Poi sono successe due cose: i protocolli lo hanno reso più oscuro, difficile da capire e soprattutto da spiegare. E noi giornalisti lo abbiamo domato, soggiogandolo all’abitudine della nostra categoria di cercare argomenti polemici anche dove non ve ne sarebbero. Il risultato è che in tre stagioni il Var è passato dall’essere l’arma contro il potere costituito alla sua più comoda ancella. Almeno, nel racconto mediatico. Probabilmente, è uno strumento che ha solo bisogno di tempo per essere affinato a un calcio che non può diventare roba per computer, ma ha bisogno di modernizzarsi ed evitare errori.

Certo, di sbagli ve ne sono stati nel corso dell’ultimo anno e mezzo. Per correggerli e correggersi, per spiegarli e spiegarsi, potrebbe essere utile un’altra innovazione epocale: far parlare gli arbitri. Stanarli dall’oscurantismo mediatico cui sono costretti, renderli anche se vogliamo un po’ più umani. Il confronto di Roma dell’altra settimana, in tal senso, è stato lo specchio di quanto ci serva, e serva alla categoria, un nuovo modo di comunicare. L’ammissione di colpa aiuta, alle volte, come pure la spiegazione di quel che a prima vista potrebbe sembrare un abbaglio. Se concentriamo la comunicazione in eventi del genere, però, le polemiche superano le spiegazioni, anche perché spesso le prime aiutano a nascondere ben più complessi problemi intestini ad alcune realtà del nostro calcio. Parliamoci più spesso: ne usciremmo fuori molto più soddisfatti e chiari.

Due battute su Juve-Atletico. Sarrismo contro cholismo è pura retorica. Anche perché gli spagnoli sono nella stagione meno cholista di sempre e i bianconeri non sono ancora sorristi, ammesso che queste definizioni vogliano dire qualcosa. Si troveranno di fronte due squadre che hanno da chiedere alla competizione solo il primo posto, in questo momento, e per la cronaca Sarri ha già dimostrato di poter disinnescare Simeone, una cosa che a ben pochi allenatori è riuscita negli ultimi anni. Che poi giochi bene o giochi male, è questione di punti di vista e forse anche di tempo. Siamo onesti: stasera la Juve avrà giocato bene se avrà vinto. Magari, con l’apporto fondamentale di Cristiano Ronaldo. Evitare di chiamare “caso” la situazione del portoghese vuol dire provare a mettervi due fette di prosciutto davanti agli occhi mentre si spazza la polvere sotto il tappeto. CR7, in questo momento, è un caso. Perché non va in panchina a Lecce come qualsiasi altro giocatore, perché con il Milan se ne va prima del fischio d’inizio, perché se il capitano sta bene non si capisce perché non possa andare in panchina, di nuovo, contro l’Atalanta. Poi è un caso che resta un punto di forza, ma queste cose non possiamo far finta che non esistano. È un caso che si può smontare nell’habitat naturale del fenomeno portoghese: la Champions League. Di solito brilla dagli ottavi in poi, a dirla tutta, quando il gioco si fa duro e i duri come lui iniziano a giocare. Però un confronto del genere potrebbe essere tranquillamente una semifinale, e poi qualche fantasma da scacciare c’è. Di solito, farlo in Champions gli riesce piuttosto bene: è per questo che la Juve ha puntato su di lui.