Guardiola sogno e azzardo. Conte, la schadenfreude e le ragioni del cuore

Col catalano e Cristiano la Juve ricorderebbe il Real dei Galacticos. All'Inter è tempo di decisioni: il legame mai reciso con la Juve del prossimo tecnico
28.05.2019 00:20 di Ivan Cardia Twitter:    Vedi letture
Guardiola sogno e azzardo. Conte, la schadenfreude e le ragioni del cuore

La grande attesa continua. Abbiamo perso il conto dei giorni, la Juve resta lì: leone dormiente, all’apparenza, aspettando che gli astri si allineino e sia il momento di scegliere il proprio allenatore. Mercoledì c’è la finale di Europa League, sabato quella di Champions: a questo punto, è evidente che si passi da queste due serate, per scegliere il nome del prossimo allenatore. Altrimenti, il riserbo e l’attesa non avrebbero senso: per pura deduzione, il nome di Simone Inzaghi è meno attuale di quanto potesse sembrare, perché altrimenti non si spiegherebbe cosa impedisca ai bianconeri di affondare il colpo sul tecnico della Lazio. In attesa anche lui, ma tallonato dal Milan: con Gattuso in uscita, non ci sorprenderemmo di un affondo rossonero su un possibile candidato per la panchina della Vecchia Signora. Che avrà pure le idee chiare ma non ne dà mostra. E aspetta sulla riva del fiume, assistendo (immaginiamo) sorniona e sorridente al proliferare di voci sulla scelta che farà. 

Arrivati a questo punto, il silenzio dei bianconeri è di per sé un indizio. Non si smentisce e non si conferma nulla, in prima pagina finisce Sarri ma l’obiettivo è il colpo grosso. Il sogno è sulla bocca di tutti, Pep Guardiola ha incassato le smentite del Manchester City su tutto tranne che su un particolare: della clausola non si parla. Eppure è un tema di discussione centrale: se c’è, a determinate condizioni, toglie ogni peso alla volontà del club di appartenenza. Aggiungiamo sommessamente che la UEFA valuta eccome la posizione del Manchester City: non è un dettaglio. Da qui a dire che il catalano sarà il prossimo allenatore bianconero ce ne passa; ma tanto vale anche per l’opposto. Su Pep, a differenza di qualsiasi altro allenatore, è partita la corsa degli addetti ai lavori a sbilanciarsi: chi dice che arriverà di sicuro, chi assolutamente no. È la corsa a dividere l’opinione, anche con tesi bislacche: in settimana abbiamo letto persino qualcuno parlare di aggiotaggio. Con poca cognizione di causa, immaginiamo; eppure sono temi delicati, in cui non ci si dovrebbe addentrare senza l’armamentario necessario a maneggiarli. Ma l’importante è dire qualcosa che sembri intelligente. 

Dalla corsa allo 0 o al 100% sul nome di Guardiola, in sostanza, ci teniamo fuori. Come fa la Juve, che non ha nei propri costumi la smentita facile ma fin qui ha evitato ogni commento sul tema. Ricorda, per la narrazione che se ne fa in giro, gli arrivi di Higuain o Cristiano Ronaldo. Ma anche quello mai avvenuto di Milinkovic-Savic al Milan l’anno scorso. È un nome, tanto basti, di una rosa che oltre a lui mette insieme tre dei quattro finalisti europei. Emery escluso. È un nome che ronza nella testa di Agnelli & Co, legato a doppio filo a quello di Pochettino:  se davvero il catalano arrivasse a Torino, il tecnico del Tottenham, che in casa Juve ha comunque i suoi ottimi estimatori, sarebbe la prima scelta del City per sostituirlo. Con Guardiola, ma è solo opinione di chi scrive e quindi chi legge può pensare di essere davanti a un cretino, il rischio sarebbe davvero alto. Mettere insieme l’autore dell’ultima vera svolta nella storia del calcio e il calciatore che più di ogni altro ha la Champions nel proprio DNA è un azzardo non da poco. Pep e CR7, nella stessa squadra, sono una bella sfida: immaginiamo anche per il primo, che potrebbe vantarsi di aver allenato, con Messi, i due giocatori simbolo del calcio del XXI secolo. Averli insieme, d’altra parte, sarebbe una mossa di portata tale da esporre la Juve alla critica più semplice e nel caso centrata. Vincere la Champions non è un obbligo, mai. Se però costruisci una squadra spaziale e costosissima, dopo otto scudetti di fila, e non la vinci, hai fallito nel progetto. È il bello, o il brutto, del piano più ambizioso dai tempi dei Galacticos di Perez. È un modello a cui Agnelli sta guardando? Lo scopriremo davvero soltanto alla lettura dell’annuncio ufficiale sul nuovo allenatore: quel Real ha comunque segnato la storia. Il problema è che ha vinto poco. Poi magari arriverà Sarri, che sarebbe comunque una svolta non da nulla e incuriosisce parecchio, perché per la prima volta avrebbe in mano una fuoriserie, e tutte queste chiacchiere andranno a farsi benedire. È il bello, o il brutto, di questa snervante attesa. 

Se per la Juve con tutta probabilità non sarà una settimana decisiva, almeno non nell’immediato, tutt’altra musica in casa Inter. Il quarto posto e la qualificazione alla Champions League hanno spianato la strada all’arrivo di Antonio Conte, che avrebbe preferito la Juve ma non potendo scegliersi da solo va a guidare i rivali del derby d’Italia. È una decisione legittima, peraltro coerente con la storia di chi ha sempre ricordato il proprio status di professionista. Però divide il popolo bianconero, perché Conte è doppiamente legato alla Juve: da calciatore e capitano prima, da allenatore vincente poi. È una grande fetta della storia personale che non può cancellare con una mossa professionale. Per questo chi condanna le critiche dei tifosi della Juve alla scelta del proprio (ex) beniamino fa i conti con le ragioni della ragione, ma non con quelle del cuore, a cui non si comanda. Lo stesso Conte, per evitare il precedente Lippi, dovrà ben guardarsi dal sbagliare qualsiasi cosa: i video del suo godimento datato 5 maggio 2002 non sono poi così difficili da reperire online. Tornerebbero d’attualità, immaginiamo, anche in casa Inter dopo un paio di partite storte. La lingua tedesca ha una parola meravigliosa che all’italiano manca: schadenfreude. Descrive il sentimento di chi gode delle sventure altrui. A Torino, sponda bianconera, non vedono l’ora di provarla.