Gli eroi in bianconero: Stefano TACCONI

Pionieri, capitani coraggiosi, protagonisti, meteore, delusioni; tutti i calciatori che hanno indossato la nostra gloriosa maglia
13.05.2019 10:25 di Stefano Bedeschi   Vedi letture
© foto di Balti Touati/PhotoViews
Gli eroi in bianconero: Stefano TACCONI

Da Perugia, dove nasce il 13 maggio del 1957, Stefano Tacconi prende una strada impervia e tutt’altro che diretta per la Juve. Anzi: poiché, dopo l’apprendistato a Spoleto, è l’Inter a scoprire per prima le doti del ragazzo tra i pali, si potrebbe pensare che tutto possa diventare Stefano, meno che il portiere della squadra bianconera. Ma in neroazzurro le cose non vanno come dovrebbero e così il giovanotto comincia a peregrinare su e giù per la penisola, dalla Pro Patria al Livorno, dalla Sambenedettese all’Avellino.

Qui, agli albori degli anni Ottanta, il giovanotto finalmente si ferma. E si afferma. Perché il fisico è da “goalkeeper” anglosassone aduso alle mischie e il carattere è quello di un moschettiere di Dumas. Quando Stefano decide di farsi crescere il baffo, l’aspetto da eroe di cappa e spada è perfetto. Ad Avellino è proprio quel che ci vuole, la gente sogna in grande, la squadra dei lupi irpini non è mai stata così in alto, e il portiere deve essere all’altezza. Tacconi in breve diventa uno dei punti di forza della squadra, e decolla con i compagni.

Al punto che, declinando la lunghissima parabola stellare di Zoff, la Juve sceglie lui per perpetuare la specie dei grandi portieri. Una scelta ponderata a lungo, valutata sul rendimento del ragazzo nell’ultimo triennio. Una decisione rischiosa, perché, dopo undici stagioni con un monumento al ruolo come Super Dino, affidarsi a un giovanotto che non vanta trascorsi ad alto livello in grossi club può sembrare una scommessa.

Prendere il posto di Zoff era un compito che avrebbe distrutto chiunque, ma non il portiere perugino il quale non manifesta il minimo turbamento, ostentando sempre tanta sicurezza. Si allena con la stessa spregiudicatezza con cui si muoveva nell’Avellino e non dimostra alcun condizionamento nei confronti di un ambiente che rappresenta il sogno di ogni calciatore italiano: «Ad Avellino dovevo fare anche da libero, figuriamoci se mi spavento per il fatto di giocare in una squadra come la Juventus che al portiere è in grado di assicurare adeguata protezione. Non mi spaventa nemmeno il paragone con Dino. Io sono Tacconi e a Zoff guardo come al maestro».

Ma il ragazzo, oltre che bravo, è indubbiamente fortunato. Il suo arrivo sotto la Mole coincide con la messa in pista di una delle più solide versioni della Juve “trapattoniana”: confermato lo squadrone sfortunato l’anno prima, sono arrivati ritocchi di sostanza, uno dei quali, la mezzala Vignola, dallo stesso Avellino da cui proviene il portiere. La difesa destinata a proteggere Tacconi è quanto di meglio al mondo sia stato assemblato negli ultimi anni, da Gentile a Cabrini, da Brio a Scirea.

Si può temere qualcosa, con tanti pezzi da novanta a dare una mano? In effetti, non trema Tacconi e soprattutto non tremano i campioni bianconeri che di Tacconi cominciano presto a fidarsi. La Juve parte con il botto, in tre giorni segna quattordici reti e non subendone alcuna, è record mondiale o giù di lì. Avanti in campionato, avanti in Coppa delle Coppe, Tacconi che pure ha nell’esperto Bodini un rivale accreditatissimo è il titolare indiscusso e dà alla retroguardia una sicurezza insperata. Non solo, con un carattere da simpatico guascone è tra quelli che più si danno da fare per incitare i compagni nei momenti difficili.

Così facendo, nell’anno dell’esordio, mette insieme ventitré presenze in campionato ed una decina in Coppa delle Coppe e, quel che più conta, da un contributo decisivo alla conquista di entrambi i trofei. Bravo e fortunato, si diceva. Un inizio così alla Juve l’hanno avuto in pochi.

L’anno dopo, con l’arrivo dell’amico ed ex compagno di Avellino Luciano Favero, ci sono le condizioni per ripetersi. Ma stavolta la sorte è meno benigna e cominciano i problemi; dopo un clamoroso 0-4 rimediato a San Siro contro l’Inter e il derby perduto la domenica successiva, complice un suo errore in uscita, Tacconi è sostituito da Bodini e l’imprevedibile portiere perugino non accetta la panchina, con furiose polemiche che non possono sicuramente essere tollerate dall’ambiente juventino.

Fioccano le multe e trascorre parecchio tempo prima che Tacconi si rassegni alla panchina che sarebbe durata per lunghi mesi.

«Tacconi sfida la Juventus!», «Tacconi ha aperto il fuoco!», «Clamorosa polemica alla Juventus!». I giornali vanno a nozze, approfittando curiosi di queste polemiche poco abituali per l’ambiente juventino.

«Una volta i giocatori parlavano poco, forse avevano anche paura, ma con la Legge 91 hanno acquisito la possibilità di andare dove vogliono e le società hanno inevitabilmente minor potere su di loro. Quell’esperienza che ho vissuto mi ha fatto capire che avevo commesso alcuni errori. Il tempo tuttavia ha dimostrato che non avevo parlato completamente a vanvera».

Bodini si dimostra un ottimo portiere e Tacconi soffre parecchio: rientra in squadra sul finire della stagione È pronto per la finale di Bruxelles, ma se la sentirà il Trap di rischiare? Tacconi lo rassicura: «Mister sono pronto, è la mia grande occasione».

Il Trap a questo punto si fida. E fa bene. Tacconi è grande nella notte di tregenda, la Juve issa in spalla la prima Coppa Campioni anche grazie alle sue strepitose parate.

Il grande slam del portiere perugino si chiude di lì a qualche mese. Tokyo, 8 dicembre 1985, finale di Coppa Intercontinentale. L’apoteosi per la Juve “trapattoniana”, il trionfo personale per il portiere erede di Zoff. Cosa c’è di più esaltante per un portiere che ergersi a baluardo, essere l’artefice unico di un successo, insomma parare un rigore, anzi due, anzi tre?

La coppa lottata e sofferta è aggiudicata ai penalty e qui Tacconi si esalta. La sua espressione dopo l’ultima decisiva parata è nella storia televisiva e fotografica del calcio. Pugni al cielo, ghigno di chi è arrivato dove nessuno avrebbe mai detto, insomma gioia incontenibile. Che è poi la gioia di milioni di juventini che hanno messo la sveglia nel cuore della notte per non perdersi l’evento in TV.

Tacconi, di qui in avanti, è un mito dei fans, un uomo simbolo. La Juve dei ciclo “trapattoniano” non è più la stessa, lasciano campionissimi ed arrivano giocatori normali, non si può sempre vincere. Tacconi è la continuità tra quella Juve trionfante e questa che la sfanga senza infamia e con poche lodi.

Passa il biennio di Marchesi, la nota lieta per Tacconi è il suo ingresso, in punta di piedi, nel giro della Nazionale. Da riserva di Zenga, si capisce, ma è sempre meglio di nulla. Poi, alla Juve, arriva Zoff ed è di nuovo tempo di vittorie. Tacconi non salta più una partita che è una, è sempre più il simbolo di una Juve che prova a vincere qualcosa e, nella stagione 1989-90, da un contributo decisivo a un’altra doppia conquista, Coppa Italia e Coppa Uefa. Nella finale europea con la Fiorentina, sul neutro della sua Avellino, gioca un’altra partita da incorniciare, degna premessa al posto in Nazionale al Mundial italiano di un mese dopo.

Poi, nel 1992, l’arrivo di Peruzzi è il segnale che la lunga avventura è agli sgoccioli. Lascia un ricordo indelebile e un curriculum da grande, uno dei più grandi nella storia del ruolo in maglia juventina: 402 partite, di cui cinquantasei nelle coppe europee, con due scudetti, il tris delle coppe europee (una Uefa, una Campioni ed una Coppe) e quella Intercontinentale del 1985, che è più sua che di chiunque altro.