Gli eroi in bianconero: Roberto SOLDÀ

Pionieri, capitani coraggiosi, protagonisti, meteore, delusioni; tutti i calciatori che hanno indossato la nostra gloriosa maglia
28.05.2022 10:17 di Stefano Bedeschi   vedi letture
Gli eroi in bianconero: Roberto SOLDÀ
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«So che Scirea ha avuto parole di elogio nei miei confronti – racconta poco dopo il suo approdo a Torino nell’estate del 1986 – come lui, anch’io in Serie C ho giocato da mezzala e solo dopo mi sono trasformato in libero. Spero di poter disputare qualche partita, ma non sarà facile trovare spazio perché Gaetano non si discute. Non vorrei però trascorrere un intero anno in panchina perché allora sarebbe una stagione persa. Come libero mi ritengo abile a impostare il gioco, non solo a romperlo. Però questa sarà una novità per me, abituato soprattutto a non scoprire la difesa. Perché a Bergamo giocavamo soprattutto per salvarci e far bene in una squadra come l’Atalanta è abbastanza facile. Alla Juventus le ambizioni sono diverse: non ci si può accontentare del risultato, bisogna anche dare spettacolo. Non ho avuto problemi a inserirmi nel nuovo ambiente e con Marchesi mi sono subito trovato a mio agio. Gli allenamenti non sono neppure molto pesanti. A Bergamo, con Sonetti, ero abituato a un lavoro più duro, maggiormente impostato sul fondo. Qui l’obiettivo della squadra non è uno solo come lo era per l’Atalanta, noi ci dovremo impegnare su più fronti ed è quindi logico che il carico di lavoro sia distribuito diversamente».
Quella Juventus è allenata da Rino Marchesi: è l’ultima stagione di Platini, la penultima di Scirea. Roberto è sballottato fra difesa e centrocampo; addirittura, a Firenze, è schierato con un improbabile numero 10! Dice Marchesi: «Soldà può essere valido anche a tutto campo, mancatomi Bonini ho pensato a lui proprio per le sue risorse nella corsa, assistite da un buon tocco di palla».
È un giocatore potente e acrobatico, forte sulle parabole, sempre costruttivo nel tocco di palla. Difetta solamente di personalità, quella che deve avere il leader della difesa della Juventus. Certo, la squadra bianconera non lo aiuta, gli eroi di mille battaglie sono stanchi, i giovani troppo acerbi e Marchesi non è in grado di gestire la situazione. La Juventus, piano piano, va alla deriva; il campionato è dominato dal Napoli di Maradona e la Coppa dei Campioni è presto perduta, di fronte ad un modesto Real Madrid.
Alla fine di quella stagione è ceduto al Verona, in cambio di Tricella. La caccia all’erede di Scirea continua.

NICOLA CALZARETTA DAL “GUERIN SPORTIVO” DEL 22-28 LUGLIO 2003
Luglio caliente, voglia di mare. Si scende dalla Val Brembana, meta la costiera romagnola. «Il mio regno estivo è Milano Marittima, dove ho da tempo una casa: un acquisto è stato il primo affare della mia attività imprenditoriale».
La compiaciuta confessione è di Roberto  Soldà, quarantaquattro anni e un fisico tirato a lucido come ai tempi d’oro, quando comandava le difese di Como, Atalanta, Juventus, Verona, Lazio e Monza. Il tutto tra l’81 e il ‘93. «Dopo, però, c’è stata anche l’esperienza all’estero con il Chiasso da allenatore-giocatore. A trentasei anni ho scelto di chiudere nonostante l’offerta del Benevento, troppo lontano: l’idea era di rimanere a Bergamo per curare da vicino i miei interessi».
Ramo immobiliare. «Già durante la carriera mi ero avvicinato al settore. Il mattone mi piaceva fin da ragazzo. Frequentavo l’Istituto per congegnatori meccanici e il pallone era solo un sogno. Finita la scuola, anche per raggranellare qualche spicciolo, lavoravo con mio zio, titolare di un’impresa edile. Così una volta smesso non ho avuto dubbi: ho creato la Abso Srl, un’immobiliare. Acquisto vecchie case, le ristrutturo appaltando i lavori e poi le metto sul mercato».
In più c’è l’attività di consulenza per le agenzie immobiliari del Bergamasco. «Mi capita spesso di avere contatti con chi opera direttamente sul mercato. Io mi sono fatto un po’ d’esperienza sempre un passetto dopo l’altro. È la mia filosofia: poche cose fatte bene e con i tempi giusti».
E in solitudine. «Ho preferito fare così, anche perché se devo sbagliare preferisco farlo con la mia testa. E poi c’è meno stress. Di buoni affari ne ho fatti. Quello che mi ha dato più soddisfazione è la vendita di un appartamento ristrutturato a Bergamo Alta a un signore inglese che neanche in Toscana era riuscito a trovare qualcosa di suo gradimento. Ma non pensare che sia stato tutto in discesa. Grossi traumi nel passaggio dal calcio alla vita normale non li ho avuti perché con il mondo del pallone non ho mai staccato definitivamente: ho allenato squadre dilettantistiche vicino casa per alcuni anni e poi ho continuato a giocare, anche con la nazionale di beach-soccer. Poi perché, comunque, mi sono inserito in un settore che già conoscevo. Piuttosto è stato arduo, specie i primi tempi, convivere con i problemi quotidiani che ti si presentano: come porsi di fronte ai clienti, cosa dire al venditore che non ti vuol cedere quella casa. Poi il tempo stesso ti aiuta».
Fino ad arrivare a escogitare qualche piccola astuzia: «Quando mi presento per l’acquisto di un immobile cerco di non far sapere che sono stato calciatore perché è il presente quello che conta. Poi non si sa mai, magari qualcuno potrebbe pensare “questo qui ha i soldi, alziamo il prezzo”».
Sorriso convinto, la battuta è andata a segno. «Nel futuro non penso proprio che ci sarà posto per altre attività. Anche perché improvvisarsi a questa età in altri mestieri la vedo dura. Continuo con il mattone ancora per qualche tempo, poi se i figli lo vorranno lascerò spazio a loro».
Roberto la via del pallone non l’ha abbandonata del tutto, quindi... «Certo, se arrivasse qualche proposta interessante la valuterei con attenzione, l’esperienza non mi manca».
E non solo di campo, ma pure di vita. «Fino a vent’anni ho gravitato nei dilettanti. Ero il “bravo giocatore di paese” e niente più. Con il passare delle stagioni quell’etichetta mi stava sempre più stretta, provavo un senso profondo di grande ingiustizia. Comunque non ho mai mollato».
Finalmente ecco il treno giusto. «Un certo Cavalcanti mi portò al Ravenna, sempre nei dilettanti. Ma intanto avevo passato il confine del paese. L’anno dopo mi prese il Forlì in C1, finalmente ero tra i professionisti. Giocai bene tanto che si aprirono le porte della Serie A».
Immediata scalata al vertice: segno che le qualità c’erano in questo ragazzo dal fisico massiccio e dal destro potente. «Capisci il perché di quel senso di ingiustizia? Io sapevo di poterci stare ad alto livello. Anche se nel primo anno a Como pagai un po’ lo scotto. Ho esordito contro il Napoli, ci giocava Krol, il mio idolo. Un libero capace di impostare e rilanciare. Quello che cercai di fare anch’io in quel debutto... Figurati se ci sono riuscito: troppo emozione».
Il Como retrocede.  Soldà, libero dai piedi buoni, riconquista subito la A, ma resta fra i cadetti. «Andai all’Atalanta, mi chiamò Sonetti: per me è stato fondamentale. Aveva un brutto carattere, però è stato lui a darmi sicurezza e convinzione. Si vinse il campionato e non ti dico la festa. Ancora oggi è il ricordo sportivo più bello».
Insieme a una partita speciale. Ancora Napoli, quasi una rivincita: «L’anno dopo, era l’ottobre dell’84, me la sono vista con Maradona, e ho detto tutto. Segnai su punizione e salvai un gol sulla linea. Titolo sulla Gazzetta del giorno dopo: “Soldà batte Napoli 1-0”».
Roberto stuzzica gli appetiti di molte grandi, Boniperti gioca d’anticipo. «La Juventus mi aveva preso già un anno prima, ma per una stagione mi lascio a Bergamo. Arrivai a Torino nell’86 con questo programma: campionato di apprendistato, poi l’eredità di Scirea».
Non andò esattamente così. «La stagione in bianconero mi ha lasciato molte amarezze. Ho giocato 16 partite, ma tutte da mediano. Anche per colpa mia non sono riuscito a integrarmi nell’ambiente: ho sentito molto il salto da Bergamo a Torino. Alla fine della stagione mi trovai ceduto al Verona».
Tempo due anni e nuovo trasferimento, stavolta alla Lazio. «Ci arrivai nell’89 e all’inizio fui trattato a pesci in faccia dalla stampa locale. Attacchi del tutto immotivati. A sistemare le cose pensò prima il campo e poi, l’anno dopo, l’arrivo di Zoff che mi definì il libero ideale per la sua squadra».
Anche a Roma buoni campionati, ma zero successi. «È il dispiacere più grande. Il treno delle grandi occasioni è passato e l’ho preso al volo. Ma quando si è fermato alle stazioni più importanti non ho mai trovato la banda».