Gli eroi in bianconero: Nicolò NAPOLI

Pionieri, capitani coraggiosi, protagonisti, meteore, delusioni; tutti i calciatori che hanno indossato la nostra gloriosa maglia
07.02.2021 10:30 di Stefano Bedeschi   Vedi letture
Gli eroi in bianconero: Nicolò NAPOLI
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Riserva di lusso, Nicolò Napoli veste la maglia bianconera a 25 anni, a cavallo fra gli anni ‘80 e ‘90, riuscendo a ritagliarsi un piccolo posto da protagonista e facendosi apprezzare dai suoi allenatori, da Marchesi a Zoff, per arrivare a Maifredi. Dal 1987 al 1991, riesce a totalizzare 93 presenze e 6 gol, conditi con la conquista della Coppa Uefa e della Coppa Italia.

ADALBERTO SCEMMA, “HURRÀ JUVENTUS DEL GIUGNO 1989
Neanche a inventarle apposta: Napoli pareggia a Napoli il gol di De Napoli. Un gioco di parole che asseconda qualche sconosciuta bizzarria del destino. Ma quando si scopre che di Napoli (il «di» è minuscolo, please) e anche la moglie di Napoli (il Nicolò è sottinteso, arriplease) allora il pasticcio si complica. E il minimo che si possa pensare è che anche lui, Napoli, sia di Napoli. E invece no. Napoli è di Palermo. Una Palermo che all’inizio degli anni Settanta viveva in altalena tra la A e la B la propria avventura calcistica e che aveva Corrado Viciani, allenatore sessuofobo, un fustigatore feroce di costumi e un assertore frenetico della necessità dei ritiri.
A quell’epoca Nicolò Napoli conta Nicolo, aveva una decina d’anni (è del ‘62, nato il 7 febbraio) e vestiva il rosanero nella squadra dei giovanissimi sotto la guida di Tedeschini. I suoi idoli erano Girardi, Arcoleo, Favalli e soprattutto Franco Landri, detto il «Vescovo» per quel suo modo sempre molto curiale di gestire i rapporti tra giocatori e società e tra amici Vicini e Viciani. Landri giocava libero proprio come Napoli, ma l’identità del ruolo non rappresentava evidentemente una garanzia di continuità perlomeno in rosanero.
«A fine campionato», racconta Nicolò, «l’intera squadra, con l’allenatore in testa, si trasferì a Tommaso Natale, che non è un nome di persona, ma un Comune della cornice palermitana. Un ambiente sereno. Giocai per quattro stagioni a livello giovanile vincendo anche un titolo italiano “Libertas”, poi debuttai a 15 anni in prima squadra, campionato dilettanti di prima categoria. Mi sentivo un re anche perché il calcio, a quell’età, è soprattutto un divertimento e alla carriera non ci si pensa ancora».
– E invece...
«E invece, quando avevo già 17 anni, ecco che un giorno arriva da Messina un certo signor Bucalo, uno di quei talent-scout abituati a passare con il setaccio i campetti della provincia. Mi vede, parla con i miei genitori, mi fa firmare per il Messina, Serie C2 ma società solida, di grandi tradizioni. Sono a un bivio: o il calcio o gli studi. Non è una decisione facile, ma io sono convinto che nella vita a vincere sia soprattutto l’istinto, quel radar capace di pilotarti in ogni momento. Ed è così che ho scelto il calcio».
– E i suoi genitori che cosa avevano scelto?
«Qualche mugugno c’è stato all’inizio, ma neppure troppo insistito. Mio padre è impiegato alla Regione Sicilia, mia madre invece è casalinga. Un figlio con un diploma era probabilmente il minimo che potessero aspettarsi, però devo dire che hanno rispettato, senza interferire, la mia decisione: l’importante, mi dicono anche adesso, è che ogni scelta sia condotta sino in fondo. Soltanto così non potranno mai esserci rimpianti».
– Lei ne ha?
«Assurdo. Ciò che faccio mi piace. E poi non bisogna confondere i rimpianti con le delusioni».
– In che senso?
«Forse mi sono concesso qualche sogno di troppo. Quando sono arrivato alla Juve ho cominciato a fantasticare. Mi sono accorto invece che ogni traguardo rappresenta una dura conquista, che non c’è nulla di facile. Sognavo cose, insomma, che non erano certo a portata di mano e che soltanto adesso, ma lo dico piano, cominciano ad assumere contorni un po’ più precisi».
– Lei ha 27 anni compiuti, non è certo un ragazzino. E quasi stagione di bilanci.
«Sei campionati nel Messina, tre in C2, due in Cl e uno in B; in mezzo una breve parentesi alla Cavese, in Serie B, e il trasferimento autunnale a Benevento: un buon rendimento, credo, se è vero che il Messina mi ha richiamato per farmi giocare da titolare. In tre campionati ho segnato sedici gol, una bella media per un difensore».
– Un’abitudine proseguita anche nella Juventus.
«I miei gol hanno stupito tutti, meno che il sottoscritto. Del resto credo di essere un difensore piuttosto duttile, portato naturalmente alla costruzione del gioco. Il calcio moderno non concede più spazio ai “francobollatori” che andavano di moda una volta. Ma queste sono cose che ho memorizzato da parecchio tempo».
– Dal Messina alla Juve in età già matura. Chissà quanti scogli sulla sua strada...
«Di scogli, invece, ne ho avuto soltanto uno a Messina, e con la esse maiuscola. Il “professore” è stato fondamentale per la mia formazione: mi ha insegnato come stare in campo, mi ha costretto a dare sempre il meglio di me, a non perdere mai la concentrazione. Tutte cose che mi sono ritrovato in dote più avanti, quando è arrivato il momento, forse un po’ a sorpresa, della Juventus».
– Sorpresa fino a un certo punto. In Serie B lei era stato tra i migliori.
«Diciamo allora che il mio impatto con la Juve è stato un po’ particolare, perlomeno a livello di sensazioni. Da un lato la certezza di essere arrivato al massimo: organizzazione eccezionale, ambiente splendido. Nessuna società può competere con la Juve sotto questo profilo. Dall’altra la delusione dei risultati che non arrivavano. Proprio il fatto di essere arrivato a Torino in età matura mi aveva costretto ad aprire la porta alle illusioni».
– E invece?
«E invece ecco una lunghissima trafila, un po’ come rifare la gavetta. Tutto giusto, per carità, ma qualche speranza me l’ero proprio tenuta in serbo».
– Eppure il debutto in Serie A e arrivato quasi subito: Juventus-Pescara, 27 settembre 1987, un bel 3 a 1 con la sigla di Rush.
«Un Rush vero, quella partita me la ricordo bene. Ma i problemi sono arrivati più tardi. Problemi fisici, non certo di ambientamento. I miei muscoli erano sempre pieni di tossine, sembravano di seta. Sono andato avanti in altalena, insomma, fino a quando i medici non hanno diagnosticato la causa: una banale tonsillite, roba da bambini. Così alla vigilia di Natale mi sono fatto operare e i risultati, anche agonistici, sono cominciati a fioccare. Sto vivendo un momento di grazia però lo dico pianissimo. Guai a turbare l’equilibrio».
– Un equilibrio che alla Juve è da sempre una regola.
«È per questo che la Juve è diversa da tutte le altre società. C’è un grande rispetto per l’individuo, un rispetto che prescinde dalle valutazioni calcistiche. E poi la vecchia “scuola” funziona sempre...».
– In che senso?
«Nel senso che c’è sempre chi è prodigo di consigli, chi è disposto a darti una mano. La professionalità non è un optional. Prendiamo Scirea, per esempio. Lo scorso anno giocava e non giocava, si apprestava a chiudere la carriera, ma ha compiuto questo passo con una grandissima dignità, allenandosi sempre con l’entusiasmo e la dedizione di un ragazzo. Il gol che si è permesso di segnare, al momento di chiudere con il calcio attivo, credo abbia commosso un po’ tutti. Scirea mi è stato particolarmente vicino, mi ha aiutato, mi ha spronato. Io sono juventino dalla nascita, a Palermo c’è la tradizione dei Vycpalek, dei Furino, Benetti, Causio. Figuratevi che cosa può avere rappresentato per uno come me l’amicizia di Scirea».
– Gaetano Scirea, dunque. E poi?
«E poi Rui Barros, un mostro di simpatia. È il mio compagno di camera. Ci intendiamo a meraviglia, è un bravissimo ragazzo. Ma il fatto è che in questa Juve sono bravi un po’ tutti. Mi spiacerebbe andarmene...».
– Le sue carte lei le sta giocando tutte. E piuttosto bene.
«Da un lato mi conforta constatare che di fenomeni in giro, nel ruolo che occupo adesso, non ce ne sono molti. Dall’altro i miei 27 anni potrebbero rappresentare un handicap, anche se ci sono esempi precedenti proprio qui alla Juve. Prendiamo Favero: perché non dovrei ispirarmi a lui?».
– I vecchi juventini dicono invece che lei ricorda moltissimo Bobo Corradi...
«Non ho alcuna possibilità di verifica, ma prendo per buono il complimento. Corradi ha giocato in Nazionale, e stato un “grande”. Però mi accontenterei anche di molto meno, mi accontenterei di dimostrare che Napoli, nel calcio, occupa un posto non precario. È una specie di impegno che ho preso con mio figlio Giambattista».
– Uno che già la giudica?
«È impossibile: ha solo cinque anni. No, il mio è un impegno morale, nei suoi confronti e in quelli di mia moglie Michela. Per il resto mi accontento di poco. Qualche gita in barca e la pesca alla trota. Anche se preferisco il mare di Messina...».