Gli eroi in bianconero: John HANSEN

Pionieri, capitani coraggiosi, protagonisti, meteore, delusioni; tutti i calciatori che hanno indossato la nostra gloriosa maglia
25.07.2019 10:33 di Stefano Bedeschi   Vedi letture
Gli eroi in bianconero: John HANSEN

Quando John Hansen giunge a Torino, nel 1948, il presidente della Juventus, l’avvocato Agnelli, manda a chiamare Pozzo per confermare che il giocatore danese sia effettivamente quello che, alle Olimpiadi di Londra, aveva giocato meravigliosamente bene e aveva segnato quattro reti alla squadra azzurra. Pozzo riconosce immediatamente nel lungo giocatore l’atleta che ci aveva dato quei quattro dispiaceri e Hansen entra a far parte della squadra juventina.

Gli inizi sono molto difficili: poche partite a causa di alcuni infortuni. Va fuori forma e alcuni arrivano a dire che il suo fisico non gli consente uno sforzo continuato. Per fortuna non è così, è semplicemente la conseguenza di allenamenti sbagliati, ma questo lo si capirà più avanti.

Il trainer juventino in quel periodo è Chalmers, che ha ottimi numeri come allenatore, ma conosce poco gli uomini che gli sono stati affidati, non sa dosare lo sforzo di ciascuno, fa lavorare troppo chi si stanca presto e viceversa.

Così Hansen, che pure ha classe da vendere, non convince l’allenatore, che gli preferisce Jordan, Cergoli o Sentimenti III, insomma chiunque. Chalmers sostiene che Hansen è lento e discontinuo. Quando finalmente il danese trova posto, il 21 novembre 1948, con la Juventus già lontana dal Torino capolista, si capisce di che pasta sia fatto questo attaccante moderno e versatile, capace di risolvere la partita in cinque minuti. Succede a Busto Arsizio il 12 dicembre, si ripete a Torino contro il Palermo la domenica successiva. Boniperti ha al suo fianco un compagno che parla la sua stessa lingua e quando Muccinelli sull’out ha fatto fuori il terzino, non deve preoccuparsi di altro che metterla in mezzo, sicuro di trovare il danese pronto a colpire. Quarto posto per quella Juventus, quindici goal per John, al pari di Boniperti.

«Ricordo benissimo che quando arrivai in Italia accompagnato dal signor Artino, segretario bianconero, le cose alla Juventus andavano piuttosto maluccio. Nell’ottobre di quel 1948 i miei amici Parola e Rava, Depetrini e Locatelli, Boniperti e Muccinelli, avevano perso il derby con il Torino e le ripercussioni furono tali da provocare altre quattro sconfitte consecutive, a Genova con la Sampdoria, a Torino con l’Inter, a Lucca e nuovamente a Torino con il Modena. Quest’ultima partita l’avevo vista dalla tribuna, ero arrivato il giorno prima e ricordo benissimo l’autore dell’unica rete che decise la gara. La segnò il piccolo Edmondo Fabbri, che giocava all’ala sinistra. La domenica successiva era in programma l’incontro con il Bari. La mia presenza aveva, non so come dire, galvanizzato l’ambiente. Anche Parola e Rava, reduci da infortuni, decisero di scendere in campo. Io avevo sostenuto solo un paio di allenamenti, sotto lo sguardo di mister Chalmers, ma, anche per esaudire l’invito rivoltomi dall’avvocato Agnelli, buttai alle ortiche ogni esitazione e… indossai la mia maglia con il numero dieci. Fu una partita memorabile, un susseguirsi di incessanti attacchi alla rete del Bari, difesa da un portiere che non ho mai più potuto dimenticare, Bepi Moro, un autentico gatto, agile, coraggioso, dai riflessi fulminei, dalla presa ferrea. Lottammo per oltre un’ora prima di batterlo. Fu un gran tiro al volo di Boniperti che il portiere non riuscì a trattenere: arrivò, lesto come il fulmine, quel diavoletto di Muccinelli e la palla gonfiò la rete. In quell’attimo mi sentii immensamente felice, come se avessi segnato io. Capii che la Juventus avrebbe rappresentato qualcosa di molto importante nella mia vita di calciatore».

Il resto è cammino trionfale. 1949-50, dopo quindici anni torna lo scudetto e John Hansen timbra la stagione con ventotto reti in trentasette partite. In leggera flessione l’anno dopo, con lo scudetto che sfugge più per distrazioni juventine che per meriti altrui, e comunque i goal del danese sono venti. Riecco il John Hansen trionfante nella Juventus più bella, quella del 1951-52: trenta reti in trentasei partite, segnate in tutti ma proprio tutti i modi previsti dal regolamento. Rimane alla Juventus fino all’estate del 1954, totalizzando 187 presenze e 124 goal, che lo collocano nell’élite dei marcatori di sempre della storia juventina.

Pochi sanno che questo fuoriclasse autentico rischiò di andare al Torino. Lo stesso Hansen racconta come andò: «Giocavo ancora nel Frem di Copenaghen, quando il presidente mister Bernhard Langvold, direttore di una grande ditta di vini, occupandosi di importazioni, si trovava in Italia. Un dirigente del Torino gli chiese se fosse possibile avere dalla Danimarca una mezzala di valore e la somma per il trasferimento. Mister Langvold fece il mio nome, ero conosciuto in Italia per aver realizzato quattro goal contro la vostra Nazionale olimpionica a Londra. Con grande stupore del dirigente italiano, Langvold rispose che nessun compenso spettava alla squadra, della quale lui era presidente, in quanto in Danimarca i giocatori non avevano nessun vincolo con i club, essendo questi puramente dilettantistici. Così venni interpellato dal mio presidente per telefono e invitato a fissare la cifra di trasferimento al Torino. Ma una seconda telefonata venne a mutare il primitivo progetto: questa volta è il dottor Boella della Nordisk Fiat di Copenaghen, che, per incarico dell’avvocato Agnelli, desidera avere un colloquio per contrattare un mio eventuale passaggio alla Juventus. Optai per la Juventus e il giovedì 18 novembre 1948 firmai un contratto triennale per la società italiana, rappresentata dal signor Secondo Artino, segretario amministrativo e delegato del club. Il signor Artino, esperto in materia di trasferimenti, mi convinse a partire immediatamente per l’Italia, promettendo le vacanze in Danimarca dell’imminente Natale 1948, con relativo rimborso spese, affinché potessi sistemare e definire le mie pratiche private. In Danimarca io facevo il contabile, godevo di molta stima, ero un giovanotto timido e educato, in possesso di tre lingue e di una certa classe calcistica. La cosa tuttavia, che maggiormente mi inorgogliva, era il fatto di non essere mai stato espulso nel corso di una partita di calcio. Ed ecco che, militando nella Juventus, mi toccò proprio un’espulsione. Giocavamo contro il Padova, la prima domenica del gennaio 1949. Non c’erano problemi per il risultato: all’inizio della ripresa vincevamo già per 6-1 ed io avevo firmato proprio la sesta rete. Poco dopo, saltando su un traversone di Caprile, mi scontrai con il portiere Romano; la palla schizzò verso Muccinelli che mise in rete. L’arbitro fischiò e annullò il goal, perché in Italia il solo rispetto ancora tutelato è quello per i portieri. Accorse il mediano avversario Matè e mi colpì con un calcio a un braccio. Accorse il mio compagno Jordan, accorse il capitano del Padova, Quadri. Ci fu una collettiva stretta di mano. Tutto sarebbe finito lì se io, bonaccione come un parroco di campagna, non avessi espresso il mio punto di vista unendo il pollice e l’indice della mano destra, dicendogli “Okay!”. A questo punto Matè corse verso l’arbitro che, d’altra parte, aveva già visto e… giudicato il mio gesto. L’arbitro, un pisano, con vivo successo linguistico, mi chiese ragione ed io ripetei davanti a lui l’atteggiamento della mano. Fu allora che il signor Massai mi indicò la via degli spogliatoi, indignato per un gesto che lui riteneva altamente offensivo. La sera andai a consolarmi in un dancing, insieme all’inglese Jordan. Ebbene, volete sapere una cosa? Non riuscii a prender nemmeno una mandorla salata, perché avrei dovuto, inevitabilmente, unire nuovamente il pollice all’indice. Avrebbero potuto allontanarmi anche dal locale. E questa umiliazione non l’avrei mai sopportata…!».