Gli eroi in bianconero: Gyorgy SAROSI

Pionieri, capitani coraggiosi, protagonisti, meteore, delusioni; tutti i calciatori che hanno indossato la nostra gloriosa maglia
16.09.2020 10:30 di Stefano Bedeschi   Vedi letture
Gli eroi in bianconero: Gyorgy SAROSI

La Juve 1951-52 non ha più l’inglese Carver in panchina. Allenatore è adesso l’ungherese György Sárosi, classe 1912, già grande campione nel Ferencváros e nella Nazionale ungherese, con cui ha sfiorato il titolo mondiale nel 1938 a Parigi, soccombendo in finale contro l’Italia di Pozzo.
Sárosi si è fatto le ossa come tecnico a Bari: è meno innovativo di Carver ed è più in sintonia con i suoi giocatori. La squadra base non cambia: Viola; Bertuccelli e Manente; Mari, Parola e Piccinini; Muccinelli, Karl Hansen, Boniperti, John Hansen e Præst.
Una curiosità: Sárosi, attardato da problemi burocratici, prende in mano la Juve il 2 dicembre 1951, giorno del derby e del debutto della panchina (prima, agli allenatori, non era concesso di seguire il gioco da bordo campo).
«Un po’ troppo didattico e signore – tiene a precisare Remo Giordanetti – si pensi che sua moglie al telefono mi diceva: “Ma sa che mio marito è il Toscanini del calcio?”. Una volta le risposi: “Ma noi non siamo alla Scala, signora!”».
Aggiunge Boniperti: «Era un gentiluomo e un tecnico di prim’ordine. Egli insegnava uno stile proprio, ma era uno stile che si può imitare e tramandare. Era quanto di meglio si ricorda del classico stile danubiano».
Un attacco stellare (98 reti) e una difesa ermetica consegnano agli uomini di Sárosi il titolo, con 7 punti di vantaggio sul Milan. Nella stagione successiva, causa qualche stop di troppo, il titolo sfuma a favore dell’Inter, 2 punti davanti ai bianconeri.
Il giro d’Italia continuò con destinazione Genova dove si guadagna un’ottima reputazione nella ricerca e nel lancio di giovani leve. In seguito allenerà, senza grandi risultati, anche Roma, Bologna e Brescia prima di terminare la sua carriera in Svizzera col Lugano.
Trascorre serenamente la sua vecchiaia a Genova, dove muore il 20 giugno 1993, pochi giorni dopo il fratello Béla, deceduto a Saragozza.

A lungo dimenticato in Ungheria sotto il regime comunista, essendo emigrato nel 1948 per ragioni politiche, la sua figura è stata riscoperta e oggi è ricordato come uno dei più grandi calciatori del suo Paese.