Gli eroi in bianconero: Giuseppe VAVASSORI

Pionieri, capitani coraggiosi, protagonisti, meteore, delusioni; tutti i calciatori che hanno indossato la nostra gloriosa maglia
30.06.2019 10:30 di Stefano Bedeschi   Vedi letture
Gli eroi in bianconero: Giuseppe VAVASSORI

La notizia della scomparsa di Beppe Vavassori – scrive Alberto Fasano su “Hurrà Juventus” del gennaio 1984 – è stata di quelle che raggelano il sangue. Non ci si aspetta mai che un uomo nel pieno degli anni, un ex calciatore, un ragazzo allegro e spiritoso, sia inesorabilmente stroncato da uno di quei mali che la scienza medica ancora oggi impotente, definisce incurabili. Invece, anche il caro Vava ci è stato improvvisamente strappato in questo modo crudele. 

Ricordo che agli inizi degli anni Cinquanta, un pomeriggio di primavera, ero stato a Rivoli in compagnia dell’amico Benè Gola, dirigente accompagnatore della Juventus per tanti lustri, un uomo che capiva di calcio come pochi altri e che ebbe, tra gli altri, anche il merito di aver selezionato, preparato e guidato alla vittoria la Nazionale universitaria che prese parte ai Mondiali negli anni 1928 (Parigi), 1930 (Darmstadt), 1933 (Torino); un vero trionfo, ripeto, in tutte e tre le edizioni.

«Andiamo a vedere un ragazzino che gioca all’oratorio dei Salesiani – mi aveva detto l’Ingegner Gola – e che è ugualmente bravo tra i pali della porta e quando gioca all’attacco. In entrambe le situazioni sfrutta il suo scatto portentoso e altre già ben definite doti fisiche. Credo che possa interessare alla Juventus».

In effetti, Vavassori destò ottima impressione e fu quasi subito tesserato per la Juventus, entrando a far parte di una delle più valide formazioni del settore giovanile bianconero, una squadra della quale facevano parte anche Garzena, Emoli, Colombo (tutti finiti in Nazionale), Aggradi, Barberi, Tuberosa, Mazzucchi, Camoletto, Rasetti e Del Grosso. Erano gli anni in cui stava prendendo vera consistenza la figura dell’apprendista calciatore.

Al giovane, con le nuove esigenze del gioco moderno, occorreva, oltre la preparazione tecnica, anche un’adeguata formazione atletica. Il sistema organizzato dell’allevamento doveva fronteggiare e risolvere problemi sempre maggiori. Per raggiungere la piena dedizione al gioco si imponevano alle società, nei riguardi del calciatore in erba, anche impegni di carattere educativo.

La Juventus, di fronte a tali impellenti necessità formative, aveva iniziato a battere nuove vie, costituendo una sezione giovanile destinata a conseguire, in breve tempo, risultati di assoluto rilievo. Oltre ai già citati Vavassori, Garzena, Emoli, Colombo, occorre ricordare anche altri campioni usciti dal settore giovanile bianconero, come il portiere Giovanni Viola, l’altro portiere Carletto Mattrel (anche lui prematuramente scomparso), il terzino Robotti, l’estroso attaccante Stacchini, Furino, Bettega, Marocchino e tanti altri.

Con il dirigente Sandro Cocito e i tecnici Locatelli e Bertolini, la Juve si pose all’avanguardia in questo specifico settore, continuando sulla strada che già aveva collaudato altri due impareggiabili giocatori, come Piero Rava e Guglielmo Gabetto.

Fu proprio nelle file della squadra Primavera che Beppe Vavassori dimostrò il proprio valore: stupiva gli avversari tra i pali, stupiva i compagni quando, in allenamento, si divertiva a giocare all’ala sinistra. Forse proprio questa continua esperienza come attaccante gli fu preziosa per aumentare il proprio bagaglio di qualità nel ruolo di portiere. Giocando all’attacco, conseguì un senso del piazzamento quasi perfetto, abituandosi settimanalmente a ragionare come fanno i giocatori impegnati in questi compiti.

Come portiere, maturò alla svelta e dedicò al perfezionamento professionale tutto il tempo occupato dagli allenamenti. Nulla di trascendentale, si intende: faceva semplicemente quello che fanno, o dovrebbero fare, tutti i portieri, analizzare e osservare attentamente l’avversario. Appena iniziata una partita, se non si conoscono gli avversari, bisogna studiarli nelle loro particolarità sin dai primi minuti: conoscere la potenza di tiro, l’impostazione nei calci di punizione, l’abilità nel gioco di piede e di testa, preferenze sul lato del gioco.

Applicandosi in queste sistematiche osservazioni un portiere ha sempre almeno l’ottanta per cento di indovinare la direzione del tiro, e, quindi, di neutralizzare il pallone scagliato verso di lui.

Diceva Vavassori: «Per fare il portiere occorrono tre doti essenziali: riflessi, agilità, tranquillità. Io credo di possedere in misura ottimale le prime due doti, mentre per la tranquillità penso di non essere sempre sufficiente. Sono doti che dovrebbero essere innate, perché non si possono apprendere da alcun maestro. All’uomo che abbia queste qualità fondamentali, bisognerà insegnare come piazzarsi davanti alla porta, come bloccare bene il pallone, come anticipare le mosse dell’avversario. Appreso questo, quell’uomo sarà un buon portiere».

In effetti, Vavassori seppe diventare un buon portiere. E riconobbe sempre che enormi vantaggi riuscì ad avere nell’osservare le mosse di quello che considerò sempre il maestro, Giovanni Viola. Nella stagione 1955-56, Beppe occupò stabilmente il ruolo di secondo portiere juventino. E attese con pazienza il giorno dell’esordio in prima squadra. Il gran giorno arrivò nel dicembre del 1955, alla decima giornata di quel campionato. La Juventus doveva incontrare il Napoli e, per la squalifica del terreno napoletano, l’incontro ebbe luogo a Bari, il 4 dicembre.

La Juventus si presentò all’appuntamento priva di Boniperti, elemento di importanza vitale per quella squadra nella quale i campioni non abbondavano, anche se tutti si impegnavano con grinta eccezionale. Il Napoli, per contro, aveva una prima linea di tutto riguardo, con i vari Amadei, Jeppson, Vinicio e Pesaola. Al riposo i bianconeri si trovavano in vantaggio, grazie alla rete messa a segno da Colella. Solo a pochi minuti dalla fine Vinicio riuscì a sorprendere Vavassori che aveva sino a quel momento effettuato splendide parate.

Per un certo periodo, tornato in squadra il titolare Viola, l’amico Vavassori rimase ad aspettare il momento propizio per ridimostrare il proprio valore. La seconda apparizione di Vava coincise con una bella vittoria, ottenuta in trasferta, sul terreno di un Bologna allora molto forte, un Bologna che concluse la stagione molto più avanti in classifica della Juve. In maglia rossoblu c’erano Ballacci, Pilmark, Jensen, Cappello, Pivatelli e Pascutti, tanto per citare i migliori. La Juve giocò una stupenda partita e vinse grazie ad una rete segnata, sapete da chi? Dal mio amico e collega Angelo Caroli, velocissimo centrattacco, al cui servizio stavano due fuoriclasse come Boniperti e Præst!

Dalle due partite del 1955-56 alle sette della stagione successiva. Non fu troppo brillante il rendimento di Vavassori in quella stagione; ma si riabilitò poi nel campionato 1958-59, con quattordici partite giocate (le altre venti le disputò Mattrel) e molti applausi ricevuti. Era simpatico a tutti, il buon Beppe, con quel suo carattere aperto, estroverso sempre allegro. Un vero amico per tutti i compagni di squadra. I grandi exploit arrivarono nelle due stagioni d’oro, 1959-60 e 1960-61.

In quella grandissima Juve giocavano Castano, Sarti, Emoli, Cervato, Colombo, Nicolè, Boniperti, Charles, Sivori, Stivanello, oltre a Garzena, Stacchini, Leoncini e un certo Burgnich. Per il nostro Vavassori, diciotto presenze nel primo campionato e trenta nel secondo, con due scudetti cuciti sulla maglia bianca bordata di nero.

Naturalmente ci fu anche la convocazione in Nazionale. Ma bisogna ammettere che l’esordio azzurro per Beppe non fu baciato dalla fortuna. Accadde a Roma, stadio Olimpico, contro l’Inghilterra, il 24 maggio 1961. Tra i pali della nostra squadra c’era Buffon; davanti a lui Losi e Castelletti; in mediana Bolchi, Salvadore e Trapattoni; in attacco Mora, Loiacono, Brighenti, Sivori e Corso.

Gli inglesi andarono in campo con Springett: Armfield e McNeill; Robson, Swan e Flowers; Douglas, Greaves, Hitchens, Haynes e Charlton. Primo tempo equilibrato e una rete per parte: segnò Hitchens e pareggiò Sivori. All’inizio della ripresa Brighenti portò in vantaggio agli azzurri; ma quasi subito si infortunò Buffon e toccò a Vavassori andare tra i pali con la grossa responsabilità di difendere quella che avrebbe potuto essere (ma non fu) la nostra prima vittoria sull’Inghilterra. Così prima Hitchens sorprese il nostro giovane portiere, poi Greaves firmò il goal del 3-2 per i nostri avversari.

Una sconfitta impensabile, una giornata amara! Ero a Roma, quel pomeriggio, e confesso di non aver avuto il coraggio di chiedere a Vavassori cosa gli fosse successo, che cosa avesse determinato quel disastro. Posso aggiungere che non glielo chiesi mai più!

Non lo vedevo da qualche anno, non sapevo che fosse così tanto malato, irreparabilmente.