Gli eroi in bianconero: Giuseppe FURINO

Pionieri, capitani coraggiosi, protagonisti, meteore, delusioni; tutti i calciatori che hanno indossato la nostra gloriosa maglia
05.07.2013 08:00 di Stefano Bedeschi  articolo letto 14985 volte
© foto di Daniele Buffa/Image Sport
Gli eroi in bianconero: Giuseppe FURINO

Palermo e Torino, Torino e Palermo. Questa, salvo una breve parentesi a Savona, è la storia calcistica di “Beppe” Furino. Nasce, nel capoluogo siciliano, il 5 luglio del 1946: «Mio padre, maresciallo di finanza, era stato trasferito da Palermo ad Avellino quando avevo appena sei mesi», racconta, «nella città irpina ho vissuto fino a tre anni. Poi la minacciosa diffusione di un’epidemia indusse mia madre, che era nata a Ustica ed apparteneva ad una famiglia fortemente radicata sull’isola, a mandarmi per qualche tempo dai suoi genitori. Nonno Peppino era stato sindaco di Ustica negli anni cinquanta e, con nonna Silvia, gestiva uno di quei negozi in cui si vende di tutto e che rappresentano il punto di riferimento dell’intera comunità. Zio Domenico invece, genio e sregolatezza della famiglia, faceva il medico fra Palermo ed Ustica. La famiglia di mio nonno era molto amata dalla gente anche perché, durante la guerra, non aveva lesinato aiuti a chi si trovava in difficoltà. L’ambiente per me, oltre che sano, era affettivamente ideale anche fuori dall’ambito familiare. E così, prima che l’italiano od il napoletano, ho imparato il dialetto siciliano, che ancora oggi esercita su di me un fascino straordinario. Dopo appena un anno sono tornato ad Avellino. Ad otto anni mi sono trasferito a Napoli ed a quindici definitivamente a Torino».

Furino, cresce calcisticamente nella Juventus, nei “Nagc”, la scuola calcio bianconera; il primo prestito è al Savona, dove si disimpegna come ala sinistra. Tornato a Torino, viene trasferito nella sua città natale, dove disputa il campionato 1968/69: «Ero cresciuto nel settore giovanile della Juventus e venivo da un paio di campionati a Savona fra B e C; la società bianconera voleva prendere il rosanero Benetti ed io fui girato in prestito al Palermo, che era appena approdato in serie A. C’era un grande entusiasmo, il Palermo tornava nel massimo campionato dopo cinque anni. Le prime due giornate giocammo in trasferta: all’esordio a Cagliari e perdemmo 3-0, due goal di Riva ed uno di Boninsegna; poi a Torino contro la Juventus e portammo a casa un bel pareggio. Finalmente, arrivò il debutto allo stadio “Favorita”, ospitavamo l’Inter di Mazzola, Corso, Suarez e Jair. Lo stadio poteva tenere quarantamila spettatori ma, secondo m,e non erano meno di sessantamila. C’era un tale frastuono che non riuscivo a sentire nulla di quello che si diceva sul campo. Riuscimmo a fare 0-0, come la settimana precedente. La seconda emozione la provai entrando a “San Siro” dove quell’anno pareggiammo sia contro l’Inter che contro il Milan. A fine campionato ritornai alla Juventus, dove sono rimasto tutta la carriera».

In quella stagione palermitana, “Beppe” disputa 27 partite e realizza un goal; torna a Torino nell’estate del 1969 e trova una Juventus completamente rivoluzionata, dopo la ferrea gestione di Heriberto Herrera e del suo “movimiento”. L’allenatore è “Don” Luis Carniglia, che non farà tanta strada, tanto è vero che sarà presto sostituito da Ercole Rabitti.

Per uno scherzo del destino, nella prima di campionato la Juventus deve affrontare al “Comunale” il Palermo; è il 14 settembre 1969 e le due squadre, agli ordini dell’arbitro Gussoni, si schierano così: Juventus: Tancredi; Salvadore e Leoncini; Morini, Castano e Furino; Favalli, Haller, Anastasi, “Bob” Vieri e Leonardi. Palermo: Ferretti; Bertuolo e Pasetti; Lancini, Giubertoni e Landri; Pellizzaro, Reja, Troja, Bercellino Silvino e Ferrari.

La partita non ha storia; i rosanero passano in vantaggio con Troja dopo soli quattro minuti, ma la reazione bianconera è furiosa. Una doppietta di “Helmuttone” Haller ed un goal di Leonardi mettono le cose a posto; a dieci minuti dalla fine, però, ci pensa proprio lui, “Beppe” Furino a siglare la rete del definitivo 4-1 cominciando, nel migliore dei modi, la sua lunga e splendente carriera in bianconero.

Ci sono sempre state due correnti di pensiero su “Beppe” Furino. Boniperti ed in generale tutti gli allenatori bianconeri, lo hanno sempre considerato un giocatore fondamentale per le proprie squadre, un capo carismatico, un tipo coriaceo, grintoso, portabandiera dei cosiddetti giocatori umili che sono però insostituibili in una squadra che vuole vincere. 528 presenze con la maglia bianconera, 19 goal, 8 scudetti, tantissime partite con la fascia di capitano al braccio, testimoniano quanto Furino sia stato uno degli artefici delle vittorie della Juventus targata Boniperti.

Non gli è mai piaciuto essere definito la bandiera della Juventus: «Perché la bandiera sta alta sul pennone ed io non sono certo il tipo da piedistallo. Tutt’altro, preferisco star giù a lavorare con gli altri, soprattutto con i giovani, con i quali mi trovo benissimo, perché parlo come loro e “sento” come loro».

Il rovescio della medaglia è rappresentato dalla Nazionale. Prima Valcareggi, poi Bernardini ed infine Bearzot, hanno sempre ignorato questo siciliano tosto, al punto di definirlo un giocatore mediocre; solamente tre presenze, una vera ingiustizia.

Con lui, il calciatore “povero” è riuscito ad emergere, fino ad arrivare nella stanza dei potenti; con lui, il mediano faticatore è importante come il fuoriclasse; con lui, il calciatore è divenuto “dignitoso”, anche se le sue giocate sono meno belle di quelle dei cosiddetti assi. È un campione chi si sacrifica costantemente per la squadra; la classe non è solo stile, ma anche rendimento.

La parola “stanchezza” non esiste nel suo vocabolario: «Una volta sola ho avuto un po’ di paura. È stato in occasione di una partita di Coppa Italia, giocata contro il Catanzaro. Non so dire con precisione che cosa sia stato, perché è durato poco. Ma ho provato un po’ di timore, difficile da spiegare; per fortuna non si è più ripetuto».

Non ha mai amato i giornalisti e non è mai stato tenero nei loro confronti; ha avuto tantissime difficoltà a rapportarsi con loro, fino addirittura a snobbarli, in quanto erano i giornalisti stessi ad ignorare Furino.

Caminiti gli affibbiò il soprannome di “Furia” dopo le prime partite nella Juventus, un volta tornato dal prestito da Palermo, la sua città natale, ma Furino è palermitano solo in apparenza, essendo taciturno, come la maggior parte dei siciliani. È, invece, un torinese di adozione, in quanto gran lavoratore sparato e spedito.

Lo stesso Caminiti lo descriveva in questo modo: «Mi colpiva, in quei giorni, il suo rapporto con la madre, piccola e stortarella come lui, ma verissima donna, maniacale nell’amore per i figli, per l’esempio costante di dovere, come le madri di una volta, che forse non esistono più. E mi era sembrato il giocatore emanazione di questa madre, la sua grandezza la facevo tutta morale, in campo lo vedevo crescere da nano (è alto 1,69) a gigante, in virtù di questa sua primigenia ricchezza, la ricchezza dell’isola bedda».

Il primo ad intuire le grandi qualità di Furino, è Boniperti, ma è “Cesto” Vycpalek, succeduto a Rabitti, scopritore del ragazzo, ed al povero Armando Picchi, a valorizzarlo in pieno nei fatti, enfatizzandone le qualità, perché “Furia” ha bisogno di fiducia per scatenarsi e rendere al massimo. Diventa in poco tempo il propulsore ed il trascinatore; nasce il mediano considerato il più “cattivo” d’Italia, in quanto è spietato nel contrasto, non si tira mai indietro, in ogni mischia che si rispetti, lui è presente.

Quando è necessario, è pronto a litigare, in quanto non ha paura di niente e di nessuno. La Juventus ha giocatori molto celebrati ed importanti, come Bettega, Zoff, Causio, lo stesso Anastasi, che “Furia” cordialmente odia, ma lui è fondamentale in squadra. Boniperti lo sa benissimo e non manca mai di elogiarlo: «Tutti dovreste giocare col cuore che ci mette lui».

Quando l’Ajax batte la Juventus, nella finale della Coppa dei Campioni a Belgrado, Boniperti in testa è il più emozionato di tutti, e “Furia” fallisce pure lui, come tutta la squadra. Nasce così l’impressione che sia un giocatore provinciale, tutt’altro che indispensabile; Valcareggi tecnico degli azzurri non lo apprezza più di tanto, anche se lo convoca per i Mondiali messicani. Anche Bernardini, fautore dei giocatori dai piedi buoni, quando lo manda in campo, a Genova contro la Bulgaria, il 29 dicembre 1974, lo fa più per accontentare l’opinione pubblica, che per convinzione personale.

Ma “Furia” si esprime al meglio in campionato, con la maglia bianconera. Sui rettangoli nostrani si decide tutto e qui Furino è un grandissimo. È il giocatore più stringente che si sia mai visto nella zona mediana, una catapulta. Con la sua determinazione, carica i compagni, li obbliga ad impegnarsi all’estremo delle forze, li esalta col suo esempio. Non si tira mai indietro, è sempre lì che morde i calcagni degli avversari, dove c’è pericolo, accorre lui, brutto, sghembo, ma bellissimo nell’ardore. Ma non è solo questo, tatticamente è un giocatore molto intelligente, è lui, infatti, che si schiera da libero durante le frequenti avanzate di Scirea ed è sempre lui a coprire le sgroppate di Tardelli.

Il suo modo di giocare lo porta a realizzare pochissime reti. Una in particolare, però, si rivelerà di importanza enorme: quart'ultima giornata del campionato 1976/77. Sabato 30 aprile al “Comunale” di Torino va in scena l'anticipo di campionato contro il Napoli. La Juventus, che sta lottando con il Torino per lo scudetto, è reduce dal pareggio di Perugia ed è obbligata a vincere; segna Bettega, pareggia nella ripresa Massa. La squadra bianconera è in difficoltà, il Napoli la mette sotto mentre un autentico nubifragio si abbatte sul campo. A quattro minuti dal termine, quando lo spettro del sorpasso granata si sta ormai materializzando, ecco che, tra grandine e fango, spunta la zampata vincente del capitano che ridarà morale e fiducia alla squadra.

La sua carriera termina, praticamente, con l’arrivo di Platini; famosa è la frase dell’Avvocato: «È inutile avere Platini, se il gioco passa attraverso i piedi di Furino». Il “Trap” obbedisce e “Furia” viene sostituito da Bonini. Trapattoni non si dimentica, però, di Furino e lo schiera nel campionato successivo, per permettergli di vincere il suo 8° scudetto.

Ci sono stati tanti mediani fortissimi nella storia bianconera: Bigatto o Bertolini, Depetrini o Del Sol, ma nessuno è stato come lui. Il suo sacrificio, la sua presa diretta nel gioco, là dove nasce il pericolo, là dove si rischia, non manca mai.

Un grande campione “povero”, forse il più grande di tutti. E non importa se nel mondo del calcio, soprattutto in Italia, sono considerati molto di più i giocatori virtuosi di quelli che “sudano”, che lottano, che sbagliano un passaggio. Furino ha aperto gli occhi a tanti; si può essere campioni anche non essendo belli.

Diceva alla fine del 1979: «Tutte le vittorie sono uno stimolo a proseguire con lo stesso spirito, per questo mi sento ancora al debutto. Perché mi sono realizzato in una Juventus vincente, una Juventus che mi ha insegnato che, per andare avanti, bisogna darci dentro, per ottenere il risultato attraverso il gioco e la lotta. La durezza delle stagione e la media positiva dei miei anni calcistici, durante i quali ho ricoperto tantissimi ruoli, da difensore puro ad ala tornante, da centrocampista a “jolly”, mi hanno fatto maturare una mentalità elastica, ma sempre proiettata in avanti. Mi rendo conto che posso farcela ancora e bene; non vedo il motivo per sentirmi dire che sono, non dico vecchio, ma anziano. Sarò un vecchio capitano, questo sì, perché porto la fascia da sei stagioni, ma, nel ruolo, mi sento proprio come ero agli inizi e questo mi carica. Una cosa sola voglio: andare avanti con lo stesso spirito».