Gli eroi in bianconero: Gianluigi SAVOLDI

Pionieri, capitani coraggiosi, protagonisti, meteore, delusioni; tutti i calciatori che hanno indossato la nostra gloriosa maglia
09.06.2021 10:21 di Stefano Bedeschi   vedi letture
Gli eroi in bianconero: Gianluigi SAVOLDI
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Nato a Gorlago (Bergamo) il 9 giugno 1949 fratello di Beppe “Mister Miliardo”, centravanti del Napoli e del Bologna, cresce nell’Atalanta. Dopo un paio di stagioni trascorse in prestito a Trevigliese e Viareggio, torna in nerazzurro, dove lo preleva la Juventus: «Ho saputo di essere bianconero mentre mi trovavo a Bologna, in caserma – racconta Titti Savoldi – era passata la mezzanotte e stavo dormendo, quando alcuni miei compagni di camerata, che avevano ascoltato poco prima la radio, mi svegliarono con una grande secchiata d’acqua sul viso, comunicandomi la grande notizia. Naturalmente quella notte non si è dormito; festeggiamenti, pacche sulle spalle, il tutto condito da parecchi brindisi a base di birra».

GIANNI GIACONE, “HURRÀ JUVENTUS” DELL’AGOSTO 1975
Uno che si chiama Savoldi, oggi, anno domini 1975, estate calcio mercato ancora fresco alla memoria, non può assolutamente essere uno qualunque. E difatti, Savoldi Gianluigi, numero d’ordine il due, e dunque Savoldi secondo, uno qualunque proprio non ci sta a essere. Intanto per questa faccenda del soprannome: Titti, e chissà mai che c’entra «Titti» con Gianluigi, era tanto più semplice soprannominarlo Giangi o Gigi o alla peggio Giangigi. E invece niente, Titti e così sia.
E poi per il personaggio, che non sarà grande epperfino ingombrante quanto quello del fratellone Beppe, ma neppure passa inosservato.
Titti, bene o male (e pensiamo che prevalga nettamente il bene) sta sulla breccia da 5 anni, e se non si può dire che abbia sfondato neppure è giusto dire che in tutto questo tempo sia passato inosservato. State un po’ a sentire il suo curriculum vitae. Arriva alla Juve nell’estate ‘70, l’estate dei grandi arrivi: viene dall’Atalanta, in compagnia di Novellini centravanti ma non troppo, e nessuno sa di preciso dove e come possa giocare nella Juve un tipo come lui. Mezz’ala, dicono, ma mezz’ala di scuola e gusti antichi, più mezza punta che uomo-faro, e poi per questa incombenza già c’è Capello, e dunque manco a parlarne. Eppure né il povero Picchi né il suo «continuatore» Vycpalek se la sentono di mettere in disparte uno come Titti. Non avrà forse, dicono, la stazza e la stoffa del regista, ma qualcosa di buono e di utile per la squadra lo sa pur fare. E anche bene, perdinci. Per esempio, nessuno meglio di lui si presta al ruolo di «jolly» in panca, pronto per l’uso per qualunque titolare in difficoltà.
E a Catania, prima giornata del torneo ‘70-’71 di Savoldi c’è bisogno per la mezz’ora finale, al posto di Bettega affaticato dopo il gol vincente. Altre volte, tocca a Capello, o a Cuccureddu, o a Marchetti, segnare il passo; e allora sotto con Savoldi due. Qualche volta la mossa non è soltanto necessaria, è qualcosa di più, crea premesse di vittoria, manda a gambe all’aria le macchinazioni tattiche delle panchine avversarie. Già, perché sembra facile a parole, ma marcare un tipo come Savoldi che bel bello viene buttato nella mischia non è mica cosa da poco: Titti ha temperamento, è estroso il giusto e talvolta anche qualcosa di più, il suo rapporto col pallone di amicizia confidenziale, per farla breve non è niente facile toglierglielo dai piedi quando l’amico decide di portarlo un po’ a spasso per il campo, illustri difensori rischiano la figuraccia per voler fare i conti col suo dribbling sghembo.
E allora, dirà qualcuno, com’è che un simile artista è sovente dimenticato, e di lui in pratica ci si ricorda soltanto per tappare qualche buco? Semplice, perfino elementare. Non basta dare del tu al pallone per essere professional al massimo grado: si può avere il dribbling di Praest e di Sivori e di Orsi messi assieme ed essere nonostante questo emarginati. Oggi è così. L’oggi del calcio è continuità, raziocinio, magari asetticità e dunque aridità; l’estro serve, per carità, e la mezz’ala dal piede vellutato può essere catalizzatore del gioco. Ma deve al momento buono saper mettere da parte il talento e sgobbare, marcare il terzino che avanza, in una parola lottare su ogni pallone, scordare i ghirigori. Titti Savoldi magari ha capito tutto questo, ma gli riesce difficile far capire a Vycpalek di aver capito, o mamma mia quant’è complicato partorire questa elementare verità.
Undici volte Savoldi è in campo in quel ‘70-’71 di rosei presagi. Può essere molto a patto che l’immediato futuro offra qualcosa di più. Ma il domani, anno ‘71-’72, non fa che ribadire sostanzialmente la situazione tecnica preesistente: la Juve arremba e artiglia alfine lo scudetto numero quattordici, c’è gloria per tutti, sì, anche per Titti Savoldi, che aumenta a 13 i gettoni di presenza, ma è gloria, come dire, più riflessa che diretta. Titti entra nella mischia, forse, nei momenti meno adatti, in quelli più delicati e dunque difficili. Esempio. Super-derby di ritorno, 26 marzo ‘72, Juve con tre lunghezze sui cugini granata secondi e lanciatissimi; da tempo non si registrava un simile equilibrio al vertice fra le tue torinesi. In settimana, Coppa UEFA doppiamente amara per la Juve, che pareggia a Wolverhampton ed esce dalla scena; ma non basta. Haller, che in terra albionica ha riscoperto il gusto delle bevute notturne che contraddistinse più di un suo illustre predecessore bianconero, paga la scappatella con l’esclusione dalla squadra anti-Toro, e il suo posto, per nulla a furor di popolo, viene preso proprio da Savoldi. Vince il Toro, due a uno, è partita furente e al tempo stesso raziocinante quella dei granata, la meno indicata forse per i gusti raffinati e un po’ nostalgicamente demodè di Titti nostro, che difatti non fa sfracelli, e pur non steccando non riesce a sfruttare la grossa occasione offertagli.
Haller può riprendere tranquillo il suo posto, e pilotare la squadra nel difficile cammino verso il titolo. Savoldi, comunque, rientra nel giro a distanza di qualche domenica, e contro l’Inter il suo secondo tempo è valido in assoluto, praticamente senza sbavature. E nel pareggio di Firenze, prologo allo scudetto, Titti veste i panni di Furino squalificato e si fa apprezzare anche per contributo dinamico, oltre che per gli orpelli di cui si impreziosisce la sua pedata. Suvvia, lo scudetto numero quattordici di Madama rende giustizia anche a Titti, che tra coppe e coppette ha messo insieme un più che discreto gruzzolo di presenze.
La prima parentesi juventina di Savoldi si chiude l’anno dopo, ‘72-’73, con un altro scudetto, ma con una flessione di presenze che rendono poco più che episodica la sua milizia bianconera. Fortuna che c’è di mezzo una Coppa Italia ricca di soddisfazioni. Ricordiamo la più bella, la più raffinata. Comunale torinese, tardo pomeriggio di fine giugno, Juve-Bologna partita più di là che di qua, con gente sugli spalti a spellarsi le mani a forza di applausi. Gol come se piovesse, la gente cerca il Savoldi bolognese, già allora al centro del calcio-mercato, e infatti a un certo punto il panzer rossoblu trova un varco e fulmina Zoff. Ma la replica del Savoldi juventino è splendida e crudele. Tre a tre, una manciata di minuti al termine. Corner e mischia in area bolognese, Titti che improvvisamente stacca di testa e infila tra lo stupore generale. È il gol della vittoria juventina, ed è anche (se non andiamo errati) l’unico gol messo a segno da Titti in bianconero, almeno a livello di incontri ufficiali.
Poi il commiato: Cesena, una annata buona e per certi versi ottima, sempre in bianconero e dunque con meno rimpianto per la lontananza. E infine Vicenza, tappa importante e forse determinante per la maturazione di questo professional. Dopodiché Titti è tornato in bianconero: è il Savoldi numero due, e magari non segnerà i gol del fratellone, ma non è un numero due. Ha già vinto due scudetti, da comprimario finché si vuole, ma li ha vinti. E quest’anno può, deve, mostrare il molto che vale. Ha ventisei anni, di tempo per affermarsi in pieno ce n’è d’avanzo.

Nella sua seconda avventura in bianconero, non riesce a mettere insieme neppure uno spizzico di partita e, nell’estate 1976, è definitivamente ceduto alla Sampdoria.
Ci lascia, improvvisamente, il 14 aprile 2008, dopo una lunga malattia.