Gli eroi in bianconero: Giampiero BONIPERTI

Pionieri, capitani coraggiosi, protagonisti, meteore, delusioni; tutti i calciatori che hanno indossato la nostra gloriosa maglia
04.07.2019 10:30 di Stefano Bedeschi   Vedi letture
© foto di Federico De Luca
Gli eroi in bianconero: Giampiero BONIPERTI

«Ho avuto tante offerte. Inter, Milan, Roma, il Grande Torino. Era stato Valentino Mazzola a fare il mio nome a Ferruccio Novo. Il presidente mi ricevette nel suo ufficio: “Commendatore” – gli dissi – sono della Juve, non posso”».

Nasce a Barengo (Novara) il 4 luglio 1928. La Juventus lo preleva dal Momo, squadra dilettantistica del novarese, nell’immediato secondo dopoguerra e con i mai traditi colori bianconeri, nell’arco di quindici stagioni, disputa 460 partite (444 di campionato, tredici di Coppa Italia e tre nell’ambito della Coppa dei Campioni) realizzando 179 goal (178 in campionato e uno in Coppa Italia).

Racconta del suo trasferimento in bianconero: «Le trattative furono brevi; io avevo firmato il cartellino per il Momo ma, sentimentalmente, il mio cuore era per la squadra del mio paese, il Barengo, e desideravo che, nel passaggio alla Juventus, anche quella società avesse qualche guadagno. Andò a finire così: prezzo di acquisto 60.000 lire; 30.000 furono per il Momo e 30.000 per il Barengo, in scarpe, maglie e reti, di cui avevano bisogno. Io, mi accontentai dell’onore. Furono gli amici a leggermi la Juve del quinquennio come se fosse un romanzo d’avventure. Il fenomeno di casa, però, era Gino, mio fratello. Solo che fumava come un turco. Sarebbe diventato un fuoriclasse. Ha fatto il radiologo. Me l’ha portato via un tumore. Feci il provino in Piazza d’Armi, dove si allenavano i ragazzi. Borel venne a vedermi. Poi, entrò in campo. Mi lanciava la palla. Di destro: pim, di sinistro: pim. Chiamò il dottor Egidio Perone, medico di Barengo e tifosissimo della Juventus, e gli disse: “Portamelo ancora domenica, così lo faccio giocare nelle riserve prima della partita con il Livorno”. La domenica, era il 22 maggio 1946, tornammo a Torino. Sulla Topolino del dottor Perrone. L’appuntamento era allo Sporting, il tennis club, dove i giocatori mangiavano, prima di andare, a piedi, al Comunale. Vidi per la prima volta Sentimenti IV e Rava, Parola e Piola, Varglien II e Locatelli, Coscia e Depetrini, insomma conobbi la mia Juve. Poi andammo al campo: l’avversario era il Fossano e mi marcava un giocatore vero, anche se un po’ in là con gli anni. Era stato lo stopper del Torino. Vincemmo 7-0 ed io segnai sette goal. Carlin, storico giornalista di “Tuttosport”, scrisse: “È nato un settimino”. La Juve, con Volpato che era il responsabile del settore giovanile, mi fece firmare il cartellino nel sottopassaggio che portava agli spogliatoi».

Soprannominato dai suoi avversari Marisa, a causa dei suoi boccoli biondi, Boniperti è un centravanti mobilissimo, astuto, dalla tecnica sopraffina e dall’innato senso del goal, Boniperti (che nella seconda parte della carriera, ridimensionato il raggio d’azione, fornirà sempre maggior apporto al centrocampo), nel 1947-48, a meno di vent’anni, con ventisette reti, si aggiudica la classifica dei marcatori con due goal di vantaggio su Valentino Mazzola, capitano del mitico Grande Torino. Da calciatore lega il suo nome agli scudetti 1950 (non nascondendo mai la preferenza per questa squadra, da lui ritenuta la più bella) 1952, 1958, 1960 e 1961 e alla Coppa Italia nel 1959 e nel 1960.

È diventata leggenda la storia dei premi che Gianni Agnelli gli dava per ogni rete segnata; gli veniva regalata una mucca, che lui andava a prendere direttamente nei poderi della famiglia Agnelli. Il fattore, a un certo punto, si lamentò, dicendo che Giampiero gli portava via le mucche più belle e, per giunta, gravide.

Al termine del campionato 1960-61, disputa la sua ultima partita: è il 10 giugno 1961, ed è un’occasione piuttosto triste per la storia del calcio: gli avversari sono, infatti, i ragazzini dell’Inter, fra i quali Sandro Mazzola, figlio dello scomparso rivale granata Valentino, polemicamente mandati in campo dalla società neroazzurra ed è forse proprio questo il motivo che induce Boniperti a chiudere con il calcio: «Sono per i tagli netti. Mi tolsi le scarpe e le diedi al magazziniere. Mai più messe. Odio le pantomime fra vecchie glorie».

Charles disse: «La perdita di Boniperti, dal punto di vista tecnico, aveva nuociuto in modo basilare alla squadra, essendo venuto a mancare il cervello, il pilastro del centrocampo, l’uomo che dirige e coordina il lavoro dei compagni, l’uomo indispensabile per una squadra che voglia giocare un calcio moderno a livello nazionale e internazionale».

Boniperti, con la maglia azzurra, partecipa alle spedizioni mondiali del 1950 in Brasile e del 1954 in Svizzera, colleziona trentotto presenze e otto goal. Un gettone e due reti con la rappresentativa B. Il 21 ottobre 1953, l’olandese Lotsy lo seleziona per la gara in programma a Wembley fra l’Inghilterra e il Resto d’Europa, organizzata per festeggiare il novantesimo anniversario della Football Association. Boniperti, l’unico italiano in campo, al fianco dei vari Nordahl, Vukas, Kubala e Zebec, è autore di una prestazione da favola che corona con due splendidi goal: finisce 4-4, ma il venticinquenne biondo di Barengo è unanimemente riconosciuto come il migliore in campo.

Uno dei tanti aneddoti: «Ludovico Tubaro. Veniva dal Toro, giocava nel Legnano. Un tronco di stopper. Una domenica, mi entra a catapulta sulla caviglia e rischia di spezzarmela. Esco, mi medicano, rientro. Lo aspetto. Palla sopra la testa e gran botta, gran goal. Lo cerco e gli faccio il gesto dell’ombrello: “Tubaro, tiè”. Mi ha inseguito fin sotto la doccia. Un giorno, che ero ancora europarlamentare, squilla il telefonino. Era lui. Quasi mezzo secolo dopo. Quel pomeriggio, l’avrei ammazzato. Quel giorno, l’avrei abbracciato».

Dopo un decennio trascorso nei quadri dirigenziali, Boniperti il 13 luglio 1971, assume la presidenza della Juventus e la squadra, dopo anni non troppo brillanti torna a volare. Sotto la sua regia, infatti, la squadra bianconera tiranneggia l’Italia, l’Europa e il Mondo: arrivano scudetti e soprattutto quelle Coppe Europee che in casa Juventus avevano sempre fatto soffrire.

Quando la Juventus di Parola perse lo scudetto con il Torino, nel campionato 1975-76 Boniperti si presentò a Villar Perosa, per discutere dei contratti con i giocatori. Nella propria borsa, oltre ai contratti, aveva anche un ritaglio di giornale, con la formazione scesa in campo a Perugia giornata di campionato. 16 maggio 1976, la Juventus perde per 1-0 e il Torino, pareggiando in casa contro il Cesena, può festeggiare il tricolore. Ai giocatori che, a mano a mano, entravano nella sua stanza, Boniperti diceva: «Tu c’eri a Perugia…». Nessuno ebbe certo il coraggio di rilanciare sul reingaggio. Lui faceva l’interesse della società, ovviamente, ma stimolava i giocatori nell’orgoglio e nel portafoglio. Rimane in carica fino all’avvento della Triade composta da Moggi, Girando e Bettega; più di trent’anni dietro una scrivania e tante, tantissime vittorie.