Gli eroi in bianconero: Domenico MAROCCHINO

Pionieri, capitani coraggiosi, protagonisti, meteore, delusioni; tutti i calciatori che hanno indossato la nostra gloriosa maglia
06.05.2016 10:13 di Stefano Bedeschi  articolo letto 2774 volte
Gli eroi in bianconero: Domenico MAROCCHINO

Tipo strano, il Marocco: un lungagnone, abilissimo palla a terra, con grande capacità di difendere il pallone, eccellente progressione. Eternamente in bilico tra il ruolo di tornante e quello di seconda punta, è stata un’incompiuta: troppo discontinuo e poco incline a seguire il terzino di competenza per giocare nel primo ruolo, troppo diffidente verso il goal per giocare nel secondo. L’immagine della sua carriera è un’amichevole estiva, nel luglio del 1981, Arsenal-Juventus: a metà secondo tempo Marocco parte da metà campo, semina cinque avversari in progressione ma, una volta arrivato davanti al portiere, con un pallonetto mette la palla fuori.
È sempre stato vestito di bianconero: «Ho esordito a pochi passi da Torino, a Tronzano nella squadra locale, poi un provino fortunato alla Juventus ed ecco tutta la trafila, fino ala prima squadra. Sono stato Campione d’Italia Allievi, vice Campione nella Primavera, ho giocato con Rossi, Marangon e Zanoni, poi ho giocato trentacinque partite in C e altrettante in B alla Cremonese e una in A, a Bergamo. Nell’estate del 1979, finalmente nella Juventus. Penso che, per un giocatore, la Juventus rappresenti il culmine delle aspirazioni, nel senso che giocare nell’Inter, nel Milan, nel Torino, è bello, ma la Juventus ha un qualcosa di più, rappresentato da quel certo fascino che le deriva dal fatto che tutta l’Italia guarda a lei. Quindi, una grossa soddisfazione e nello stesso tempo un notevole sacrificio perché sulle spalle si porta un fardello che non tutti sono degni di sostenere».
La sua stagione d’oro è stata la 1981-82: a causa dell’infortunio di Bettega, la prima linea non era propriamente costituita da autentici e conclamati fuoriclasse: Marocchino, Tardelli, Galderisi, Brady e Virdis. Il Trap sfruttò un Marco Tardelli addirittura sontuoso (che si confermò con un Mondiale super), la regolarità e la professionalità di Liam Brady, seppe spremere la miglior stagione juventina da Virdis, e mise in rampa di lancio Nanu Galderisi (che, complice un Vecio, forse troppo riconoscente, quattro anni dopo giocò addirittura in Messico ai Mondiali). Domenico disputò davvero una grande stagione, giocando quasi sempre e fornendo un contributo di qualità in maniera continua (il suo vero tallone d’Achille). Marocco fece anche una comparsa in nazionale (Italia-Lussemburgo 1- 0).
Con l’arrivo di Platini e, soprattutto, di Boniek era palese che non ci sarebbe stato più posto per lui. Un ultimo anno (1982-83) ricco soprattutto di spezzoni di partite e un repentino declino fisico e psicologico. Fu ceduto alla Sampdoria la stagione successiva e terminò la carriera, a meno di trent’anni, nel Bologna in Serie B, speso invano a cercare di rinverdire un non disprezzabile passato. Lo stesso Trapattoni confermerà: «Per me è stata una grossa delusione, aveva grandi doti e avrebbe potuto essere fondamentale per quattro o cinque anni, non per uno soltanto».
Un aneddoto: nella gara di ritorno con il Widzew Łódź, nella Coppa Campioni 1982-83, in cui sostituì Bettega, fu accolto all’aeroporto di Varsavia da uno stuolo di ragazzine polacche entusiaste che esibivano un’incredibile striscione con la scritta (in italiano) “Marocchino, vieni a ballare con noi in discoteca”, a testimonianza che Domenico ha spesso, inconsciamente, inteso il calcio come un hobby e non come una professione vera e propria, condizionato, probabilmente, dalla condizione benestante della propria famiglia.
Ma lui nega questa tesi: «Anche in assenza del mio avvocato, smentisco decisamente. Mi sono sempre allenato regolarmente, solo che il mio rendimento non è mai stato troppo costante! Il mio, era un ruolo faticoso che, talvolta, mi portava a fare qualche figura di troppo; per di più, dal punto di vista tecnico non ero ineccepibile e, spesso, mi trovavo a giostrare in posizioni che non mi si addicevano troppo. Anch’io, come tutti, ho dei rimpianti; se potessi tornare indietro, cambierei molti atteggiamenti e qualche scelta. Ma, a questo punto, posso solamente far tesoro delle esperienze di allora, quando ero giovane e un po’ originale nel carattere; a ventisette anni, rinunciai alla Serie A, per giocare a Bologna, sicuro che nel giro di un paio di stagioni sarei tornato nell’Olimpo del calcio. Invece, le cose andarono molto diversamente. Pazienza; sono assolutamente felice di avere fatto, per anni, un lavoro che, per molti, nella migliore delle ipotesi rimane un sogno».