Gli eroi in bianconero: Cestmír VYCPÁLEK

Pionieri, capitani coraggiosi, protagonisti, meteore, delusioni; tutti i calciatori che hanno indossato la nostra gloriosa maglia
15.05.2019 10:30 di Stefano Bedeschi   Vedi letture
Gli eroi in bianconero: Cestmír VYCPÁLEK

Parco Stromovka è il suo campo preferito, i compagni di quartiere gli avversari più indomiti. Čestmír è un ragazzotto biondo e paffutello che trascorre interminabili ore nel cortile di casa a incantare compagni e avversari; palleggia col piede destro e col mancino fino all’esasperazione. Papà Premsyl, tifoso del grandissimo Slavia Praga lo costringe a seguirlo ogni domenica allo stadio Spartan e Čestmír comincia ad accarezzare sogni di grandezza calcistica.

La strada non è facile: papà Premsyl vede in Cesto un futuro campione, mentre mamma Jarmila, invece, pretende la massima dedizione allo studio: «Ti dedicherai al pallone – gli impone – solo dopo aver superato l’Accademia Commerciale». Čestmír supera ogni anno a pieni voti le classi del ginnasio e quelle dell’Accademia Commerciale e, a diciassette anni, si ritrova con il diploma e il lasciapassare dei dirigenti dello Slavia per giocare in prima squadra.

Ma, dietro l’angolo, c’è la guerra con i suoi orrori; Cesto è internato nel lager nazista di Dachau: «Nell’ottobre del 1944 ero uno scheletro vivente con una casacca a righe, che stringeva il filo spinato di un orrendo campo di concentramento nazista, quello di Dachau. Solo chi c’è entrato può sapere quanto sia stato difficile, quasi miracoloso uscirne. In quel campo, Hitler rinchiudeva i nemici della sua follia: ebrei, antinazisti, cittadini degli stati invasi dalla croce uncinata. Ed io sono cecoslovacco di Praga, dunque un nemico. Vi passai otto mesi di sofferenze inaudite, di privazioni enormi; una buccia di patata, ogni due giorni, mi pareva un tesoro inestimabile. Solo chi è passato attraverso queste esperienze, ripeto, può capire che valore ha la vita e non impressionarsi più di nulla».

Čestmír ritorna a fare meraviglie nello Slavia e i tecnici lo vogliono nella rappresentativa boema. Assomiglia molto, come tipo di gioco, al grande Giovanni Ferrari: ha una tecnica di primo ordine, gli occhi sempre sul campo e mai sulla palla, un ottimo controllo della stessa, una notevole visione di gioco e la capacità di valutare tutte le situazioni tattiche per comportarsi di conseguenza. Quando si avvicina all’area di rigore, può diventare pericolosissimo per il portiere avversario, perché Cesto sa tirare molto bene, con traiettorie precise e potenti. Allo Spartan è ospite la fortissima Jugoslavia; la partita si rivela un’epica battaglia fra autentici giganti. Finisce 1-1 per merito di Čestmír che, di testa, realizza uno splendido goal.

La via della Nazionale è spianata; Vycpálek vi resterà per sette anni: «C’era l’entusiasmo e l’ardore dei vent’anni; era il periodo in cui ci si doveva battere per vincere, anche nello sport. E non era facile. La sconfitta più dolorosa la patii a Parigi; perdemmo 3-0 e per giorni, noi della Nazionale non avemmo pace. Fortunatamente, lo Slavia ripagava gli sportivi con partite e vittorie memorabili. Sono stato sei volte campione, dal 1939 al 1945. Allora mi sentivo un leone, ma erano altri tempi; il calcio era solo sport, diletto, passione».

L’allora segretario della Juventus, Artino, e un certo signor Foresto, grande esportatore di vini piemontesi a Praga, che gestisce anche un avviatissimo night, mette gli occhi sulla coppia dello Slavia: Vycpálek e Korostelev. L’offerta è allettante; stipendio da sgranare gli occhi, un annetto in Italia in riva al Po, quindi ritorno a Praga. Breve consultazione con la dolce Hana, che intanto Cesto ha condotto all’altare, e partenza per l’Italia.

Cesto esordisce in bianconero contro il Milan, il 6 ottobre 1946. Il presidente juventino è Piero Dusio, l’allenatore Cesarini. Nella formazione rossonera militano campioni come Tognon, Gimona, Annovazzi, Puricelli e Carapellese. Il Milan parte all’attacco e passa in vantaggio di due goal, marcatori Annovazzi e Tosolini. Ma, prima del riposo, un perfetto passaggio di Cesto a Candiani consente alla Juventus di accorciare le distanze. All’inizio della ripresa, però, Gimona realizza il terzo goal per il Milan. Juventus decisissima a rimontare con un Vycpálek in grande evidenza, sempre assecondato dal compagno Korostelev, velocissimo sulla fascia sinistra. Alla mezzora Korostelev effettua un cross, Piola opera un perfetto assist di testa per Cesto che mette in rete. Cinque minuti dopo, sullo slancio, Magni sigla il goal del 3-3.

Vycpálek ricorda con grande nostalgia quel suo campionato: «Eravamo una grossa squadra, una pattuglia di amici ed anche di grandi calciatori. Il tasso tecnico di tutti era elevato. Prova ne sia che la Juventus tenne testa, per quasi tutto il campionato, a una formazione eccezionale come quella del Grande Torino: i granata vinsero lo scudetto, ma noi finimmo al secondo posto, precedendo uno strepitoso Modena, il Milan e il Bologna».

Vycpálek resta bianconero solamente quella stagione, dove totalizzerà ventisette presenze con cinque goal. Il trasferimento a Palermo vede la definitiva consacrazione di Vycpálek come giocatore, e diventa l’idolo della Favorita. In Sicilia nasce anche il figlio, Cestino, che perirà tragicamente nell’incidente aereo di Punta Raisi: «Il presidente Agnelli mi cedette al Palermo per devozione: lui e il principe Lanza, presidente del club rosanero, erano grandi amici ed io ci andai di mezzo. Considerai quel trasferimento l’ennesimo scherzo del destino, non potevo certo immaginare che, a Palermo, cominciava la mia vera carriera di giocatore».

Armando Correnti, ex portiere, nonché osservatore della Juventus, lo conosceva bene: «Conobbi Cesto alla Favorita in un pomeriggio di sole; era rimasto in campo, per perfezionare ancora di più la sua tecnica. Io giocavo nel Siracusa, in Serie B, ed ero nel pieno di una più che onesta carriera, ma lui era un’altra cosa: lui era un vero fuoriclasse. Cesto fece grande il Palermo da giocatore, ma gli regalò anche una travolgente promozione da allenatore».

Ventiquattro anni nella cornice incantevole della Conca d’Oro, le tiepide, profumate sere trascorse sulla spiaggia di Mondello, il dialetto dolce ed esotico del siculo boemo, sono i ricordi più belli del suo lungo soggiorno siciliano. Nell’estate del 1952 torna al Nord portando Mondello e la Sicilia nel cuore. A Parma, sua città di destinazione, chiude la carriera giocando addirittura più stagioni, più partite e più goal: sei contro cinque, 151 presenze contro 143, ventotto gol contro ventitré. Il Parma di allora era una squadra che faticava a sopravvivere, sia in Serie C sia in B. Cesto contribuì a una storica promozione in B nel 1954 che ancora oggi, a Parma, ricordano come la prima grande impresa del dopoguerra. Quel Parma era guidato da un presidente, Agnetti, detto lacrima facile per i suoi accorati appelli. Cesto Vycpálek visse a Parma un periodo bello e sereno. Abitava in Via Villa, in fondo a Viale Solferino, frequentava il bar Garden in centro. Quattrini? Pochi. Un giorno, nella mega festa di Villa Bocchialini, il presidente gli regalò un prosciutto. Cesto lo mise sottobraccio incurante di rovinare la giacca.

Vycpálek inizia la carriera di allenatore nel 1958 a Palermo, città in cui si fece in seguito raggiungere dalla sua famiglia dopo l’occupazione della Cecoslovacchia da parte dell’Armata Rossa, durante la Primavera di Praga. Il Palermo ottiene il secondo posto nel campionato di Serie B e viene promosso nella massima serie. La stagione successiva non è molto felice e viene esonerato il 15 maggio 1960, poco ore prima dell’inizio di Inter-Palermo, per decisione del segretario Totò Vilardo. Dopo il Palermo, guida altre squadre minori, tra cui Siracusa, Valdagno e Juve Bagheria. Nell’estate del 1970 si trasferisce a Mazara del Vallo, cittadina siciliana nella quale gioca l’omonima squadra di Serie D. Nel dicembre del 1970, il Mazara è sconfitto in casa dalla Nuova Igea e Cesto viene mandato via quasi a furor di popolo.

Da Torino squilla il telefono: la Juve, primo amore, non si può scordare. Cesto ritrova gli amici di un tempo, ricomincia da capo, ma questa volta da allenatore del settore giovanile, per insegnare l’arte della pedata agli allievi che hanno i suoi stessi sogni di un tempo. Nella stagione 1970-71 la Juventus assume come allenatore Armando Picchi: ma l’ex libero dell’Inter, dopo pochi mesi di lavoro, è costretto ad abbandonare a causa di un male incurabile. Boniperti si guarda intorno e non dimentica il vecchio amico con il quale aveva giocato nella stagione 1946-47 e che si stava occupando del settore giovanile bianconero.

Cesto prende le redini della prima squadra e ottiene risultati grandiosi. Dopo il quarto posto di quella stagione, il 1971-72 è l’anno di Cesto il boemo. Una stagione che vale una vita, un romanzo a puntate con dentro un po’ di tutto. Con il giovane Bettega nei panni dello stoccatore e il vecchio Salvadore a fare il guardiano del forte, Cesto allestisce una squadra spettacolare quando serve e molto, molto concreta quando conta solo il risultato. Quando poi Bettega si ferma per un serio malanno, l’allenatore boemo convince Haller a fare la seconda punta al fianco di Anastasi e questo è il suo capolavoro tattico.

Juventus campione, un punto in più del Torino risorto, del Milan e del Cagliari. L’anno dopo, il bis ancora più eclatante, con Zoff in porta e Altafini uomo della provvidenza. Sensazionale, perché abbinato alla prima, seria cavalcata europea dei bianconeri, che giungono ad un passo dalla Coppa dei Campioni. Vycpálek, primo allenatore dei tempi moderni eppure antico nel suo modo molto romantico di intendere il calcio, dopo aver sfiorato il tris, beffato dalla Lazio di un altro tipo saggio come lui, Maestrelli, cede il posto a Carlo Parola e si rende ancora utile come osservatore.