Ogni maledetta domenica

18.05.2019 23:30 di Leonardo Labita Twitter:    Vedi letture
© foto di Daniele Mascolo/PhotoViews
Ogni maledetta domenica

“Siamo all’inferno adesso signori miei. Credetemi. E possiamo rimanerci, farci prendere a schiaffi, oppure aprirci la strada lottando verso la luce. Possiamo scalare le pareti dell’inferno un centimetro alla volta”.

Il celebre passaggio del famoso discorso motivazionale, che vede protagonista Al Pacino nei panni del coach Tony D’Amato nel capolavoro di Oliver Stone, “Ogni maledetta domenica” rimane di sicuro uno dei passaggi motivazionali più emozionanti ed efficaci, ormai quasi inflazionato, ma capace sempre di generare motivazione, adrenalina, entusiasmo, passione e determinazione.

Un passaggio che ben si sposa anche per raccontare l’epopea juventina del dopo calciopoli. Siamo all’inferno adesso signori miei. Credetemi. Come non crederci, Rimini 9 settembre 2006: se questo non è un inferno “sportivo” allora cos’è? È tutto surreale ma tremendamente vero. Frustrazione, disagio e un senso di smarrimento nel vedere quegli sconosciuti in tenuta da calcio che esultano per poi farsi le foto con Del Piero e soci a fine partita. La classifica con il segno meno, le domeniche di serie A che appaiono surreali e la tripletta di Serafini… E possiamo rimanerci, farci prendere a schiaffi.

Si perché quando il traguardo più difficile da raggiungere sembrava essere stato fatto con il ritorno in serie A, ci siamo accorti che forse il vero inferno dovevamo ancora conoscerlo, quello di prima era soltanto un angosciante purgatorio. L’amore, la rabbia e quel sintomo di rivalsa erano stati capaci di farci inebriare, tanto da vedere in Amauri il nuovo Trezeguet, in Krasic il nuovo Nedved e in Diego il nuovo Del Piero. E invece ci siamo svegliati sotto gli schiaffi del Catania di Lodi, del Bari di Almiron e del Genoa di Di Vaio, sfiduciati e imbarazzati da un valzer di allenatori mai visto prima, umiliati in casa del Fulham e da un girone di Europa League con sei pareggi su sei. Oppure aprirci la strada lottando verso la luce. Già…lottare.

Quando eravamo ormai esausti di farlo, quando ci ritrovavamo a difendere la nostra maglia in ogni posto e in ogni luogo, quando la luce sembrava ormai lontana, in modo quasi magico l’intero popolo bianconero è rimasto abbagliato dalla luce della sua nuova casa. 8 settembre 2011, l’inaugurazione dello stadium non porta in dote soltanto la nuova splendida casa bianconera, in modo del tutto naturale restituisce orgoglio, ricuce le ferite ancora sanguinanti e riconsegna al presente la storia della società di calcio italiana più gloriosa e vincente di sempre.

Il tifo è ormai diventato fede e in quella sera di settembre tutto il popolo juventino sarà unito e coeso in un modo che rimarrà unico, rapiti dal susseguirsi di emozioni con le parole di Agnelli che entrano dritte nel cuore e nella testa come la più antica delle preghiere. Possiamo scalare le pareti dell’inferno un centimetro alla volta. Si, è per farlo non poteva che guidarci il capitano di mille battaglie. Centimetro dopo centimetro, giornata dopo giornata, gol dopo gol, le pareti dell’inferno ormai sono superate. La Juve è ritornata a vincere, ma non basta. Avere una fame di vittorie insaziabile, è questa la piacevole condanna di ogni bianconero. Così la Juve rivince e ritorna a essere odiata. Ma non basta, si vuole trionfare, così per la prima volta si supera il muro dei 100 punti. È quando l’addio improvviso di Conte sembra regalare ossigeno puro agli avversari ormai agonizzanti, la Juve decide di dominare l’avversario con il suo nuovo allenatore Allegri per poi l’anno successivo sottometterlo, entrando nella storia con un quinquennio che non si vedeva dagli anni 30.

Non resta che entrare nella leggenda con il sesto scudetto e nel mito con il settimo. E infine fare qualcosa di meraviglioso con l’ottavo scudetto raggiunto a Pasqua e con il giocatore più forte del mondo in squadra. Penseremo anche a tutto questo quando Giorgio, l’ultimo degli “eroi” della B rimasto, la bacerà, alzandola verso il cielo dello stadium, in un gesto che ormai è diventato un rito annuale, che non stanca e non potrà stancare mai, per chi all’inferno non è finito per manifesta inferiorità, ma mandato senza motivo da quegli stessi avversari di oggi, sempre più distrutti, sempre più patetici, lontani anni luce sotto ogni punto di vista.

Protagonisti, loro malgrado dell’epopea bianconera, nel ruolo dei vinti, ma senza il proverbiale “onore”. Abbiamo assistito a scene e dichiarazioni pietose, spogliatoi imbrattati che neanche nei campi di provincia, spasmodiche attese per il VAR per poi ritrovarsi lo stesso a distanze assiderali. Abbiamo assistito ad alleanze fra tifoserie, impensabili e irrazionali, continuiamo a sentirli piangere anche adesso che ci possiamo permettere di diventare umani come loro e perdere qualche punto per strada. E mentre continuano a fiondarsi sui nostri ex dirigenti e allenatori, per non parlare di capitan… Bonucci, noi siamo passati dall’essere rifiutati da Berbatov ad essere scelti da Ronaldo.

Consapevoli di vivere qualcosa di storico e magico, che prende vita ogni volta che ci fermiamo a goderci le immagini di questi meravigliosi 8 anni, scanditi dai volti invecchiati di Barzagli e Bonucci, dalle geometrie di Vidal, Pirlo, Pogba, Marchisio e Pjanic, con i gol di Matri, Lorente, Morata Higuain e Mandzukic, le magie di Vucinic, Tevez, Dybala e Ronaldo, sotto lo sguardo dei capitani Del Piero, Buffon e Chiellini, guidati da Conte e Allegri.

Da quella sera di settembre del 2011 siete finiti all’inferno signori miei. Credeteci. E potete rimanerci, continuare a prendere schiaffi. Non c’è stata nessuna strada che vi ha permesso di portarvi verso la luce. Anzi avete continuato a scendere le pareti dell’inferno un centimetro alla volta, ogni maledetta (per voi) domenica…

@leolab81