Juve, l'ex Manninger: "Ho vissuto esperienze bellissime, ma il calcio non mi manca. Mi sono tolto un peso"

14.09.2018 14:00 di Redazione TuttoJuve Twitter:   articolo letto 16937 volte
© foto di Federico De Luca
Juve, l'ex Manninger: "Ho vissuto esperienze bellissime, ma il calcio non mi manca. Mi sono tolto un peso"

L'ex portiere di Juventus, Salisburgo, Arsenal, Espanyol, Fiorentina, Juventus, Udinese, Torino, Augusta, Liverpool e non solo, Alex Manninger, ha raccontato la sua vita post-calcio sulle colonne di Toronews.net. Ecco le sue parole:

"No, non mi manca. Negli ultimi sedici mesi non ci ho pensato un solo giorno e non ho più toccato una palla. Quella da golf sì, o quella da tennis, ma non un pallone da calcio. Vado a pescare, vado in montagna, faccio di tutto tranne giocare a calcio. E no, lo confermo: non mi manca. Non mi sto lamentando, sia chiaro. Il calcio ti dà tantissimo e io ho vissuto ventidue anni bellissimi. Però non ho mai avuto un weekend libero, gli amici e la famiglia devi incastrarli tra una partita e l’altra. Ci sono sempre nuove partite, hai l’allenamento, hai il viaggio, hai il volo, hai il ritiro. È questo il tuo mondo, è questo ciò che ti è concesso di fare, non c’è un’altra opzione e, se ci pensi bene, non è normale. Ora io ce l’ho quell’altra opzione. Ora mi alzo alla mattina e posso pensare “ok, oggi che faccio?”. Oppure posso arrivare al venerdì e organizzare una grigliata con gli amici o una gita in montagna, senza il pensiero di una partita in arrivo. Ho riscoperto il significato del weekend e riesco a fare tutto quello che prima avrei voluto fare, ma non potevo. Vivo giorni normali, settimane normali scandite da programmi normali. Oggi mi sento libero e mi sto riprendendo tutto quello che il calcio mi ha tolto. 

È iniziato tutto tanti anni fa: mancava un portiere e l’allenatore ha chiesto “chi ha meno paura di andare in porta?”. “Posso provare io”, ho risposto. Avevo undici anni e quella partita tra i pali mi è piaciuta e credo di non aver fatto poi così male. Ero abbastanza alto, abbastanza agile e ho capito che quello poteva essere il mio ruolo. Sono rimasto in porta, sono rimasto lì per tanto tempo, fino a maggio di un anno e mezzo fa quando ho capito che il mio corpo e la mia testa mi stavano chiedendo di smettere. Troppi problemini fisici, avevo quarant’anni e il calcio era diventato troppo veloce.
Ho alzato la mano e ho detto “basta, non posso più continuare a questo livello. Il momento giusto per smettere è ora”.

L’ultima stagione al Liverpool è stato il modo perfetto per andarsene al top del calcio mondiale, ma coi Reds ho giocato solo nel precampionato, mai in gare ufficiali, per cui la mia ultima partita è stata l’anno prima con l’Augusta. Non sapevo che poi avrei trovato ancora un contratto con il Liverpool, ma avevo già annunciato che a fine campionato avrei salutato l’Augusta, per cui nell’ultima giornata l’allenatore mi fece entrare a pochi minuti dal termine come tributo. Mentre mi infilavo i guanti ho avvertito una sensazione nuova, mai provata prima. Mi è venuta un po’ di ansia, poi una scossa e subito la pelle d’oca. “Questa potrebbe essere la mia ultima partita”, ho pensato per la prima volta in 39 anni. E così è stato.

La mia carriera è stata un insegnamento continuo per la vita, ho vissuto esperienze bellissime in Premier League, a Siena, alla Juventus, in Germania e altre più difficili, ad esempio al Toro e alla Fiorentina con tutto quel caos. In granata con tanti cambi di allenatore (il 2002/’03 è l’anno di Camolese-Zaccarelli-Ulivieri-Zaccarelli-Ferri, ndr), con la Viola per la questione societaria (la Fiorentina di Cecchi Gori prima retrocessa e poi dichiarata fallita, ndr). Fu difficile da affrontare perché io mi lasciavo coinvolgere dalle situazioni al 100%, mettevo tutto me stesso e quelle cose ti tagliano le gambe. Tu lavori, vai all’estero, riesci a crearti un bell’ambiente intorno, anche con la gente, immagini già di poter restare qualche anno e poi le cose precipitano. Peccato, ma io mi prendo tutto, nel bene e nel male perché gli aspetti positivi sono utili ad avvicinarti ai problemi della vita vera.

Al giorno d’oggi ci sono ragazzini che a 18, 19 o 20 anni sono già dei professionisti, si sentono i migliori di tutti e invece non hanno ancora fatto due parate o due tiri in porta. Gente che non ha mai sporcato le scarpe, che non ha mai avuto una verruca. Il calcio è diventato mercato, la professione vale meno, il ruolo vale meno. Contano le foto, il taglio di capelli, le auto. Avrei potuto continuare ancora un po’, ma questo non è il mio calcio, non mi riguarda, per cui a quarant’anni la decisione di mollare tutto è stata semplice e non me ne pento di certo. Forse per questo non faccio l’allenatore, perché troverei difficile convivere ogni giorno con queste nuove generazioni. Noi, quando perdevamo, tornavamo in campo a correre. Ci portavano anche nei boschi a correre per punizione. Oggi se provi a far correre una squadra per due volte a settimana, i giocatori non vengono più ad allenarsi, fanno sciopero. È pazzesco.

Prima di diventare calciatore ero un falegname. Quando ho smesso col pallone ho ricominciato da lì: ho traslocato con la mia compagna, ho costruito i mobili della casa nuova, mesi e mesi di fatica e non abbiamo ancora finito. Mi sono divertito tantissimo e quando ora mi chiedono se non mi annoio senza giocare, io dico “proprio no, le cose da fare non mi mancano”.

È bello avere più tempo per me e per lei. Il calcio mi ha fatto lasciare da parte molte cose, ma adesso la mia prossima gara sarà la partita della famiglia: costruirci un nido, trovare soddisfazione dalle giornate normali, fare un figlio o più di uno.
Sto girando pagina, anzi, sto cambiando proprio libro.
E sono davvero molto curioso".