Come nasce una leggenda...
Cinque anni e due settimane, o se preferite 1.841 giorni, quasi 45.000 ore, poco più di 2.650.000 minuti, poco meno di 160.000.000 secondi. Stanchi di avere a che fare con anni, giorni, ore e secondi?
Ebbene, per misurare il tempo, quello trascorso, quello vissuto, quello da ricordare, a volte basta un luogo e una data, anzi due: Trieste 6 maggio 2012- Torino 21 maggio 2017. Un lungo intervallo che ha creato qualcosa di leggendario, con i personaggi che l’hanno vissuto che diventano miti, e con chi ha avuto la fortuna di poter assistere a tutto questo, che non ha forse ancora ben presente il privilegio ottenuto nell’essere stato testimone di un risultato mai raggiunto prima, che si consegna alla storia per diventare epico. Sono passati cinque anni e quindici giorni dal triplice fischio dell’arbitro Orsato che dava il via alla festa senza freni della prima Juventus di Conte, capace di cancellare attraverso una cavalcata sensazionale, lo tsunami del post-farsapoli.
In quella serata di 1.841 giorni fa, stava per nascere qualcosa d’impensabile e unico, che nemmeno il più ottimista e sognatore dei tifosi bianconeri poteva sognare. Ritornare a vincere, era diventato il sogno di ogni bianconero ferito, scippato e denudato dal pilotato sciacallaggio del 2006.
Farlo da imbattuti nella prima stagione dello stadium, con capitan Del Piero che alza la coppa dello scudetto che vale la terza stella, ha reso il tutto ancora più emozionante.
La Juve è ritornata a vincere, ma non basta.
Avere una fame di vittorie insaziabile, è questa la piacevole condanna di ogni bianconero, che ha sulla propria pelle le ferite di un martirio assurdo che nelle due consecutive stagioni da settimo posto, sembrava essere destinato a trasformarsi in eterna condanna.
Purtroppo per gli altri, alla Juve non basta vincere, si vuole e si deve rivincere, nonostante non ci sia più Del Piero, nonostante si cerchi in tutti i modi di allontanare il principale artefice del ritorno vincente bianconero, il Mister Antonio Conte, relegato per mesi dietro ai vetri degli sky-box.
La Juve rivince e ritorna a essere odiata assieme al suo allenatore, in modo patetico, da chiunque, tanto che ci si può ritrovare perfino la Federtamburello tra i praticanti del secondo sport italiano preferito dopo il calcio: odiare la Juve e tutto quello che la rappresenta.
Per sfortuna di chi rimane a guardare, alla Juve non basta rivincere, si vuole e si deve trionfare, per mettere in chiaro una superiorità palese. Non ci può essere modo migliore se non quello di abbattere per la prima volta nella storia il muro dei 100 punti.
La Juve trionfa, lo fa senza spazio di replica, grazie ad una superiorità globale, capace di essere messa in discussione soltanto perché il patetico mondo che la circonda è formato da imbarazzanti violinisti, “inventori del 3-5-2”, ridicoli presidenti che scappano in motorino, mediocri squadre che disertano la premiazione dopo una meritata sconfitta, e poveri giornalisti che riescono a trovare l’unico modo per essere seguiti e osannati: odiare la Juve.
Nemmeno il colpo di testa improvviso con il quale Conte, durante l’estate del 2014, decide di lasciare sul più bello, riesce a spezzare l’incubo di chi non tollera più le vittorie bianconere. Così mentre i romanisti, esaltati dal colpo Iturbe e i napoletani che diventano più internazionali grazie al manager Benitez, discutono e scommettono se il prossimo scudetto sarà festeggiato al circo massimo o in piazza plebiscito, nella testa e nel cuore dei ragazzi della Juve e del nuovo mister Max Allegri, c’è la voglia di dominare l’avversario.
La Juve ha vinto, rivinto, trionfato e dominato, così quando in un colpo solo si deve privare di Pirlo, Tevez e Vidal, il funerale è pronto. Al grido di un campionato più equilibrato, la Juve pare voler lasciare divertire i propri avversari. Lo permette per dieci giornate.
In questo periodo può accadere perfino di leggere nella stessa frase: corazzata, Inter, Felipe Melo, Mancini, scudetto. Come può succedere di leggere e rileggere commenti di “autorevoli” addetti ai lavori che tra Morata e Michu del Napoli, scelgano senza esitare quest’ultimo.
La Juve decide allora di sottomettere l’avversario, replicando lo storico quinquennio raggiunto una sola volta nel lontano 1935 con una rimonta straordinaria.
Cinque scudetti che segnano un’epoca, figlia di una superiorità imbarazzante, non solo sul campo. Alla fame insaziabile di vittorie lo juventino in questi anni ha aggiunto il bisogno di superarsi.
Così 45.000 ore dopo quel lontano 6 maggio 2012 la storia diventa leggenda che regala il mito.
La Juve annulla l’avversario.
Il sesto scudetto consecutivo, consegna alla storia qualcosa di unico, in una stagione che con un pizzico di fortuna potrà perfino diventare sensazionale.
La Juve ha vinto, rivinto, trionfato, dominato, sottomesso e annullato l’avversario, non solo sul campo, dove conta più di 100 punti di distacco dalle prime inseguitrici. La Juve ha vinto, rivinto, trionfato, dominato, sottomesso e annullato l’avversario anche fuori dal campo, riuscendo senza soldi a trovarsi in squadra campioni come Barzagli, Evra, Dani Alves, Pirlo, Marchisio, Pogba, Khedira, Coman, Llorente e riuscendo con gli investimenti ad acquistare i giocatori più forti dai “presunti rivali” a colpi di clausole capaci di regalare ancora più gusto e godimento.
La Juve ha vinto, rivinto, trionfato, dominato, sottomesso e annullato l’avversario anche con i numeri di bilancio, con un fatturato che dai 172 milioni di euro del 2011 è passato ai 388 milioni del 2016.
La Juve ha vinto, rivinto, trionfato, dominato, sottomesso e annullato l’avversario e per farlo ha dovuto perfino “sopportare” di essere chiamata in causa in rivalità e derby fuori da ogni logica, con squadre dal palmares degno di una provinciale e società formata da dirigenti e capitani di basso profilo umano.
La Juve ha vinto, rivinto, trionfato, dominato, sottomesso e annullato l’avversario e nel farlo si è divertita assistendo a giocatori, allenatori e presidenti che in ritiro rispondevano al coro “chi non salta juventino è”, osservando gremite folle di tifosi riempire gli aeroporti, in quelli che assomigliano sempre di più a viaggi della speranza, per non parlare dei cori in stile “che c’è frega di Pogba, noi ci abbiamo ….”.
La Juve ha vinto, rivinto, trionfato, dominato, sottomesso e annullato l’avversario e nel farlo poche volte ha incontrato la lealtà e l’onestà da parte dello stesso, che è stato capace invece di:
-gettare fango in modo gratuito
-augurare una “morte lenta ma sicura”
-trasformare una trasferta in un viaggio di guerra
-inventarsi una moviola a senso unico
-sproloquiare di Juventus e ‘ndrangheta
-intaccare perfino lo spogliatoio
La Juve ha vinto, rivinto, trionfato, dominato, sottomesso e annullato l’avversario al quale ha consegnato il patetico potere di inventarsi gli scudetti personalizzati, da quello morale a quello del bel gioco, passando per quello del pubblico e infine a quello dei pali.
La Juve ha vinto, rivinto, trionfato, dominato, sottomesso e annullato l’avversario e nel farlo ha riscritto record su record al fine di lasciare un segno indelebile, questi sono solo alcuni esempi: un intero campionato da imbattuti, il record dei 102 punti, quello dei 973 minuti d’imbattibilità di Buffon, le vittorie consecutive in casa e una striscia infinita di risultati utili dentro lo stadium, ma anche fuori, con le 25 partite consecutive in trasferta senza mai perdere e la “fresca” terza coppa Italia consecutiva.
La Juve ha vinto, rivinto, trionfato, dominato, sottomesso e annullato l’avversario e non è ancora sazia e non è ancora soddisfatta, poco importa se continuare a vincere diventerebbe “statisticamente impossibile” o se passare il testimone, potrebbe “risollevare il paese “.
Per chi è diventato leggenda, per chi è già mito, cinque anni e due settimane, o poco più di 1841 giorni, possono sembrare ancora pochi.
Perché quando Gigi la bacerà, alzandola verso il cielo dello stadium, ripetendo un gesto che ormai è diventato rituale, come può essere un albero decorato a Natale, ogni bianconero ripenserà a quando nel 2006 temeva che, per rivedere un gesto così sarebbero stati necessari decenni.
Così la mente ritornerà a Rimini e al viso di Ricchiuti che festeggia, al ghigno dei rivali convinti di aver per sempre eliminato il “loro problema”, così la voglia di vincere non potrà mai terminare.
Perché vincere, non è importante, è l’unica cosa che conta, e se si fa vincendo, rivincendo, trionfando, dominando, sottomettendo e annullando l’avversario è ancora meglio.
@leolab81
Direttore: Claudio Zuliani
Responsabile testata: Francesco Cherchi
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